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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

L’insostenibile pesantezza della partecipazione

La partecipazione è una bella cosa. Ma può essere noiosa e inutile. Anzi può indispettire (e può anche fare incazzare!). Certe volte ci facciamo coinvolgere in momenti così dispersivi che quasi non ci capacitiamo di noi stessi. Così, la risorsa più scarsa e preziosa che abbiamo – il tempo -, ci scivola via tra le dita… in un modo non solo inconcludente, ma in attività che per di più richiedono sforzo, presenza, investimento.

Forse è troppo.

Forse dobbiamo cominciare a preoccuparci di fare in modo che le occasioni di partecipazione lo siano davvero. O viceversa forse è il caso di cambiare nome alle convocazioni, alle occasioni collettive, alle presenze presidianti, alle ‘convention socializzanti’, a manifestazioni che non avremmo scelto (a saperlo), al tempo perso in attese di chi arriverà in ritardo – se arriverà -, e che però ci tiene fermi, al palo.

In occasione della preparazione di una conferenza dei servizi che ha coinvolto tutto il personale di una organizzazione sociale, il gruppo promotore ha provato a fissare alcune coordinate per evitare di allestire una attività dispersiva e inutile.

  • Intanto i momenti di partecipazione vanno preparati, pensati, organizzati affinché ci portino da qualche parte.
  • Non funzionano le convocazioni improvvisate, senza uno scopo sensato ed esplicito (esplicitato); è necessario chiarirsi e chiarire le ragioni del momento partecipativo, l’obiettivo, il compito, la questione su cui lavorare. La partecipazione per il piacere di incontrarsi può essere anche bella, a condizione di sapere che si viene invitati ad un evento socializzante, ad una festa in forma di conferenza… così si può decidere consapevolmente (o almeno arrivare preparati).
  • È importante sapere che agli incontri è possibile esprimere il proprio punto di vista, anche conflittuale, ma che il processo partecipativo verrà condotto e regolato (facilitato è la parola giusta?) in modo che ci sia per tutti la possibilità di intervenire e di venire ascoltati.
  • Un altro aspetto che capita di vedere trascurato riguarda un implicito atteggiamento da parte degli organizzatori: si avverte che la partecipazione non è il modo per affrontare davvero le questioni, ma piuttosto un escamotage per diluirle, attenuarle, disperderle. La partecipazione allora viene percepita come strumentale e manipolativa: strumentale a rinviare i problemi, manipolativa con l’obiettivo di contenere il dissenso. Forse ci potrebbero essere strategie meno onerose e meno controproducenti.
  • In certi casi invece il momento di confronto è più una formalità. Della riuscita, dell’esito non vengono investite le persone chiamate a raccolta. Non viene esplicitato che i risultati a cui si perverrà saranno correlati con l’apporto di chi intervene. In queste proposte di partecipazione prevale l’idea che i partecipanti saranno spettatori di un evento che si compirà indipendentemente dal oro contributo (forse).
  • Un ultimo aspetto che ci è parso di dover tenere presente è l’occasionalità. Va da sé che ci possano essere momenti di partecipazione unici. Non sempre infatti ci sarà un ciclo di incontri. Tuttavia quello che non sembra funzionare è il non collocare l’incontro, la riunione, la serata, il momento di lavoro in un contesto che gli attribuisca senso. L’estemporaneità non aiuta, non favorisce l’attribuzione di rilevanza, la comprensione e poi la presenza consapevole.

Questo è quello che ci è venuto in mente, quello di cui abbiamo ragionato, e che brevemente ho provato a fissare.

E voi cosa ne pensate?

PS

(Quanto detto non implica che i momenti che precedono gli incontri (le fasi iniziali), che hanno un che fisiologico di dispersivo, lo siano davvero, o siano inutili. No. Non mi pare. Hanno un loro significato, ma non possono essere la parte che si prende il tutto.)

2 comments on “L’insostenibile pesantezza della partecipazione

  1. ele
    22 May 2010

    La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione… diceva Gaber…

  2. ovittorio
    14 May 2010

    buone cose dette, Graziano! Credo che la buona riuscita di un evento che voglia suscitare/rendere possibile la partecipazione sia il fatto che ciascun partecipante (o almeno la maggior parte…) venga tenendo conto del fatto che partecipare significa portare la propria pizza, sapendo che non la si mangerà, ma, mettendola sul tavolo comune, ci permetterà di mangiare qualcosa che gli altri hanno portato.
    Io vedo spesso tanti omini e donnine in grembiulino, che tengono stretto stretto il loro cesto della merenda…solo io ho cose buone che piacciono a me e me le mangio tutte tutte io!!
    v

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This entry was posted on 13 May 2010 by in Generale, Quanto basta and tagged .

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