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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Divieti murali (2/4)

Divieti organizzativi, chiusure e altre scritture murali…
In giugno, chiudendo il post su Scritture murali, scritture effimere?, mi sono impegnato a proseguire nelle considerazioni. Ci ritorno oggi con un secondo contributo. Un terzo e un quarto seguiranno più avanti con l’obiettivo di approfondire il tema delle molte scritture murali prodotte dalle/nelle organizzazioni.
Spesso interne e legate ad occasioni precise, le scritture ‘verticali’ servono ad esporre la posizione dell’organizzazione (o di persone, gruppi o servizi presenti nell’organizzazione). Scritture per indirizzare, regolare, vincolare.

Comunicazioni da esporre
Scritture che espongono. Le scritture murali (cartellonistica piccola e grande, locandine, bacheche, messaggi, segnaletica, fogli volanti, post-it) comunicano variazioni (di tempi, di luoghi, di presenze), prescrivono, chiedono o specificano comportamenti, informano su opportunità o avvenimenti.
[Dal punto di vista funzionale fanno certamente altro. Al momento non trovo altri punti da segnalare. Sono grato a chi legge questo post per indicazioni e spunti].
Rilevo, by the way, che è davvero agognata una segnaletica organizzativa adeguata, non ridondante, che sia di aiuto, che faciliti l’accesso e l’utilizzo dei servizi. Non sempre però è disponibile.

Non è raro incontrare nei servizi pubblici comunicazioni esposte per informare gli utenti di qualche variazione temporanea, di qualche indicazione che modifica il funzionamento del servizio (e le consuetudini). Anche in questo caso siamo in presenza di una scrittura organizzativa che… organizza. Che mira a far fare qualcosa (o a non far fare: andarsene, soprassedere, rivolgersi ad altri, tornare), che informa per determinare conseguenti comportamenti. In questo modo – lo abbiamo già rilevato – nel dare l’informazioni si comunica lo stile del servizio, la sua impostazione di fondo, il suo modo di essere. Comunicati che ci comunicano, che non solo hanno uno scopo funzionale, ma anche un effetto simbolico-identitario. E ciò a dispetto dell’impressione che, per alcuni fra gli estensori incaricati (già, chi stende i messaggi e chi li firma?), ciò non sia rilevante (e quindi non curato). La scrittura murale informa. E ci espone: agli altri e a noi stessi.

Scritture d’occasione
A differenza della cartellonistica (insegne, indicazioni, orari, presentazioni) le comunicazioni  da esporre estemporanee avrebbero (almeno nelle intenzioni) vita breve, d’occasione (scrittura effimera). Inoltre è nella sintesi che trovano un altro elemento specifico. Informative, non solo di durata breve e transitorie, ma sintetiche (di facile e rapido ‘consumo’). Queste mi sembrano le due caratteristiche distintive. Che possono avere effetti svalutativi sulla cura e sull’esito (sul processo di scrittura e sul prodotto comunicativo, il documento da appendere). Caratteristiche a modo loro anche rischiose: le comunicazioni da esporre ci mettono immediatamente in mostra, sottoponendoci al giudizio di chi le fruisce. A partire da quei testi il lettore avvia la costruzione della rappresentazione (o conferma o smentisce quella che ha) sul servizio in questione.

Scritture effimere, a rischio di essere poco investite di attenzione, scritture che richiedono di essere gestite, messe e tolte, aggiornate se serve, modificate, coordinate con altre pre-esistenti (non è raro trovare vetrate di uffici pubblici tappezzate – altro verbo non c’è – di informazioni in A4 orizzontali, o di A3 che riportano ingrandimenti di A4 (anche se l’introduzione di schermi di grandi dimensioni stan modificando le modalità di predisposizione dei testi).
Dicevo scritture che vietano o regolano, che modificano temporaneamente tempo, spazio, servizi, disponibilità, funzionamento, accessi.

Consideriamo alcuni casi concreti per sviluppare qualche osservazione, usando testi brevi con esami che potrebbe sembrare minuziosi come quelli riservati alle epigrafi (che nella loro essenzialità, ci restituiscono un mondo). Ci possiamo porre diverse domande. Ci si può chiedere se le persone a cui è destinata la comunicazione decodificano tutti i singoli e diversi elementi o se invece colgono principalmente un’impressione complessiva e solo successivamente entrano nel testo per considerare il suo contenuto informativo. L’impressione che le scritture murali producono, dipende dal punto di vista degli utenti, dalla loro sensibilità, dall’attenzione e dall’interesse che mettono, dall’atteggiamento di fondo che hanno nei confronti del servizio o dell’organizzazione a cui si stanno accostando. In ogni caso il documento resta. Nella sua materialità. Ma resta anche l’esperienza di comunicazione si dà come evento che ha in mente (più o meno consapevolmente) i suoi fruitori.

Si giudica dai particolari?
Della materialità possiamo considerare la stampa e il foglio di carta che funge da supporto: bianca, colorata, riciclata, nel formato standard A4 o in un formato modificato, Carta intestata o meno. Il testo scritto con inchiostro nero o di un altro colore, con un carattere piuttosto che un altro, che rispetta o riprende quello adottato dal servizio (e più in generale la livrea istituzionale), in tutte o solo in alcune delle parti del documento. I messaggi possono così collocarsi fuori o dentro il contesto istituzionale (tempo e spazio sociale in cui l’organizzazione opera): non avere scadenze o vigenze, accreditarsi come ufficiali o come estemporanei e frettolosi.

Non entrare se…
La foto allegata presenta ‘un’emissione’ che fa sorridere. Il messaggio è chiaro e al tempo stesso logicamente sconnesso. Lascia trasparire un non detto, un nodo emotivo (un’impuntatura nervosa, un brontolio di avvertimento), qualcosa che non trova spazio (o non può farsi strada). Confliggono e si elidono comunicazioni diverse. Con un simpatico effetto sintesi. Un’ingiunzione ovvia e banale. Potremmo dire che si tratta di una sorta ‘ragionamento aggrovigliato’.

Sciogliendo il groviglio a me pare di cogliere più messaggi.

1. informazione/divieto agli esterni:

  • I bagni sono riservati al personale interno.
  • Ad altre persone è vietato entrare.

2. informazione/prescrizione interna:

  • “Colleghi ricordiamoci di tenere la porta chiusa”.

Il messaggio segnala anche un tono emotivo irritato:

  • Questo bagno e riservato: è il nostro bagno! [grrr…]
  • Vogliamo ricordarci di chiudere la porta a chiave? [grrr…]
  • In ogni caso chi trova il bagno aperto sappia che non lo deve usare perché non ne ha titolo (per entrare si dovrebbe essere in possesso delle chiavi). [chiaro!]

Il cartello poteva essere scritto diversamente?
Si poteva semplicemente informare le persone che il bagno era riservato al personale?
Si poteva aggiungere l’indicazione di dove trovare i bagni accessibili al pubblico?
Si poteva collocare all’interno dei bagni (magari a lato dello specchio, sopra il lavandino) una rammemorazione interna? [colleghi, uscendo ricordiamoci di chiudere la porta…].
Si poteva (tecnicamente) risolvere la questione della chiave togliendo la maniglia esterna, così che la porta si chiuda automaticamente e non possa essere aperta dall’esterno senza la chiave? [soluzione socio-tecnica furba].

E allora?
Ora qualcuno si chiederà che senso ha un post così.
Se le organizzazioni sono (fatte di) scritture, anche le scritture più marginali contribuiscono a determinare il clima, il tono delle organizzazioni. E questo è solo un esempio. Chi legge potrebbe segnalare casi più pregnanti. Da discutere.

4 comments on “Divieti murali (2/4)

  1. Pingback: Scritture verticali assertive | Mainograz

  2. Pingback: Scritture verticali dimenticate | Mainograz

  3. vittorio
    28 September 2010

    è un post che apre un mondo, anzi, che lo espone, che tenta di metterlo ad altezza degli occhi (perchè una cosa importante è la posizione nello spazio…un cartello troppo in alto o troppo in basso non viene visto…) o lungo i tragitti (che vengono quindi tracciati ed accompagnati…).
    Scrivere ed appendere è un modo per dare ordine al mondo, non solo in termini ‘comportamentali-disciplinari’, ma anche appunto spaziale: altezza e posizione, dicevo, ma anche dimensioni della scrittura, uso dei colori, caratteri…
    Ma adesso racconto una storia: anni fa organizzammo uno sciopero delle cooperative sociali per protestare contro l’ennesima finanziaria e per il riconoscimento del nostro contratto di lavoro. Sarà stato il 96..97…Dovevamo inventarci un modo per lanciare e lasciare i nostri messaggi: ok striscioni, slogan, cartelloni, travestimenti…poi la mia grande idea: perchè non stampiamo su dei post-it delle frasi sintetiche, in cui sia contenuto il succo del nostro messaggio, e poi, lungo il tragitto del corteo, li appiccichiamo dappertutto? mi hanno dato retta. le persone si muovevano appiccicando questi foglietti gialli sui cartelloni pubblicitari, sulle macchine, le finestre, le fermate dell’autobus, le panchine…molto divertente. Alla fine abbiamo lasciato dietro di noi una scia di fogliettini svolazzanti, non letti, che si staccavano ed andavano ad impolverarsi a terra.
    vittorio

  4. Gaby
    27 September 2010

    Leggendo, mi viene in mente una storia.
    Ogni mattina parto da casa per andare al lavoro, prendo la bicicletta per recarmi al parcheggio a prendere la macchina.
    Un giorno, passando vicino alle “Termae Romanae”, su uno sgabuzino di latta, vedo una grande scritta su un DIN A3 “Gigolò” – con sotto un numero di cellulare da staccare.
    Sono in bicicletta e lo vedo con la coda dell’occhio.
    Sorrido, perchè mi sembra un’idea originale.
    Alla sera, quando passo per tornare a casa, qualcuno lo aveva staccato.
    Parlo dell’episodio ad una collega che a sua volta mi racconta di essere stata fermata un giorno da un uomo offrendole i suoi servizi.
    Allora, mi chiedo, il mestiere più vecchio del mondo si sta emancipando oppure c’è qualcosa di più che non quadra in questa società?
    Alla fine lo interpreto come un grido di aiuto.

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This entry was posted on 25 September 2010 by in Se scrivere è organizzare... and tagged , , , , .

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