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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Adamo Mastrangelo, ospite della settimana 45/2010

A me non piace la democrazia

A me non piace la democrazia, perché è un concetto falso nella sua intenzione e attuazione. Non mi è mai piaciuta e nessuno è riuscito a convincermi della sua reale necessità, almeno per come la conosciamo noi. È facile risalire all’etimologia del termine: governo del popolo, il che sottintende una qualche forma di potere e, al contempo, una qualche forma di redistribuzione del potere verso la base, il popolo appunto.

Adamo Mastrangelo

Ma la democrazia è una forma incompleta di governo perché il potere non viene realmente distribuito ai più, ma viene sistematicamente accentrato nelle mani dei cosiddetti “elettori passivi”, coloro che si fanno votare e ai quali viene designato il potere decisionale. In soldoni sono loro che governano, non il popolo che li ha votati. Quindi perché dovremmo definire la nostra democrazia come “governo del popolo”? Forse sarebbe più giusto, se non altro più onesto, parlare di “oligarchia”, che gli antichi greci ci hanno spiegato essere il “governo di pochi”, dei pochi eletti. Forse soltanto gli antichi greci hanno potuto assaporare, seppure in forme incomplete, il concetto di democrazia. Noi occidentali del terzo millennio no di certo. Mi si potrebbe obbiettare: in fondo è il popolo che ha scelto e quindi che ha il potere di incidere, scegliendo i programmi elettorali e votando alle elezioni (indirettamente) e ai referendum (direttamente). Il grande Totò risponderebbe con un bel “ma mi faccia il piacere!”. Nessuno venga a raccontare la solita storia che, in fondo, in democrazia tutti hanno il diritto di scegliere se ri-votare un candidato o un partito e che quindi, nel rinnovamento degli organismi di governo, il popolo ha la libertà di “punire” o “premiare” il comportamento di chi fino al quel tempo ha governato. Sappiamo che chi governa (o comanda) possiede tutti gli strumenti per invitare gli elettori, lentamente e con le buone maniere, a scegliere ciò che chi governa vorrebbe che loro scegliessero. Semplicemente attraverso i leciti strumenti mediatici (giornali, televisioni, internet) oppure, purtroppo sempre più frequentemente nelle democrazie, attraverso illeciti sistemi di convincimento (dossier, minacce, ripicche). Comunque chi detiene il potere tenta di concentrare il potere su di sé, “trasfigurando” la democrazia in oligarchia e, dunque, denaturandola ad ben altro sistema di governo e di potere. Ma prendiamo il caso (davvero fortuito) nel quale chi governa ha realmente a cuore il popolo e tenti di redistribuire il potere verso la base, cercando di trasferire maggiore potere decisionale nelle mani dei più. In tal caso ci sarebbe però un altro problema: come gestire il potere decisionale dei milioni di cittadini che, assieme, costituiscono il popolo di una nazione o di uno stato? Difficile se non impossibile. Allora questa democrazia è proprio una barzelletta!

Ricapitolando: 1) il potere in realtà è nelle mani di pochi e quindi non si tratta di democrazia ma di oligarchia; 2) seppure il potere venisse riversato nel popolo (coerentemente con l’etimologia del termine) la situazione diverrebbe talmente ingestibile da portare uno stato nel caos più completo.

Forse i Comuni – per la loro piccola estensione, per la vicinanza spazio-temporale tra governante e governato, per il modello di scelta diretta dei candidati – forse rispecchiano un sistema un pochino più democratico, leggermente più vicini all’etimologia di democrazia che, comunque, rimane inapplicabile nella totalità del suo concetto. Perché allora non pensare ai i Comuni come centro nevralgico del potere decisionale? Perché non provare a generare un sistema di reti ordinate tra Amministrazioni Comunali, le quali propongono, votano e obbligano a determinati provvedimenti (di ben delimitate materie) gli Enti più alti come le Regioni o come lo Stato? Ad esempio, per intenderci, la maggioranza dei Comuni della Lombardia potrebbe votare e assumere la decisione che sul territorio regionale, entro un certo anno, non sarà più permesso edificare su terreni vergini. Perché no, incentivando l’utilizzo delle energie rinnovabili. Magari, sviluppando una fittissima rete ecologica di parchi e boschi. Io ci aggiungerei anche una riduzione degli orari di lavoro (del tutto opinabile eh!). Tutto sempre nel rispetto della Costituzione e del Codice Civile, s’intende. Sarebbe una cosa impossibile? Per la nostra democrazia forse è inconcepibile, ma sarebbe l’unico modo per rendere il giudizio critico e civico del popolo un’arma contro gli abusi di potere, gli sprechi di potere. Ciò favorirebbe la costituzione di nuove relazioni sociali e, quindi, più felicità e più capacità di trovare soluzioni migliori e alternative ai problemi quotidiani dei semplici cittadini. In questo le forme genuine di cooperativismo, dell’associazionismo, dei gruppi di pressioni potrebbero avere un valore maggiore e contemplato in una sorta di “Allegato alla Costituzione” che possa tenere conto di tutti questi cambiamenti e trasformarli in legge. Come dicevo all’inizio, a me non piace la democrazia, perché è un concetto falso nella sua intenzione e attuazione, ma in questo modo potrebbe cominciare a piacermi.

Adamo Mastrangelo nasce a Milano il 12 ottobre del 1985. Studente e lavoratore, frequenta l’Università degli Studi di Milano alla Facoltà di Scienze Politiche. E’ autore del saggio “Foibe, quello che non si dice” della Casa Editrice Lampi. Ha collaborato con La Rinascita e il Calendario del Popolo. Attualmente scrive per il periodico “Orizzonte Universitario” e per il blog “Primavera Italia“.

2 comments on “Adamo Mastrangelo, ospite della settimana 45/2010

  1. Adamo Mastrangelo
    14 November 2010

    Non so se possiamo parlare di “localismo”, almeno non nella concezione (forse) dispregiativa che potrebbe donargli il suffisso “-ismo”. La concezione del “pensare globale e agire locale” è quello che mi spinge a considerare (provocatoriamente) il rifiuto di una concezione democratica solo sulla carta. Quello che è risultato forte (troppo forte) è l’impatto della globalizzazione sulle persone, le quali forse sentono il bisogno di trasformare le città e i territori in spazi di solidarietà, incrementando la partecipazione dei cittadini. Una democrazia con la “D” maiuscola si può avere solo con una forte e attiva partecipazione nei territori, dove l’interesse generale è legato indissolubilmente agli interessi individuali e dove ciò può trasformarsi in una “scuola all’attivismo sociale”, anche su livelli più alti: italiani, europei, intercontinentali. Ne è l’esempio splendido e meraviglioso dell’organizzazione internazionale di “Madre Terra”.

  2. Martina Cecini
    11 November 2010

    In questi giorni ho accompagnato alla tv mozambicana (Africa) l’incontro tra Lula da Silva e Emilio Guebuza
    rispettivamente presidenti del Brasile e del Mozambico.
    Mi ha colpito il discorso di Lula dove colgo (dopo 8 anni di governo) ancora molta freschezza e sogno e la capacitá di aiutare il Mozambico ad avere la prima fabbrica di antiretrovirali fra le altre iniziative a favore della crescita dell’Africa.
    Ricordo che Lula ha concluso il suo secondo mandato ed ultimo mandato.
    Sará sostituito tra due mesi da una donna eletta da pochi giorni dai brasiliani con ballottaggio.
    Questo per dire che credo ancora alla democrazia sia nel caso di Lula da Silva che di Obama.

    Vengo ora al contributo di Adamo Mastrangelo e colgo un suggerimento positivo nell’ultima parte dell’articolo.
    Ci vedo anche una punta di localismo. Viviamo anche in piccolo e realisticamente ma teniamo conto che viviamo in un mondo un poco piú grande della nostra bella Italia.

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