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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Oltre il cimitero degli elefanti: quali transizioni verso l’uscita dal lavoro?

Come costruire l’uscita da condizioni di lavoro che comportano un’elevata responsabilità?

Questa domanda, in forma più cruda, rimbalza ogni volta che si ragiona di avvicendamenti di vertice: «Ma i vecchi presidenti, che sono lì da vent’anni, che fine gli facciamo fare? Dove li mettiamo?». Questo è quello che registro ogni volta (ogni volta!) che si affronta la questione di come promuovere processi di avvicendamento apicale nelle cooperative. Per far posto a nuovi gruppi imprenditoriali e a nuovi gruppi dirigenti, tra le tante questioni è necessario costruire forme di uscita sensate e percorribili (anche) per chi ricopre posizioni di vertice.

Ne ho parlato con un conoscente che per anni è stato manager in una multinazionale. Dal racconto della sua esperienza ne esce un quadro fatto di cinque o sei cambiamenti di svolta nel corso del suo percorso professionale. Tornerò sulle sue esperienze di ingresso, di transizione interna (di passaggi di carriera diremmo con una espressione forse oggi meno in voga). In questo post accenno rapidamente alle considerazioni che il mio interlocutore (che ringrazio:-) ha espresso sulla fase conclusiva del suo tracciato professionale. Gli ultimi anni prima della pensione. La vicenda e le considerazioni vanno riportate al contesto: eravamo in un mercato in una fase di contrazione, un mercato dominato delle multinazionali dell’ICT, nel corso della crisi che è seguita alla bolla dei primi anni del nuovo millennio. Una situazione di rivolgimenti in una enorme organizzazione, operante in diversi paesi occidentali, con una elevata complessità di divisioni produttive e commerciali.

Quali aspetti hanno favorito una transizione alla pensione?

  • Cambiare ambiente mette in moto energie: «Per me è stata una opportunità ricevere la proposta di passare gli ultimi sei anni di lavoro in una sede diversa. Mi hanno chiesto la disponibilità a trasferirmi in un’altra città. I figli erano già grandi, e per mia moglie era accettabile che rientrassi per il fine settimana… Una nuova sede, qualche persona la conoscevo, molte no. Attività in parte conosciute, ma di fatto mi sono rimesso in gioco…».
  • Sapere di essere in una posizione temporanea: «Sapevo che era un lavoro a termine. E lo sapevano anche gli altri. Mi sentivo di fare bene, ma anche che non era necessario (né richiesto) di strafare. Devi stare qui alcuni anni, quelli che ti portano alla pensione. Mi rendevo conto che ci mettevo impegno, ma che non ero scalmanato, mi sentivo dentro le cose, ma anche un po’ a distanza… e non mi dispiaceva».
  • Non avere responsabilità diretta, non sentirsi addosso in prima persona la pressione produttiva, la continua richiesta di performance: «I vertici non mi chiedevano l’impossibile, e anche i colleghi. Ero io che capivo di dover lavorare con impegno, ma sapevo anche che non veniva chiesto a me, in prima persona, di dover dar conto dei risultati, delle scelte, del raggiungimento degli obiettivi. Non mi sentivo schiacciato come mi era successo in altri incarichi…».
  • Sapere di poter essere d’aiuto, quasi un ruolo di consulente interno: «Mi sembrava di essere più un consulente, una specie di esperto chiamato a consulto. Certo, era una posizione di responsabilità, ma mi chiedevano di seguire anche cose pratiche, a volte operative, un mix di richieste, ma non mi sentivo sfruttato, piuttosto mi rendevo conto che stavo dando una mano, a volte per questioni complesse, a volte per sdrammatizzare i problemi, a volte per farmene carico, a volte anche solo per alzarmi durante una riunione, ordinare i caffè per tutti e far scendere la tensione».
  • Poter sviluppare una qualche consapevolezza su quello che sta accadendo. A un certo punto il mio interlocutore si è fermato e il racconto, da incalzante si è fatto più tranquillo, meno avventuroso, più ameno: «Sentivo che stavo evitando un troncamento netto e repentino, non ero stato scalzato da una posizione di responsabilità, estromesso da un giorno all’altro. Insomma ho avuto modo di pensare con più calma al momento in cui avrei lasciato la multinazionale. Non mi sono trovato alla festa della pensione senza accorgermi, a comprare il vino e i pasticcini la mattina stessa. Ci sono arrivato più rilassato, con qualche progetto per il dopo, perché a dire la verità ero piuttosto preoccupato di cosa sarebbe successo una volta uscito di scena.
    […]

    Effettivamente per me è stata un’esperienza positiva e ha contribuito ad accettare in modo positivo sia il bridge to retirement che l’esclusione dagli organigrammi aziendali, mettendo a disposizione le mie esperienze manageriali e professionali ai nuovi manager “rampanti” in modo costruttivo e in un contesto non di contrapposizione e/o ad ostacolo alla loro carriera».

Mettendo insieme i pezzi a me sembra di capirla così:

  • lasciare senza venire estromessi;
  • cambiare per rimettere in movimento la voglia di conoscere;
  • diminuire la pressione lavorativa senza venir messi da parte;
  • poter mettere a disposizione un patrimonio di esperienze tecniche e anche relazionali;
  • prenderla con un passo meno urgente, potendo prefigurare il futuro;
  • sentire il cambiamento come qualcosa che si può trascorrere, e – in parte – contribuire a determinare.

Attenzione, non sto proponendo una ricetta per tutti (non ne sto proponendo alcuna).

Le rappresentazioni individuali, i mood, i desideri soggettivi contano…
Solo rilancio e considero spunti da un’esperienza, raccontata con gusto, che dalle parole e dal tono mi è sembrata rivissuta con piacere e con il senso di avere fatto una buona esperienza. Per sé, per l’organizzazione di lavoro e, anche, per i colleghi con i quali è stata vissuta.

Tutto qui.

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