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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

T-A-S: quale formazione è utile alle organizzazioni?

Le cose ci cambiano sotto il naso (cambiano e ci cambiano). Se la domanda è come cambia la formazione al tempo delle crisi, allora posso provare a dire quali evoluzioni mi sembra di osservare dal mio (coinvolto) punto di vista.

Lo stato della formazione in poche parole

Le organizzazioni fanno meno formazione: ci sono meno risorse (economiche ed emotive: meno soldi e meno voglia).
La formazione è percepita in modo ambivalente: è utile ed è anche una perdita di tempo (spesso non si è in grado di dire perché funzioni o fallisca).
La formazione è invocata come un’opportunità, per le persone e per le organizzazioni (ma i discorsi scivolano sul buon senso general-generico).

Una tripletta per descrivere lo stato delle cose e i pensieri circolanti…

[lo schematismo è intenzionale]

T

  • Formazione. La formazione è trasmissione di saperi a pacchetto, definiti, ordinati, innestabili, pronti all’uso. Si arriva a confondere la formazione con un processo di formattazione (o di riformattazione), con la speranza manifesta che quello che succede in aula (sic!) si riverberi direttamente nelle unità produttive, nelle aree di intervento, nell’operatività e nella cultura dell’organizzazione.
  • Fruitori (allievi, corsisti…). Vengono in formazione rassegnati, disposti a recitare la loro parte, a condizione di non venire forzati (che sia chiaro: non chiedeteci investimenti emotivi). Spesso la formazione frontale annoia ma rassicura, lascia in pace ma lascia poco, fa perdere tempo ma almeno si tira il fiato, e se il formatore è bravo la si passa in allegria.
  • Fornitori (ops, formatori). Più sono ordinati e chiari e meglio è. Più conoscono il campo di azione delle organizzazioni, maggiori saranno le traduzioni in pratica di concetti teorici. Più sono tecnici esperti maggiore sarà la capacità di rispondere alle domande dei partecipanti. L’asimmetria potenzia l’intento persuasivo (se è un professore dell’università, la saprà certamente lunga) ma non sempre convince (sì, però si vede che non sa nulla di quello che succede nella realtà).

A

  • Formazione. La formazione è spazio di confronto, di ripensamento, di riconsiderazione delle proprie esperienze personali in relazione al lavoro, intersoggettive o che prendono forma nei gruppi di lavoro, che si sviluppano negli spazi organizzativi. Insomma la formazione è riflessione. Con gli annessi e connessi rischi di ritrovarsi in uno sfogatoio.
  • Fruitori (partecipanti pazienti). Se non c’è un accordo preliminare sull’impostazione, le persone convenute segnalano disorientamento, faticano a strutturare coordinate concettuali. E se anche la riflessione è intensa, i partecipanti  segnalano piuttosto la sensazione di venire travolti dal flusso dei pensieri e delle emozioni. A volte, pur apprezzando i momenti di riflessione, manifestano disappunto per una certa dispersività e chiedono che il necessario disordine (che deve essere attraversato per riconsiderare la propria esperienza) non venga lasciato sospeso, affidato alla ricomposizione individuale. La conoscenza attraverso azioni comuni viene espunta. Le sedute di autocoscienza sono forse anche utili, ma non mettono a disposizione una qualche risposta per affrontare l’esigente operatività.
  • Formatori (facilitatori, counsellor?). La formazione tratta di questioni rilevanti, ma con un approccio che sembra mutuato dalla supervisione: la rilettura delle esperienze, in gruppi con aspettative diverse, con interessi disparati e disponibilità contenute fa correre il rischio ai facilitatori di diventare oggetto di irritazioni. Evocare la complessità e non avere mandato, strumenti, spazi per affrontarla, può essere controproducente.

S

  • Formazione. La formazione prova a combinare momenti diversi: la presentazione di schemi concettuali alterna attività individuali, confronto di gruppo, produzione di strumenti, testi, documenti, e inserisce momenti riflessivi per mettere a tema le esperienze professionali e organizzative. L’impostazione di questa formazione mira a collegare informazioni, attività, elaborazioni, riflessioni anche per mezzo della scrittura.
  • Fruitori (partecipanti, produttori?). Ai partecipanti viene proposta un’impostazione simile a quella dei circoli di studio, in cui – a partire dall’esame di conoscenze strutturate – vengono promosse attività pratiche, sperimentazioni, costruzioni parziali di strumenti riutilizzabili nelle organizzazioni di provenienza. L’idea è quella di attivare scambi tra colleghi, forme temporanee di comunità di pratiche per sviluppare ripensamenti e apprendimenti. Nel mix di sollecitazioni vi è un aspetto apprezzato, in grado di consentire anche ad aspettative diverse di trovare terreni comuni e opportunitù di collaborazione.
  • Formatori (conduttori?). A chi conduce viene chiesto di svolgere un lavoro di supporto e di raccordo, servendosi di registri diversi, intrecciando modalità di lavoro, sostenendo produzione circoscritte, promuovendo il ripensamento delle esperienze dei partecipanti. Si tratta di assicurare una conduzione che non travolga – ma piuttosto accompagni – il lavoro individuale e di gruppo, con una certa attenzione mettere in contatto il lavoro che si svolge in formazione con le organizzazioni di provenienza.

 

Naturalmente c’è dell’altro, ma non tutto può essere discusso in un solo post. E tra le tante cose mi piacerebbe raccontare dell’allestimento di uno spazio virtuale di formazione in attesa dell’incontro con i partecipanti, e ragionare del significato che ha la ‘preparazioni d’attesa’, l’entrare in risonanza emotiva con la formazione a venire…

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This entry was posted on 23 February 2012 by in Psicosociologia and tagged , , , , .

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