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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

C’è da imparare dalle aziende di famiglia?

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Lunedì 05 novembre 2012 sul Corriereconomia è uscito – a firma di Fausta Chiesa – un articolo interessante sugli avvicendamenti al vertice delle aziende di famiglia. L’articolo cita due ricerche: uno studio condotto da SYZ Asset Management e uno studio condotto dall’Osservatorio AUB dell’Associazione Aziende Familiari, Unicredit e Bocconi.

Elementi da considerare

Queste le informazioni che ho trovato interessanti:

  • Le aziende a gestione famigliare producono più ricchezza per gli azionisti, fanno più fatturato, sono più performanti in borsa e resistono meglio alla crisi: “registrano differenziali positivi di crescita e redditività”.
  • In Italia le imprese con più di 50 milioni di fatturato sono complessivamente 6.800, di queste 4.000 sono aziende famigliari.
  • Delle 4000 aziende famigliari quasi il 75% hanno leader sopra i 70 anni e nell’arco dei prossimi 10 anni dovranno affrontare il nodo della successione.
  • Le imprese a gestione famigliare sembrano avere assetti di governance arcaici e poco apprezzati dal mercato e dagli studiosi. Ma forse non è così.

Indicazioni (da approfondire)

L’articolo condensa poi una serie di indicazioni rivolte agli imprenditori che guidano aziende di famiglia:

  • Le imprese di famiglia sono più resilienti e performanti perché la loro prospettiva temporale – e quindi le scelte strategiche – è di lungo periodo. I risultati immediati conterebbero meno dei risultati che si consolidano nel tempo.
  • È importante una devoluzione progressiva delle responsabilità gestionali da parte del fondatore verso i componenti della famiglia.
  • È preferibile non inserire amministratori delegati esterni (le aziende che lo hanno fatto hanno avuto performance meno brillanti).
  • È compito del leader in carica avviare per tempo i processi di avvicendamento (nonostante le resistenze psicologiche).
  • È più efficace passare il comando a un solo componente della famiglia [Sarà davvero così? Quali sono i vantaggi e i contraccolpi? I risultati economici bastano a motivare tale scelta?].

Mi chiedo

Identificate le differenze pertinenti… Ci sono spunti che possono interessare le imprese cooperative e le imprese pubbliche?

 .

PS

Nell’articolo c’è un passaggio che potrebbe far sorridere, ma forse è meglio trattenersi e farci un pensiero. Il passaggio è questo: «Il rischio è la successione, anche se sarebbe meglio non chiamarla così. Questa parola ha una connotazione negativa – dice Luigi Consiglio, presidente di GEA -. Si deve piuttosto parlare di una sinergia tra generazioni».

Qualche settimana fa, nell’ambito di un seminario per progettare un cambio di assetto nella governance di una cooperativa sociale ho usato la parola ‘ricambio’ del gruppo dirigente. Ho visto che lì per lì la cosa non aveva prodotto reazioni o disappunti, e ho proseguito. Al termine del seminario, mentre stavo per lasciare la sede dove si era tenuto il seminario, mi ha affiancato una collega che aveva partecipato, e con garbo mi ha detto: «La parola ‘ricambio’ non l’ho apprezzata. Per diversi anni mi sono occupata di avvicendamenti nelle piccole e medie aziende e questa parola era bandita. Gli imprenditori senior – i fondatori di tante imprese – non la tolleravano». «In effetti mi è uscita così…» le ho detto. «Forse avrei dovuto correggermi, ma non ci sono state reazioni particolari e… sono andato avanti». «Be’, ci rifletta…» ha rilanciato salutandomi con un sorriso.

4 comments on “C’è da imparare dalle aziende di famiglia?

  1. pietro
    7 November 2012

    Molto meglio il …ricambio… e non la…. rottamazione.. . Le aziende familiari o famigliari, furono elogiate da Bill Clinton, quando visitò alcune imprese (che allora erano veramente tante) nell’area
    dell’asse Monza-Brianza- Como- Varese.
    A me piace molto l’idea di un’impresa a conduzione parentale, perchè in qualche maniera la sfera del privato viene seriamente condizionata dall’aspetto economico.
    Dire ai propri figli che crescono…vedi la fatica che si prova lavorando.., è un pò autoritario, ma ogni tanto non guasta far saper ai propri parenti mentre si lavora assieme che lì ci sono le risorse per portare benessere all’interno del piccolo gruppo sociale.
    Avvicendamento: mi spaventa un pò, mi sembra un movimento sibillino, non è una vera spallata,ma qualcosa che si insinua….
    Coop sociali: le istituirei stabilmente in quota, negli enti locali, inserendo soggetti svantaggiati o inoccupati. Mi sono laureato a Bologna, e il mondo della cooperazione di allora visto con gli occhi di un 18enne aveva una connotazione sociale molto importante oggi invece….
    Mentre mi piace molto, in certi momenti del proprio lavoro,la parola formazione, lavoro di gruppo,
    equipè.
    Uomini soli al comando? salvatori della patria? tecnici esasperati? ghe pensi mì? sono frutto di una classe politica sul viale del tramonto che non ha nulla da dire al mondo del lavoro.

  2. Maria Teresa
    6 November 2012

    Devo ammettere che nemmeno a me piace molto “ricambio”… i suoi sinonimi, é vero, sono ‘contraccambio, cambio, restituzione’ … ma anche ‘rotazione, avvicendamento, alternanza,
    turnover’. Cosa evocano i secondi rispetto ai primi? Inoltre a me la parola ‘ricambio’ fa venire in mente la sostituzione di un pezzo meccanico (che va a sostituire quello rotto). E chi ha voglia di sentirsi un pezzo rotto o consunto (anche se la metafora non é in certe situazioni lontana dalla realtà)? Trovo molto bella la definizione “sinergie tra generazioni”.

    Per gli spunti sul pubblico: non saprei con certezza… io bazzico l’ambiente aziendale, soprattutto proprio le imprese di famiglia. Penso che la prima, seconda e quarta indicazione che hai elencato (prospettiva temporale, devoluzione progressiva della responsabilità e avviamento dei processi di avvicendamento da parte del leader) possano e debbano funzionare anche nel pubblico.

  3. ovittorio
    6 November 2012

    …per una coop sociale l’avvicendamento dovrebbe essere ‘naturale’, in quanto l’assetto proprietario è distribuito, diffuso, intercambiabile. Nella realtà non è così e adesso stanno arrivando alla soglia dei 60 i ragazzi delle cooperative di 25, 30 anni fa. E mò?
    e tutti quei trentaquarantenni fermi lì sotto (?!) a fare i coordinatori (al massimo!)? cosa succederà quando il ricambio (oddio!!) sarà reale? fiato caldo e non più svirgolamento semantico?
    vittorio

    • mainograz
      6 November 2012

      Già, cosa succederà?
      Sicuri che funzionerà un modello da ‘un uomo solo al comando’?
      Sicuri che non c’è da lavorare sulle competenze imprenditoriali un po’ più diffuse?
      …?

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