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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Exxxagggerrrattting Twitting (#SWL)

Exagerating Twitter.

Twitter, nella sua essenzialità, è un media non così facile da usare. Alla ricerca di un confronto, condivido alcune osservazioni recenti su comportamenti comunicativi e sulle tecnicalità/accortezze per essere efficaci nell’uso di Twitter.

Quando troppo è troppo

Nei giorni scorsi ho notato che alcune organizzazioni di rappresentanza (nell’area della cooperazione e della scuola) alcune organizzazioni culturali (università e musei) esagerano. Queste le azioni che trovo disturbanti e non immediatamente comprensibili:

  • Rafficare. Il profilo innonda di messaggi in tempo brevissimo tempo, con un effetto straripamento.
  • Affastellare. Non solo i tweet vengono lanciati in quantità eccessiva nel giro di pochi minuti, ma su temi scollegati, non riconducibili a una intenzionalità comunicativa unitaria, o almeno afferrabile.
  • Andare fuori tema. I contenuti dei tweet sono distanti dalla sfera di interessi o di azione dell’organizzazione che li lancia, si tratta di qualcosa che sta tra l’off topics e il generalismo dispersivo. Non solo confusione, ma anche dispersione.
  • Spiazzare. Chi legge si chiede se ha senso continuare a seguire il profilo, i contenuti proposti sono lontani dalle aspettative dei lettori/followers (una sorta di fuori fuoco comunicativo, reso fastidioso dalla intermittenza tra argomenti interessanti e argomenti irrilevanti).

Ragioni ipotizzabili

Mi chiedo quali diverse ragioni e interferenti ragioni si possono ipotizzare per spiegare il twitting-straripamento. Queste quelle che mi vengono in mente:

  • Naïveté. Chi cura la comunicazione non ha esperienza (e l’entusiasmo neofita può giocare brutti scherzi), avendo scoperto da poco il mezzo, non ne conoscono le logiche intrinseche, e finiscono per lasciarsi travolgere dalla passione. Mossi dal desiderio di rendersi visibili, si fanno insistenti e finiscono per infastidire con simpatica petulanza.
  • No policy. Mancando di un piano editoriale, si finisce per non avere cose da dire o non avere una linea di azione, ed ecco che si rilancia ciò all’impronta pare di qualche interesse.
  • No staff. Potrebbe mancare una redazione (come staff o come idea). Se nessuno raccoglie, seleziona, ordina, riconfeziona o produce contenuti pertinenti e di interesse per i followers, si finisce per rilanciare quello che capita o che ci arriva.
  • Dimenticarsi dei propri followers genera comunicazioni altalenanti. La scarsa conoscenza delle caratteristiche e delle attese dei destinatari, non aver tracciato interessi e gusti dei lettori/ followers espone al rischio dell’irrilevanza.
  • Overexposure. A volte (passa, poi torna, poi passa ancora) si può soffrire di esibizionismo. Sintomo sono i messaggi comprensibili alle persone taggate, oscuri di contro agli astanti lettori attoniti (lo noto e noto che capita anche a me).
  • Lack time. La persona o le persone che curano la pubblicazione ha una finestra di tempo definita e limitata per pubblicare, non mette in programmazione o non si serve di un servizio di programmazione, così succede che alle undici del mattino partono dieci post sconclusionati che si perdono nell’inarrestabile flusso dei tweet.

Naturalmente

Non sono certo che il mio fastidio (e le considerazioni che ne sono nate) possa essere eletto a fastidio generale.
E vorrei anche dire che il twitting-profluvio non fa confuso con il live-twitting, azione comunicativa non semplice, che merita un approfondimento a sé.

 

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