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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Per scegliere le tecniche di partecipazione

Le tecniche aiutano a promuovere partecipazione, ma la partecipazione non è solo tecniche di facilitazione (benché a volte queste occupino la scena). La partecipazione – anche nei microprocessi – richiede un lavoro di regia più articolato (prima, durante, dopo).
In questo post l’attenzione è rivolta alla fase di preparazione di attività che si vogliono partecipate. In particolare – non volendo implicare che le tecniche siano i principali fattori di una partecipazione efficace (e percepita tale) – proviamo a considerare quali altri ingredienti non debbano essere trascurati.

1. Prima delle tecniche

Sappiamo che la partecipazione è un processo. La sua intensità, l’ampiezza del coinvolgimento, il grado di collaborazione, la capacità di esprimere orientamenti, fornire indirizzi o produrre decisioni possono variare notevolmente determinando forme di partecipazione anche molto differenti. Proprio per questo un lavoro di regia a più mani, di cura dei microprocessi di preparazione (prima), di conduzione (durante) e di restituzione (dopo) è essenziale (qui siamo in presenza di un ingrediente fondamentale).

1.1. Lavoro di regia a più mani

Per realizzare attività (momenti di lavoro, seminari, laboratori, cicli di incontri formativi, percorsi di consulenza) partecipate è necessario rappresentarsi e intraprendere un preliminare lavoro di regia a più mani. Si tratta di un lavoro di preparazione, condotto dal ristretto gruppo operativo. Una o due persone che hanno – o si assumono – il compito di prepare condizioni di lavoro accoglienti, che pensano al luogo, agli inviti e ai promemoria, ai materiali, a preparare, come vedremo un piano di lavoro. A volte di questa avanguardia operativa fanno parte i formatori o i consulenti chiamati a facilitare o a condurre il momento di lavoro. Un lavoro di preparazione non necessariamente in presenza, non necessariamente ordinato, fatto di contatti telefonici, di mail, di documenti condivisi in Drive o di Skype per considerare gli aspetti che seguono:

  • le domande, le attese che motivano l’incontro (o gli incontri);
  • le informazioni sul contesto, sulle questioni in gioco, sulle condizioni da non trascurare, sulle dinamiche profonde ed emergenti;
  • le caratteristiche dei partecipanti, le loro (prefigurabili) suscettibilità e le loro (immaginabili) disponibilità, competenze, interessi in gioco, vincoli o eventuali conflittualità;
  • le risorse (persone, tempo, spazi, strumenti) che servono, che si hanno (o non si hanno) a disposizione.

1.2. Analisi della domanda

Dicevamo del lavoro di co-regia: un primo aspetto da considerare sono le richieste (esplicite e implicite) dei promotori e/o dei committenti, dei partecipanti, e di eventuali altri interlocutori significativi. Se non si chiariscono le attese e le mete, la progettazione del singolo momento di lavoro o del ciclo di incontri risulta mancante della cornice di senso che aiuta identificare le tecniche di facilitazione più adatte. Le tecniche saranno dunque l’esito di un lavoro di articolazione e ricomposizione di attese, informazioni sul contesto, caratteristiche dei partecipanti, risorse disponibili.

1.3. Analisi delle informazioni di contesto

Ciò che si aspettano gli interlocutori va compreso, illuminato, alla luce di (maggiori) informazioni di contesto. Si tratta di raccogliere e passare in rassegna materiali già prodotti che si presentano nelle forme più diverse. Si tratta di acquisire informazioni da internet e considerare documenti di lavoro prodotti in percorsi precedenti o paralleli, di rileggere le mail di ingaggio e i documenti che chi commissione o promuove l’intervento ha nel tempo redatto. Cosa estrarre da questa lettura orientata? Elementi per collocare, potenziare, orientare la proposta di partecipazione, affinché produca esiti apprezzabili, non sia dispersiva, non produca inutili frizioni, consenta a chi vi partecipa di portare contributi costruttivi.

1.4. Analisi dei partecipanti

Chi prenderà parte all’incontro? Sarà un incontro ad inviti? Sarà un incontro aperto? Già queste due modalità aprono a riflessioni diverse: in un caso si tratta di considerare chi invitare, secondo quali criteri e intenzionalità; nel secondo caso di immaginare quali modalità di promozione per favorire le presenze che si ritengono importanti. Cosa sappiamo delle persone la presenza delle quali viene ricercata? e cosa sappiamo delle loro organizzazioni di provenienza, o dei territori, o della loro rappresentatività? La proposta di partecipazione e quindi le tecniche terranno conto del fatto che le persone convenute (non) si conoscono, che hanno poco tempo, che potranno assicurare alcuni una presenza fugace, altri una presenza continuativa? Chi farà gli onori di casa, chi introdurrà, chi condurrà? Queste e altre domande vanno considerate. E non spaventi l’apparente quantità di questioni: nella pratica tutto si svolge come in un flusso di scambi fra le persone che compongono il gruppo di regia impegnato nella progettazione di dettaglio.

1.5. Analisi delle risorse

Le tecniche stesse sono risorse, e un repertorio ampio e collaudato può dare lo spunto per tracciare una prima ipotesi di conduzione e dando una prima forma ad un’ipotesi di lavoro da sottoporre a considerazione e di rilettura. Ma le tecniche non sono le uniche risorse da passare in rassegna. È necessario considerare anche altre risorse che possono essere messe in campo: dove lavoreranno le persone convenute? In quali tempi? Quali possibilità di promuovere la partecipazione? Chi condurrà il momento di lavoro (o i momenti di lavoro) e restituirà quanto emergerà? L’esame delle risorse disponibili si intreccia con l’esame del profilo dei partecipanti, delle informazioni disponibili o recuperabili, con obiettivi e attese degli attori in gioco a formare l’insieme degli elementi da considerare per definire un piano di conduzione/facilitazione.

2. Esiti del lavoro di microprogettazione

Il lavoro di co-progettazione (a volte apparentemente caotico, spesso discontinuo e ricorsivo) sviluppato dal gruppo di regia (o di coordinamento) dell’iniziativa di partecipazione ha un esito: il piano di lavoro dell’iniziativa partecipata o il piano di conduzione del singolo momento (in genere in un ciclo di incontri si riserva sempre un passaggio di co-progettazione esecutiva per singolo incontro).
Esito è dunque la possibilità di esplicitare gli obiettivi dell’incontro, il piano delle attività proposte (la scaletta) e la modalità di realizzazione (entrano qui in gioco le tecniche scelte per essere proposte).

Un pensiero che circola, più o meno espresso (e che vale la pena considerare un esito del lavoro di progettazione) è che qualcosa potrebbe non funzionare, qualcosa potrebbe sfuggire, qualche elemento da considerare non essere disponibile o essere sfuggito alla valutazione: la domanda è – ancora una volta – cosa potrebbe andare storto? Con questo leggero stato di allerta si procede ai passi successivi che sono la la predisposizione della lettera (o mail di ) convocazione, alla verifica degli spazi che verranno usati, alla disponibilità dei materiali, ad eventuali chiamate di rammemorazione (sempre che non siano percepite come invadenti).

3. Riferimenti

Marco Cau e Graziano Maino (a cura di), Kit per progettare in partnership: metodi, tecniche, strumenti, Non Profit Network – Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Trento, 2016.

Marco Cau e Graziano Maino (a cura di), Progettare in partnership. Idee e strumenti per collaborazioni cross-sector tra organizzazioni nonprofit, imprese, enti pubblici e gruppi informali di cittadini, Maggioli, 2017.

Graziano Maino, “Partecipare è una questione di tecniche?”, Flaviano Zandonai e altri (a cura di), in Tornare ad investire, Albo del XIII Workshop sull’impresa sociale, 2015, pp 71-76.

Graziano Maino, “Il design dell’accoglienza nei processi di partecipazione“, 15 gennaio 2017.

Graziano Maino, “Coinvolgere è un lavoro paziente”, in Mainograz, 15 novembre 2016.

 

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