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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Elena Guerini, ospite della settimana 5/2013

Elena Guerini sul lago di Concord, vicino a Boston, dove ha vissuto Henry David Thoreau

Elena Guerini sul lago Concord, vicino a Boston, dove ha vissuto Henry David Thoreau

Riprendiamoci la parola

La cultura orale del racconto, dopo avere dominato per secoli, sta scomparendo lentamente: qualche idea sul perché e sul come dovremmo recuperarla. 

Il patrimonio culturale della nostra penisola è una ricchezza che sbalordisce anche gli appetiti più esigenti: i templi di Agrigento, i Musei Vaticani e gli Uffizi, la torre pendente, le calli veneziane e l’arena di Verona, Dante Alighieri e Giacomo Leopardi… Tutto questo e molto, moltissimo altro percorre da Nord a Sud l’Italia, come un fiume carsico traboccante d’oro, talmente prezioso e smisurato da rendere sempre insufficienti le risorse (pubbliche e private) investite per valorizzarlo e conservarlo in modo adeguato.

Esiste tuttavia una forma di cultura altrettanto vasta che, oltre a condividere le mancanze economico-organizzative di quella considerata “ufficiale”, risente anche dell’esclusione dal circuito canonico dei beni culturali: una cultura che raramente ha avuto accesso ai musei o alle sponsorizzazioni, che non è mai salva proprio perché non è mai ferma, o “fermabile”, perché la sua fragile bellezza sta proprio nell’essere per definizione cangiante e nel poter sopravvivere soltanto nel passaggio da una bocca all’altra: la cultura del racconto.

Per gran parte della storia umana, l’espressione orale ha occupato senza dubbio una posizione privilegiata. Dobbiamo a Socrate il riconoscimento dell’importanza del discorso orale: se la verità non è qualcosa di immobile che si possiede una volta per tutte bensì un’attività che si costruisce in divenire, è proprio nel dialogo tra le persone, nello scambio vivo ed interattivo, che questa ricerca può essere pienamente svolta. Ma anche al di là di Socrate e dell’importanza che la cultura greca imputava all’esposizione retorica pubblica, certamente il raccontare è stato il mezzo di cui innumerevoli generazioni si sono servite per tramandare la storia, o meglio le storie. Non tutti i racconti infatti avevano la possibilità di arrivare ai libri, ad essere depositati in forma perpetua. Per la maggior parte delle persone, i modi per poter ricordare efficacemente erano prevalentemente di due tipi: da un lato la ripetizione quotidiana dei gesti, che doveva aiutare a salvare la conoscenza, a non lasciare morire tutte quelle informazioni accumulatesi nel tempo con l’esperienza, con i tentativi e gli errori. Come conservare i cibi, come mungere una mucca, come intrecciare la paglia, come riparare o riutilizzare dei tessuti, sono soltanto alcuni esempi di questo prezioso patrimonio legato alla sfera dell’economia domestica. Dall’altro lato, e in tutte le sue infinite varianti, la voce. Che si tratti dei giullari di corte del Rinascimento o dei bravi narratori che intrattenevano adulti e bambini raccolti nelle stalle durante le fredde sere invernali, le storie sono sempre state narrate per gli altri in presenza: le favole e le fiabe, i miti, le leggende, i racconti a sfondo religioso, e poi le canzoni, gli scioglilingua, i proverbi; ma un ruolo insostituibile ce l’hanno senz’altro i racconti di vita e le testimonianze dirette: narrare e ri-narrare le esperienze vissute da sé, dai propri amici o antenati ha rappresentato la via privilegiata del fare storia e del testimoniare, oltre che un modo a disposizione di chi fosse stato vittima di situazioni molto dolorose per elaborare l’evento riportandolo al reale. Molti dei superstiti alle atrocità del secolo scorso, prima fra tutte i campi di concentramento o di sterminio, esprimevano spesso la loro angoscia e il loro bisogno di riguardare in volto l’inenarrabile proprio raccontando ripetutamente frammenti del loro vissuto, in una sorta di “ossessione” per il racconto che doveva in qualche modo aiutare ad esorcizzare la sofferenza, condividerla con gli altri e tentare di arginarla descrivendola. Del resto, è proprio narrando la propria storia che ci si espone all’altro, che ce la “rimanda” provvista di senso: i pezzi del puzzle della nostra vita rimarrebbero segmenti incongruenti e frammentari, se la presenza di qualcuno che ci ascolta non contribuisse a far affiorare una forma di senso compiuto al nostro percorso. Non importa quanto tale forma risulti oggettiva bensì il fatto di poterla riconoscere, guardare, nominare.

Nella società occidentale contemporanea è fortemente diminuito l’uso di questo preziosissimo modo relazionale. La diffusione ingombrante del materiale scritto ha contribuito a caricarci dell’abbagliante illusione che la memoria orale sia una pratica superflua, in qualche modo minore, e che il raccontarsi richieda troppo tempo o sia quanto meno rimpiazzabile. Al contrario è urgente riprendere coscienza della sua insostituibilità e così reintrodurre tale pratica in modo diffuso, spontaneo e quotidiano, se non addirittura all’interno dei percorsi scolastici o di quei progetti che ruotano intorno alle banche del tempo: questa nuova forma di solidarietà sociale, nella quale lo scambio di saperi ed esperienze avviene utilizzando il tempo e non il denaro, potrebbe rappresentare una buona via per esercitare e diffondere la pratica preziosissima e potente dell’oralità. Come sostiene Hannah Arendt nel suo Vita activa, il prendere la parola è un gesto pienamente politico, non meno incisivo ed efficace di quello che potrebbe compiere un eroe omerico con le sue gesta. La parola sta proprio su quella membrana sottile attraverso cui la sfera privata diventa a pieno titolo pubblica, ed è proprio questo prendere parola che ha costituito uno dei punti fondamentali dei gruppi di autocoscienza femminili degli anni ’70: partire da sé, condividendo la propria esperienza con le altre donne e rendendola ascoltabile ed estrinseca, è stata la via privilegiata per portare sul piano politico molti dei temi che fino ad allora erano stati relegati senza appello alla sfera privata, come la questione dell’aborto, della contraccezione, delle violenze di genere palesi o sottili.
Non lasciamo che tale pratica vada persa: ricominciamo a raccontarci!

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Elena Guerini

Sono nata 29 anni fa in un piccolo paese sul Lago d’Iseo.
Ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia Politica a Verona, approfondendo le tematiche del pensiero femminista e le teorie sulla guerra giusta.
Dopo un anno a New York dove ho svolto il servizio civile nazionale all’estero, collaboro con il Patronato ACLI presso la sede di Brescia.

One comment on “Elena Guerini, ospite della settimana 5/2013

  1. Davide Vassallo
    29 January 2013

    Un post molto suggestivo che sollecita diverse riflessioni.
    In primo luogo l’oralità: qualche decennio fa si parlava molto, a propostito dei Mass Media, di “oralità di ritorno”, ma nel termine non veniva compresa la sfumatura, essenziale e sottolineata nel tuo post, della dialogicità.
    Forse il successo dei social network è anche legato alla ricerca di forme ibride (lo scritto con elementi di oralità) che consenta un recupero di dialogo e interazione.
    Ciò che, invece, non è recuperabile in termini di mero canale o media comunicativo (scritto o orale, social o no) è il potere del racconto: strumento di attribuzione di senso e di ordinamento dell’esperienza individuale e collettiva.
    Il suo declino è legato alla difficoltà di attribuire dei significati alla realtà che viviamo e trovo interessante la via che indichi: provare a tornare a costruire narrazioni collettive (e forse quelle politiche sono quelle più grandi inventate dall’uomo, assieme a quelle religiose) partendo dalla narrazione del vissuto quotidiano.

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