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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Arminio e Cosimo: successione è dis/continuità

Seconda puntata (e secondo post). Di nuovo il barone Arminio di Rondò. Di nuovo Cosimo suo figlio, sei anni dopo, diciottenne. Le pagine considerate sono tratte dalla parte finale del capitolo XIV (pp. 130-132, Italo Calvino, Il barone rampante, Mondadori, 1993, edizione originale 1957).

E di nuovo sottolineo i passaggi utili alle mie argomentazioni scomponendo il brano in quattro scansioni:

  1. La prima sintetizza gli avvenimenti che precedono e introduce il secondo incontro tra padre e figlio: la fama di Cosimo supera l’alterità stravagante.
  2. La seconda chiama in scena i genitori, mette da parte la madre (per lei neppure Calvino può ormai intervenire) e restituisce spazio di azione al padre.
  3. La terza descrive l’incontro tra padre e figlio, la ripresa del dialogo e il tentativo parzialmente riuscito di chiarimento: le scelte possono avere letture diverse, non necessariamente contrapposte. Coesistenti piuttosto. A tema i fondamenti e la responsabilità nell’esercizio dell’autorità.
  4. La quarta presenta la formalizzazione del passaggio di consegne e il commiato definitivo tra padre e figlio.

Immagine e reputazione

In quel tempo non si sentiva che dir bene di mio fratello, a Ombrosa. Anche a casa nostra giungevano queste voci favorevoli, questi: «Però, è così bravo», «Però, certe cose le fa bene», col tono di chi vuol fare apprezzamenti obiettivi su persona di diversa religione, o di partito contrario, e vuol mostrarsi di mente così aperta da comprendere anche le idee più lontane dalle proprie.

Nelle pagine precedenti troviamo il celebre passo sul senso del consociarsi per il bene di tutti e di ciascuno. Cosimo è promotore di associazione di difesa dell’interesse collettivo e del territorio. Insomma Cosimo barone di Rondò è il fondatore della protezione civile [secondo me sugli stemmi dovrebbe campeggiare la sua figura che scruta l’orizzonte dall’alto di un castagno]. Ma Calvino non indulge nell’ideologia e nella retorica e manda un messaggio (il libro esce nel 1957 ad un certo numero di amici suoi che militavano allora in un importante partito italiano, ma questa è un’altra storia e non è vi qui lo spazio per una digressione). In ogni caso Cosimo è apprezzato e rispettato. L’intelligenza e l’utilità dei suoi interventi si impongono e sopravanzano le scelte individuali e le differenze, che, all’avvicinarsi dei pericoli, perdono di peso e di senso.

Sensibilità diverse

Le reazioni della Generalessa a queste notizie erano brusche e sommarie. – Hanno armi? – chiedeva, quando le parlavano della guardia contro gli incendi messa insieme da Cosimo, – fanno gli esercizi? – perché lei già pensava alla costituzione d’una milizia armata che potesse, nel caso d’una guerra, prender parte a operazioni militari.
Nostro padre invece stava a sentire in silenzio, scuotendo la testa che non si capiva se ogni notizia su quel figlio gli giungesse dolorosa o se invece annuisse, toccato da un fondo di lusinga, non aspettando altro che di poter tornare a sperare in lui. Doveva essere così, a quest’ultimo modo, perché dopo qualche giorno montò a cavallo e andò a cercarlo.

Due sensibilità diverse. Nulla di strano. Capita che i punti di vista dei genitori sui figli divergano e di molto anche. Per la verità Calvino sembra trasgredire e mescolare elementi ascrivibili ai codici paterni e materni. Segnata dall’infanzia trascorsa al seguito del generale suo padre, la madre di Cosimo è fissa nelle sue coordinate esistenziali. Lasciamola al suo destino. Il padre medita sui racconti delle azioni di Cosimo, sino a che, presa la decisione di sfidare il rischio di un contatto doloroso e irrisolto, si mette in viaggio per raggiungerlo e parlare direttamente con Cosimo.

Dei doveri e del potere

Fu un luogo aperto, dove s’incontrarono, con una fila d’alberelli intorno. Il Barone girò il cavallo in su e in giù due o tre volte, senza guardare il figlio, ma l’aveva visto. Il ragazzo dall’ultima pianta, salto a salto, venne su piante sempre più vicine. Quando fu davanti al padre si cavò il cappello di paglia (che d’estate sostituiva al berretto di gatto selvatico) e disse: – Buongiorno, signor padre.
– Buongiorno, figlio.
– Sta ella bene?
– Compatibilmente agli anni e ai dispiaceri.
– Godo di vederla valente.
– Così voglio dire di te, Cosimo. Ho sentito che ti adoperi pel vantaggio comune.
– Ho a cuore la salvaguardia delle foreste dove vivo, signor padre.
– Sai che un tratto del bosco è di nostra proprietà, ereditato dalla tua povera nonna Elisabetta buonanima?
– Sì, signor padre. In località Belrìo. Vi crescono trenta castagni, ventidue faggi, otto pini e un acero. Ho copia di tutte le mappe catastali. È appunto come membro di famiglia proprietaria di boschi che ho voluto consociare tutti gli interessati a conservarli.
– Già, – disse il Barone, accogliendo favorevolmente la risposta. Ma aggiunse: – Mi dicono sia un’associazione di fornai, ortolani e maniscalchi.
– Anche, signor padre. Di tutte le professioni, purché oneste.
– Tu sai che potresti comandare alla nobiltà vassalla col titolo di duca?
– So che quando ho più idee degli altri, do agli altri queste idee, se le accettano; e questo è comandare.

Un secondo incontro tra padre e figlio. Le cose nel frattempo sono andate avanti, sono passati sei anni e Cosimo non è più un adolescente ribelle.

Non c’è rancore nel saluto, semmai imbarazzo. Certamente rispetto. Il padre per la seconda volta va a cercare il figlio, ma senza invadenza (e curando di non sminuire le posizioni di entrambi. Di nuovo esprit de finesse). Lo vede e lo aspetta. Non parla per primo, lascia a Cosimo la parola. Cosimo saluta con riguardo. Il barone Arminio risponde, non usa il voi (come nel primo incontro) e va subito al punto.

Quali sono i riferimenti di valore che il barone padre cita? Il bene comune. Cosimo scarta e afferma di curare i propri interessi: senza alberi non vi sarebbe libertà, svanirebbe il dominio intermedio tra terra e cielo. Un pezzo di bosco è di proprietà della casata dei Rondò e quindi il barone padre rimarca la cura per l’interesse della famiglia. Cosimo risponde che in quanto proprietario fra altri, ha titolo di promuovere l’alleanza a tutela del patrimonio. Arminio sottolinea che si tratta di una consociazione con uomini privi di titoli di nobiltà, appartenenti ad un altro ordine sociale. Cosimo rimarca che si tratta di persone appartenenti a ordini professionali, persone degne di rispetto perché oneste. Arminio ricorda doveri di comando per superiorità di classe. Cosimo chiarisce che l’autorità è l’esercizio di un potere regolato, che si fonda su ragioni e limitato dal consenso.

Doveri verso il bene comune, doveri verso gli interessi personali, doveri verso le proprietà avite, doveri in quanto uguali, doveri di comando, doveri di consenso. Un vero slalom, un’escalation, rimbalzi… Di nuovo si incontrano viso a viso due concezioni del mondo. Apparentemente divergenti e irriducibili. Ordine e partecipazione, superiorità per nascita, individualismo per scelta.

Il barone Arminio con moderata forza sembra voler difendere le tradizioni secolari. Cosimo contiene la proposta di cambiamento nell’alveo della misura. La polemica è da evitarsi. Si possono esprimere le posizioni, ma senza aggressività e svalutazione dell’interlocutore.

Il salto di paradigma culturale però appare compiersi. Ma la dialettica non ostracizza l’altro. In questo scambio si compie forse una transizione generazionale e relazionale tra padre e figlio: il Barone Arminio e il figlio Cosimo a lungo hanno inconsapevolmente preparato questo cambio della guardia. Cosimo è in grado di argomentare le sue scelte; suo padre, il barone Arminio, di ascoltare, di trattenersi, di trovare elementi per poterle comprendere.
La natura (e l’assenza di testimoni) sottolineano questa volta una tensione verso la comprensione (che può mancare, ma che si compie proprio se l’intenzionalità non viene meno).

L’investitura e l’addio

«E per comandare, oggigiorno, s’usa star sugli alberi?» aveva sulla punta della lingua il Barone. Ma a che valeva tirar ancora in ballo quella storia? Sospirò, assorto nei suoi pensieri. Poi si sciolse la cinta cui era appesa la sua spada. – Hai diciott’anni… È tempo che ti si consideri un adulto… Io non avrò più molto da vivere… – e reggeva la spada piatta con le due mani. – Ricordi d’essere Barone di Rondò?
– Sì, signor padre, ricordo il mio nome.
– Vorrai essere degno del nome e del titolo che porti?
– Cercherò d’esser più degno che posso del nome d’uomo, e lo sarò così d’ogni suo attributo.
– Tieni questa spada, la mia spada -. S’alzò sulle staffe, Cosimo s’abbassò sul ramo e il Barone arrivò a cingergliela.
– Grazie, signor padre… Le prometto che ne farò buon uso.
– Addio, figlio mio -. Il Barone voltò il cavallo, diede un breve tratto di redini, cavalcò via lentamente.
Cosimo stette un momento a pensare se non doveva fargli il saluto con la spada, poi rifletté che il padre glie l’aveva data perché gli servisse da difesa, non per fare delle mosse da parata, e la tenne nel fodero.

Non tutti i conflitti sono rotture. Non tutte le scelte sono distruttrici. Non tutte le discontinuità sono negazioni o svalorizzazioni.

Commiato si compie e con esso il rito medievale del passaggio dei poteri. La relazione tra padre e figlio continua (nel distacco). Quale che sia la scelta di vita il primogenito attende ai suoi doveri e il passaggio di responsabilità è sancito con la cerimonia dell’investitura. Il rischio dell’incomprensione radicale sfiora Cosimo che è sul punto di sguainare la spada rispondendo con un colpo di teatro. Prevale la ragione, non necessariamente la comprensione profonda di quello che è accaduto.

Considerazioni

Senza che vi siano contemporaneamente continuità e discontinuità non vi può essere successione. La sola continuità implica ripetizione, conservazione, irrigidimento nei confini di un modello. La sola discontinuità implica interruzione, a volte rottura, distacco, separazione. Le successioni sono davvero così prosecuzioni e innovazioni?

Dalla letteratura tecnico-accademica sappiamo di passaggi che si compiono. In prevalenza si studiano e si documentano casi di successo. Sappiamo meno di impasse, scontri, separazioni scomposte, affondamenti, ritiri, distruzioni.
Eppure qualcosa da conoscere potrebbe esserci.

PS

Una testimonianza…

D. Può descrivere di cosa si occupa l’azienda in cui lavora? 
R. Progettazione e costruzione impianti per la depurazione delle acque.

D. Pensando alla sua esperienza in tema di avvicendamenti nelle posizioni di vertice può raccontare un episodio significativo? 
R. Dopo i primi cinque anni di esperienza di lavoro aziendale ho trovato che il responsabile di allora del reparto tecnico, presso di noi da 18 anni, cercava di impedire la mia crescita professionale.

D. L’azienda in cui lavora è interessata da un passaggio di autorità o lo è stata in passato?
R. Il passaggio di autorità è in corso, sto cercando di portarlo a termine in maniera non traumatica, questo però a svantaggio dell’efficienza aziendale. Deve essere cambiato il metodo di lavoro attraverso un avvicendamento di personale responsabile ma il via a questo processo crea attriti tra me e mio zio che è comunque presente in azienda.

D. Qual è il suo vissuto rispetto a questa transizione? 
R. Questo mi procura un senso di immobilizzazione che mi opprime.

D. Quale metafora userebbe per descrivere gli avvicendamenti di autorità che interessano la sua azienda?
R. La situazione è paragonabile a quando si cerca di avere due risultati incompatibili tra di loro e cioè rendere indolore un passaggio che lo è per definizione. Perché qualsiasi decisione il nuovo prende va sicuramente a modificare qualcosa di esistente creato dal precedente che riteneva valida e frutto del proprio massimo impegno e se si è in condizioni di stretta parentela, questo può risultare istintivamente doloroso anche se ponderandolo questo aspetto in seconda battuta si attutisce.   

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