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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Innovare. Un imperativo?

Innovare: cambiare, fare, introdurre qualcosa che non c’è ancora. Innovare cioè rendere qualcosa che già esiste nuovo: cambiare e conservare, rinnovare, rigenerare. Una o l’altra polarità, o entrambe? In che accezione, con quale sottolineatura o sfumatura (imperativa, suadente, incidentale) usiamo il termine? Con quali implicazioni? A vantaggio di chi?

Universitas, buone idee, apparentemente semplici…
Prendo spunto da un breve articolo divulgativo ““L’identikit delle imprese che resistono”, pubblicato sull’ultima pagina del numero 3 del marzo 2010 di Via Sarfatti 25, newsletter promozionale, che l’Università Bocconi invia al suo vasto indirizzario di contatti.
[Il titolo della testata mutua il nome da indirizzo e civico della sede della prestigiosa università milanese.
Il sottotitolo ci colloca immediatamente nel tema perché recita così: università bocconi, officina di idee e innovazione (rigorosamente in minuscolo in omaggio al minimalismo imperante, pure soft urban style).
Un sottotitolo ad effetto, che va di corsa, quasi troppo in fretta, e in un modo particolare. Chissa perché…]

L’articolo attiva alcune considerazioni sia per i contenuti e sia per l’occhiello che richiama il succo del discorso (quasi un viatico o una profezia): “innovare in modo occasionale significa garantirsi solo brevi periodi di vantaggio”. Nella sostanza la tesi che si sostiene è che per non soccombere è necessario investire sistematicamente in ricerca e sviuppo (cioè porsi obiettivi di innovazione non occasionali).

Innovare, cioè conoscere
L’università come luogo per antonomasia dell’innovazione. Ricercare, conoscere, cioè innovare. Questa credo sia una parte dell’equazione implicita (del sottotitolo). In effetti la produzione di nuova conoscenza attraverso la ricerca sembra essere la via per produrre (indurre) forme di cambiamento inedite, per costruire innovazione. Ci sarebbero dunque officine dell’innovazione, luoghi dove l’innovazione si fa, si fabbrica. E su questa prima ipotesi si può discutere.

Dico una e penso a molte
A dispetto dell’evidenza implicita, innovazione è un termine polisemico. Parlare di innovazione è un modo per sollecitare un nuovo adattamento al contesto mutato, un modo appealing e garbato per indicare (indurre?) l’esigenza di cambiamenti? Parlare di innovazione è un modo per segnalare l’esigenza di cambiare la realtà, quando non sembra corrispondere alle nostre aspettative? Innovazione è forse un termine declinabile al plurale: se parlassimo di innovazioni quel poco di irritante che c’è nel plurale forse ci indurrebbe ad innalzare a soglia di attenzione e di accortezza?

Domande
Che rapporto c’è tra cambiamento e innovazione? Come la più parte delle parole d’ordine che si succedono nell’occupare la scena, parole che coagulano in un termine la ricchezza di analisi e dibattiti, esse chiedono di passare dallo stato general-generico in cui i discorsi pubblici le innalzano a quello di indicazioni prendibili dalle organizzazioni e dai gruppi di lavoro. È sufficiente prescrivere il bene perché sia agevole perseguirlo? Come mai si parla tanto diffusamente di innovazione? Che immaginario collettivo viene costruito lanciando questa programma di lavoro? Che rapporto c’è, appunto, tra innovazione e cambiamento?

Rappresentazioni
Anche nel caso del termine ‘innovazione’ è necessario un lavoro di chiarificazione, che ne espliciti le possibilità d’uso e i contenuti di pensiero che nelle diverse rappresentazioni vengono immesse, in relazione al contesto, ai soggetti, agli oggetti e ai modi di impiego.

Per Paolo Jedlowski, in “Senso comune, esperienza e innovazione sociale” (saggio pubblicato nella raccolta Fogli nella valigia. Sociologia, cultura, vita quotidiana, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 57-68) innovare significa introdurre qualcosa di nuovo che porta vantaggi e miglioramenti.

Per René Girard invece in “Innovazione e ripetizione” (saggio inserito nel volume La voce inascoltata della realtà, Adelphi, 2006, pp. 241-259) innovare può anche significare tornare alle origini: rinnovare, rendere qualcosa nuovo ritrovando e dando nuova vita a ciò che si è corrotto, deturpato, svilito. Cambiare qualcosa che, per chi fa la proposta di innovazione non è adeguato, efficace, produttivo. Non semplicemente migliorare qualcosa che potrebbe essere accettato o accolto, ma superare deficienze, inadeguatezze, limiti, inefficienze, e in generale condizioni che si giudicano inadeguate. Si tratta di un miglioramento volto ad emendare difetti o disfunzioni. Si tratta di fare un’inversione a “U” e tornare sui propri passi…

Bene o male?
Innovare può significare tradire le tradizioni, il passato, ed abbracciare qualcosa che segna una discontinuità contrappositiva. Rispetto al termine ‘cambiamento’ il termine ‘innovazione’ sembra contenere un latente giudizio. Innovare comporta pensare che quello che viene superato era in certo modo da abbandonare. Innovare e rinnovare. Innovare fa pensare all’immissione di qualcosa di nuovo, rinnovare forse a rendere qualcosa nuovo.
Innovare o rinnovare?
Andare avanti, tornare indietro, perdersi?

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