Prendo spunto da un articolo scritto da Baregheh A., Rowley J., Sambrook S., dal titolo “Towards a multidisciplinary definition of innovation”, pubblicato nel 2009 su Management Decision, (vol. 47, n. 8, 2009, pp. 1323-1339).
Le autrici dell’articolo hanno esaminato 60 definizioni di innovazione, pubblicate in articoli di aree di disciplinari differenti. Ecco un quadro sinottico.
Campi disciplinari | Articoli | Periodo considerato |
Management |
18 |
1966-2007 |
Economia |
9 |
1934-2004 |
Studi organizzativi |
6 |
1953-2008 |
Innovazione e imprenditorialità |
9 |
1953-2007 |
Tecnologia, scienza e ingegneria |
13 |
1969-2005 |
Gestione della conoscenza |
3 |
1999-2007 |
Marketing |
2 |
1994-2004 |
Intanto ci viene segnalato che non disponiamo di una chiara, autorevole e condivisa definizione di innovazione. Abbiamo un termine, ma la sua precisione nel restituire un significato generale appare controversa. La parola innovazione non sembra essere affidabile nel cogliere un costrutto di senso univoco. Per essere compresa è necessario contestualizzarla e promuovere un certo confronto per essere sicuri di intendersi. L’innovazione viene descritta 76 con il vocabolo nuovo a dispetto del fatto che le definizioni sono 60: banale a dirsi innovare è introdurre qualcosa di nuovo… [ma su questo tornerò in un prossimo post]. Il termine organizzazione ricorre 29 volte e 11 il termine impresa, mentre sistema sociale, ambiente esterno e ambiente interno ricorrono complessivamente 5 volte.
Nelle definizioni confrontate si parla di:
numero di termini |
categoria di riferimento |
caratteristiche |
98 |
Tipologie di innovazione |
Prodotti, servizi, processi e tecnica |
92 |
Natura o forma dell’innovazione |
Novità, miglioramento, cambiamento |
69 |
Mezzi e risorse |
Tecnologie, idee invenzioni, creatività mercato |
60 |
Contesto e soggetti sociali |
Organizzazioni, imprese, clienti, sistemi sociali |
48 |
Fasi e passaggi |
Creazione, generazione, implementazione, sviluppo, adozione |
31 |
Finalità o scopo |
Successo, differenziazione, competizione |
L’innovazione è un processo. Stando all’analisi delle definizioni, l’innovazione è un processo per fasi, che avviene in un contesto organizzativo e sociale, che coinvolge alcuni attori, e introduce novità di prodotto, di servizio, tecniche e operative.
Le autrici ci propongono una definizione sintetica, frutto dell’identificazione dei concetti maggiormente presenti nelle sessanta definizioni di partenza. Traduco da pag. 1334:
«L’innovazione è un processo multifase attraverso il quale le organizzazioni trasformano idee in miglioramenti o in nuovi prodotti, servizi, processi per progredire, competere e differenziarsi e avere successo nel loro mercato di riferimento».
Questa la sintesi, non necessariamente una sintesi nella quale ritrovarsi appieno. Dal mio punto divista le motivazioni sono importanti (da non sottovalutare) ma insufficienti [o almeno per me lo sono, così la mia posizione è chiara], inoltre nelle definizioni sembrano essere in secondo piano gli attori coinvolti: quasi mancassero di rilievo i soggetti implicati, e mancasse la voce del contesto (salvo l’organizzazione)…
E la mancanza di accento sui fini, sugli scopi sembra suggerire il prevalere della razionalità strumentale [rilevo che spesso, quando si parla di innovazione, prevale una razionalità intrinseca: l’innovazione è buona perché è innovazione. L’innovazione è un prodotto che si vende da sé]. Naturalmente il mix di elementi presenti nelle definizioni potrebbe dipendere dal campo di indagine, l’innovazione sociale non è stata considerata, oggetto della comparazione era infatti l’innovazione in campo che possiamo genericamente definire economico. Ma questa eventuale spiegazione introduce un aspetto non secondario: il termine innovazione, privo di qualsiasi aggettivazione contestualizzante, nuovamente è uno slogan condensato, un vessillo che facilmente arruola milizie o detrattori.
Riguardo all’innovazione, nella letteratura esaminata, sembra esserci più attenzione per le forme, le caratteristiche, i contesti, le fasi, le tipologie e le caratteristiche e meno per le finalità. Le finalità che si evincono dallo studio comparato sembrano essere il successo, la differenziazione e la competizione… come se ci fosse un messaggio retorico che funziona indipendentemente dalle esigenze e dalle domande organizzative rispetto ai contesti in cui le organizzazioni operano.
Messa così l’innovazione appare essere qualcosa da digerire piuttosto che qualcosa da desiderare… Per le cooperative e le imprese sociali c’è margine per introdurre finalità per orientare la richiesta di innovazione e gli sforzi conseguenti che siano meno prone, commerciali ma anche valoriali? Che senso ha parlare e investire in innovazione? Come evitare di essere contro perché si avverte una debolezza nel senso e nelle prospettive?
Ancora una volta le definizioni (le parole) costruiscono il mondo. Possiamo usarle con leggerezza. Possiamo usarle con accortezza.
In chiusura del loro lavoro di ricerca (pag. 1334), le autrici motivano l’esigenza di un buona definizione (sufficientemente comprensiva e generale):
«Comunque, poiché il mercato e la ricerca diventano via via più inter e multidisciplinari, ci sembra vi sia l’esigenza per una definizione più generale e integrativa. Ciò per favorire lo sviluppo di significati comuni e condividere la comprensione di diverse dimensioni dell’innovazione […]».
Se consideriamo le definizioni come strumenti per avviare un lavoro [parafrasando Kurt Lewin si potrebbe dire che “non c’è nulla di più pratico di una buona teoria” condensata in una buona definizione aggiungiamo noi] allora l’analisi delle definizioni ci restituisce qualcosa sulle rappresentazioni in circolo. E più efficaci e rispondenti definizioni possono contribuire a costruire un immaginario meno difeso e più coraggioso, in grado di avanzare proposte e di suggerire circospezioni, proprio quando la più parte dei dialoganti sembra correre a rotta di collo verso una direzione, che non sembra chiara e piuttosto eteroindicata.
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E’ molto interessante il tuo spunto sulla dimensione relazionale dell’innovazione. Mi richiama un parallelismo con la dimensione individuale, riguardo la quale le neuroscienze stanno collegando gli aspetti patologici caratterizzati da stereotipie e rigidità ai deficit dei sistemi neurologici (i neuroni specchio, il sistema limbico…) coinvolti nella relazione con gli altri (cfr Rizzolatti, Damasio). Apprendimento e innovazione sono strettamente collegati alla capacità di relazionarci adeguatamente con il nostro ambiente di vita. Sicuramente a livello individuale, probabilmente anche a livello di organizzazioni.
Hai ragione Davide,
l’innovazione ha a che fare con l’apprendimento.
Mi sembra di vederlo nei sistemi organizzativi di cui faccio parte e con i quali mi trovo a lavorare.
Mentre sono assolutamente ignorante in tema di neuroscienze…
Ma domani se ne parla;-)