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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Pari opportunità e conciliazione nel nuovo Piano Nazionale per la famiglia

Il 7 giugno 2012 il Consiglio dei Ministri ha approvato il Piano nazionale per la famiglia. Si tratta del primo tentativo in Italia di fornire un quadro complessivo e alcune linee di indirizzo omogenee in merito alle politiche familiari, superando la frammentazione delle (poche) esperienze in atto [per ulteriori informazioni rimandiamo al comunicato diramato dal Ministero per la cooperazione internazionale, l’integrazione e la famiglia].

Il Piano è frutto di un lungo lavoro, iniziato nel 2007 e portato finalmente a termine dal Ministro Andrea Riccardi. Il testo è stato elaborato nell’ambito delle attività dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia – organo misto che comprende rappresentanze dei livelli di Governo, delle parti sociali e della società civile – che ha, tra le sue funzioni, il supporto al Dipartimento per le politiche della famiglia.

Il Piano, dal sottotitolo impegnativo “L’alleanza per la famiglia”, individua come priorità d’azione e di intervento: le famiglie con minori, con una particolare attenzione a quelle numerose, le famiglie con persone non autosufficienti in carico e le famiglie con disagi conclamati. Con questo Piano, per la prima volta in Italia, il nucleo familiare diviene oggetto di una politica organica e di specifici interventi, trovando finalmente un riscontro concreto alla diffusa e dichiarata concezione della famiglia quale soggetto indispensabile per garantire la coesione sociale, nonché lo sviluppo del Paese.

Nella definizione del piano di interventi, come dichiarato dallo stesso Ministero per le Politiche per la Famiglia, si sono tenuti in considerazione alcuni principi cardine, che forse vale la pena citare, almeno per sommi capi. Il primo e probabilmente il più importante è il riconoscimento della famiglia come soggetto sociale avente diritti propri, integrati con i diritti individuali dei suoi membri. Da tale riconoscimento discende la possibilità di effettuare politiche esplicite e dirette sul nucleo familiare, anziché utilizzare la famiglia come ammortizzatore sociale, oppure come strumento per altri obiettivi. Altri due importanti principi, tra loro strettamente connessi, sono: la sussidiarietà, in una logica di sviluppo del capitale umano presente nelle famiglie e non di assistenzialismo, e la solidarietà, intesa anche come rafforzamento delle reti associative. Particolare enfasi viene data al concetto di “welfare abilitante”, cioè un welfare che esca dalle logiche risarcitorie e si proponga invece come strumento e risorsa per accrescere le capacità di vita delle famiglie, quelle che propriamente Amartya Sen ha definito “capabilities”.
Per fare tutto ciò il Piano famiglia ritiene importante il lavoro sul capitale e sulle reti sociali, indispensabili sostegni e presidi contro la solitudine, nonché luoghi di confronto e scambio.

Gli interventi, previsti nel piano, si articolano secondo le seguenti direttrici:

  • equità fiscale ed economica (in particolare si accenna alla revisione dell’ISEE – Indicatore della Situazione Economica Equivalente);
  • politiche abitative per la famiglia;
  • lavoro di cura familiare: servizi per la prima infanzia, congedi, tempi di cura e interventi sulla disabilità e non autosufficienza;
  • pari opportunità e conciliazione tra famiglia e lavoro;
  • privato sociale, terzo settore e reti associative familiari;
  • servizi consultoriali e di informazione (consultori, mediazione familiare, centri per le famiglie);
  • sostegni alle famiglie immigrate;
  • alleanze locali per le famiglie;
  • monitoraggio delle politiche familiari.

In questo articolo abbiamo scelto di soffermarci e analizzare un po’ più in profondità solo le direttrici che toccano maggiormente  i nostri interessi lavorativi e di studio:

  • i supporti alle donne e al lavoro di cura familiare;
  • gli interventi connessi al tema della conciliazione e delle pari opportunità.

Entrambi costituiscono infatti indispensabili strumenti per consentire alle donne di raggiungere la tanto auspicata conciliazione tra famiglia e lavoro.

Il lavoro di cura è uno dei principali ambiti di riflessione e di analisi in termini di conciliazione. Come si riconosce nello stesso Piano Nazionale, l’attività di cura rappresenta per le donne la causa di un forte depotenziamento dei propri diritti sociali: le donne risultano infatti penalizzate sul mercato del lavoro (in termini di opportunità, avanzamento di carriera e riconoscimento economico) e discriminate, in quanto potenziali madri.

Nello specifico il Piano prevede un innalzamento dell’offerta di asili nido e spazio ludico-educativi per la primissima infanzia, nella logica di ampliare la tipologia e la flessibilità di offerta, anche in termini di orario. Si prevede dunque una forte collaborazione pubblico-privato, il potenziamento dei nidi aziendali, la creazione di servizi presso le aziende agricole nelle zone rurali. Viene inoltre previsto il sistema dei voucher per quanto riguarda il supporto economico alle famiglie nell’accesso ai servizi alla prima infanzia, che spesso presentano costi molto elevati.

La finalità, ancora una volta, è l’adeguamento agli obiettivi stabiliti in sede europea (passaggio ad almeno il 33% di copertura, che si sarebbe dovuto raggiungere, in base agli accordi presi, entro il 2010), considerando che attualmente in Italia l’indicatore di presa in carico, dato dalla quota di bambini che si sono avvalsi di un servizio socio educativo pubblico (asilo nido o servizio integrativo) risulta pari, nell’anno scolastico 2009/2010 al 13,6% (Fonte: Rapporto sulla coesione sociale).

Non vi sono invece dati attendibili sull’offerta privata per la prima infanzia. Si possono tuttavia fare delle stime. Nell’indagine “Aspetti della vita quotidiana” svolta dall’Istat con riferimento al 2008, si stima un dato totale di bambini che frequentano gli asili (privati e pubblici) tra il 12,8% e il 17,8%. Sulla base di questi dati possiamo affermare che siamo molto lontani dall’obiettivo di copertura europeo previsto.

È inoltre preso in considerazione l’impegno in termini di cura ed educazione dei bambini, preadolescenti e adolescenti. In particolare viene previsto un sostegno economico ai costi di educazione dei figli, utilizzando diversi strumenti, quali gli assegni familiari, gli sgravi fiscali o ancora il voucher familiare. Il Piano distingue fra il costo di accrescimento, che viene stimato in rapporto a quello che è lo stile di vita e la posizione sociale della famiglia, e il costo di allevamento, che viene stimato in riferimento a quelli che sono i bisogni di base del bambino; nello specifico è proprio su quest’ultimo che viene prevista un’azione economica volta a ridurre le disparità tra famiglie.

Non mancano gli interventi volti a sostenere il ricorso al mercato privato per ricercare un supporto al lavoro di cura per famiglie con figli minori e con soggetti disabili o non autosufficienti: ad esempio sgravi fiscali, attenzione alla preparazione professionale dei carer, attivazione di canali formalizzati di reclutamento degli assistenti familiari. In particolare per le famiglie con soggetti anziani o disabili, il Piano adotta una prospettiva di rafforzamento alle reti familiari naturali e, in assenze di queste, privilegia il ricorso a reti di prossimità (vicinato, volontariato e associazionismo) nel predisporre azioni di sostegno.

Di particolare interesse, in termini di conciliazione e pari opportunità, sono una serie di interventi volti a favorire e supportare i tempi di cura. Alcuni di questi sono a costo zero, ma possono, dal nostro punto di vista, rappresentare un importante supporto per chi si prende cura dei figli, al fine di ridurre il numero di donne che abbandono ogni anno il posto di lavoro (Omodei – Papetti, Verso quali politiche di conciliazione? Uno sguardo alla situazione italiana)

Si citano di seguito i principali interventi previsti:

a)    Interventi privi di costi (e per questo particolarmente interessanti, dal momento che hanno una più alta probabilità di venire attuati), volti a rendere il congedo parentale il più flessibile possibile e, dunque, effettivamente compatibile con le esigenze lavorative e le necessità familiari:

  • consentire alle donne in congedo per maternità di partecipare a concorsi interni o procedure selettive pubbliche e a corsi di formazione per la progressione in carriera, evitando che la maternità diventi un ostacolo alla crescita professionale;
  • auto-finanziamento del congedo parentale, consentendo al lavoratore o alla lavoratrice di richiedere all’ente previdenziale che la propria retribuzione venga integrata fino a percepire il 70% della retribuzione lorda dovuta (invece dell’attuale 30%); tali somme integrative verrebbero restituite attraverso prelievi frazionati quando il genitore rientra al lavoro;
  • permettere la fruizione del congedo parentale articolata su base oraria, riducendo in questo modo il periodo complessivo di assenza totale dal lavoro in occasione della nascita del figlio, oppure evitando richieste di part time;
  • innalzare dagli 8 ai 18 anni la soglia di età del figlio che consente al genitore (anche adottivo) di usufruire del congedo parentale;
  • introdurre la priorità obbligatoria nella concessione del part-time ai genitori di figli minori, riconoscendo la richiesta come un vero e proprio diritto, che deve divenire una priorità nell’ambito delle quote contrattuali per esigenze di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare;
  • dare ai nonni, in alternativa ai genitori, la possibilità di usufruire del congedo parentale.

b)    Interventi di ampliamento del congedo parentale e/o di supporto economico:

  • aumentare la durata del congedo di maternità in caso di parto plurigemellare o di partoriente pluripara;
  • ampliare il periodo di congedo in caso di parti pre-termine, al fine di evitare che il congedo si esaurisca nel periodo di ospedalizzazione, impedendo così la cura una volta rientrati in ambito familiare;
  • rafforzare il congedo di maternità e la relativa copertura economica per le lavoratrici parasubordinate e autonome;
  • introdurre uno strumento di sostegno economico alla maternità a garanzia di un livello minimo di tutela per le madri che non usufruiscano già di un trattamento pari o più elevato;
  • garantire da tre a sette giorni lavorativi annui parzialmente retribuiti per fronteggiare fasi critiche del ciclo di vita della famiglia (malattia invalidante o terminale, morte).

c)     interventi volti a favorire e promuovere il congedo parentale da parte dei padri:

  • riconoscere l’indennità di paternità in favore dei padri lavoratori autonomi (sia biologici che adottivi), oggi unici lavoratori totalmente esclusi dalla platea dei beneficiari delle prestazioni economiche previste dal  d.lgs. 151/2001;
  • istituire un congedo di paternità obbligatorio da usufruirsi in modo flessibile per 4 giorni a scelta del lavoratore entro il primo mese (30 giorni) di vita del neonato.

d)    Interventi di sistema

  • individuare nuovi strumenti che supportino le imprese a realizzare progetti e promuovere politiche e interventi per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, come previsto dall’art. 9 della L.53/2000;
  • promuovere attività di sensibilizzazione sul tema dei tempi e degli orari delle città, per fare sì che ogni Regione si doti di una legge dedicata e attivi bandi e strumenti di facilitazione rivolti ai Comuni;
  • istituire un coordinamento nazionale delle politiche temporali, che possa coordinare, e nello stesso tempo contribuire a diffondere sul territorio, tali iniziative.

Riteniamo che le azioni proposte possano contribuire a un miglioramento sostanziale della situazione attuale, ma sono ancora molti gli aspetti su cui lavorare: le misure rivolte alle madri lavoratrici autonome o in situazione di precarietà sono insufficienti così come la possibilità dei padri, lavoratori dipendenti e autonomi, di partecipare al lavoro di cura.

Contemporaneamente per evitare che, rafforzando le tutele si riduca l’assunzione di donne, con il conseguente aumento di contratti para-subordinati o finte partite iva, sarebbe importante garantire sistemi di controllo dei licenziamenti per ingiusta causa, prevenire (e non soltanto monitorare) il fenomeno delle dimissioni in bianco (tema trattato, in parte, dal Ddl di riforma del mercato del lavoro), nonché incentivare direttamente l’assunzione di donne e madri nelle imprese. A questo proposito è interessante leggere quanto prevede, in generale, il testo unificato di proposta di legge per l’imprenditoria e, in particolare, l’articolo 3 Incentivi per le cure parentali. (Misure di sostegno al reinserimento delle madri nel mondo del lavoro): “Nel caso d’instaurazione di un rapporto di lavoro con una lavoratrice nei due anni successivi al parto, le aliquote contributive previdenziali e assistenziali previste dalla legislazione vigente sono ridotte nella misura del 75 per cento per i primi trentasei mesi, ferma restando la contribuzione a carico della lavoratrice nelle misure previste per la generalità dei lavoratori”.

Gli interventi relativi ai tempi di cura appena descritti, si connettono fortemente a quelli previsti nel Piano in merito alle pari opportunità e conciliazione tra famiglia e lavoro. Il Piano amplia dei provvedimenti già presenti nella normativa recente, promuovendo in primo luogo la diffusione e stabilizzazione di sperimentazioni e progetti per ora ancora frammentari e occasionali. Queste le azioni previste:

  • rafforzare le competenze dei Comitati unici di garanzia per le pari opportunità;
  • incentivare l’imprenditoria nel settore della cura, sostenendo l’organizzazione a livello regionale di corsi ed attività in tal senso, con particolare attenzione alla partecipazione femminile;
  • promuovere la diffusione di forme di Audit  che abbiano come obiettivo la conciliazione tra famiglia e lavoro, perseguendo le pari opportunità fra i sessi (gender mainstreaming) unitamente al sostegno della vita familiare (family mainstreaming). I processi di auditing si svolgerebbero all’interno degli enti pubblici o privati, attraverso sistemi partecipativi che coinvolgono i lavoratori e le loro rappresentanze sindacali, il management e i datori di lavoro, con il supporto di un auditor esterno verrebbero quindi attribuiti certificati in ragione dei progetti individuati e della loro realizzazione;
  • affiancare alle sperimentazioni locali di voucher o buoni già attuate su singoli servizi, un nuovo modello di voucher unico, detto “familiare”, che permetta di accedere ad una serie di servizi volti a rispondere al sistema complesso di esigenze di cura espresse dalla famiglie.

Come mostrano gli interventi descritti, e come ancora di più è evidenziato dall’ampio complesso di azioni previste nel Piano, quest’ultimo ha sicuramente il pregio di uscire dalla logica dell’emergenza o dell’assistenzialismo, cercando piuttosto di porre le basi per riconoscere alla famiglia il giusto ruolo all’interno della società. Viene finalmente affermato che la famiglia ha una funzione centrale nello sviluppo del Paese, e non può essere relegata all’ultimo posto dell’agenda politica ed economica.

Segnali in questa direzione si possono ritrovare anche nell’approvazione, da parte della Regione Lombardia, di una sperimentazione annuale del “Fattore famiglia” in 15 Comuni: in pratica, per calcolare le spese che gli utenti dovranno sostenere per i servizi sociali o sociosanitari, si terrà conto dell’effettiva situazione familiare, calcolando non solo il reddito e il patrimonio, ma anche il numero dei componenti della famiglia, la presenza di figli minori, la presenza di anziani non autosufficienti e di disabili.

Tuttavia non si possono ignorare i fattori di criticità, che riguardano sia il contesto sociale sia quello economico, all’interno dei quali si colloca la pubblicazione del Piano.

Questa proposta si inserisce infatti in un quadro assai critico, che vede l’Italia fanalino di coda rispetto agli altri Paesi Europei, e rischia di essere quanto mai tardiva, nell’evidente difficoltà di invertire dei trend fortemente negativi e radicati.

Proprio nel mese di maggio 2012 è stato reso noto il dossier di Save the ChildrenIl paese di Pollicino”. I dati forniti dall’indagine sono allarmanti: in Italia 1 bambino su 4 è a rischio di povertà.

Queste le condizioni che espongono maggiormente al rischio:

  • vivere con un solo genitore (le cosiddette famiglie monoreddito);
  • vivere in famiglie numerose (un reddito familiare da dividere tra più persone);
  • vivere in una famiglia immigrata;
  • avere genitori giovani, in cui il capofamiglia ha meno di 35 anni (a causa della precarietà del mercato del lavoro);
  • avere genitori con bassi titoli di studio o a bassa intensità di lavoro;
  • vivere nelle regioni del Sud Italia (dove l’incidenza della povertà minorile è prossima al 40%).

Il Dossier di Save the Children, riprendendo un rapporto sulle povertà minorili realizzato nel 2010 per la Commissione Europea, evidenzia che in Italia la spesa per l’infanzia è da sempre (e non solo in questi anni di crisi) una spesa residuale. I dati dicono che l’Italia nel 2009 ha speso per le politiche per la famiglia, la maternità e l’infanzia l’1,4% del PIL, contro una media europea del 2,3%. Proprio dall’analisi e dalle riflessioni intorno a questi dati, Save the Children definisce le politiche italiane in favore di minori e delle famiglie “una politica delle briciole” che si è tradotta fino ad ora solo in azioni sporadiche, prive di investimenti e di strategie di lungo periodo.

Un ulteriore fattore di criticità riguarda il tasso di occupazione femminile italiano che, come evidenziato dall’ISTAT nel Rapporto annuale 2012, è pari al 46,5% contro una media europea del 58,5%. Come sostengono gli autori del Rapporto “il basso tasso di occupazione femminile ha effetti sugli equilibri economici all’interno della coppia, sulle scelte di allocazione del tempo tra lavoro e cura domestica e sulla divisione del lavoro e delle responsabilità familiari tra i coniugi”.

Il Rapporto ISTAT sottolinea come in Italia continuano ad essere presenti modelli familiari tradizionali: in molte realtà infatti l’uomo riveste ancora il ruolo di breadwinner (procacciatore di risorse e di reddito) mentre la donna rimane la principale (e a volte l’unica) responsabile dell’attività di cura e del lavoro domestico. Questa situazione si verifica sia quando le donne non sono attive nel mondo del lavoro, sia quando lo sono. La principale ragione è che le donne lavoratrici percepiscono redditi mediamente più bassi di quelli dei mariti-compagni.

Decisamente diversa la situazione e i modelli familiari diffusi nel Nord Europa. In questi paesi si possono osservare situazioni di maggior equilibrio tra i generi nel mercato del lavoro e all’interno  della famiglia.

Come indicato nel Rapporto ISTAT, l’Italia è alle ultime posizioni nella classifica europea per il contributo della donna al reddito della coppia (per approfondire: Rapporto ISTAT 2012 – capitolo 4 “Diseguaglianze, equità e servizi ai cittadini” pag 232-241).

Dal nostro punto di vista sarebbe opportuno non limitarsi a capire il “perché” di questa situazione, bensì provare a dare risposte concrete per poter modificare la realtà attuale, generando un cambiamento. Tutto questo è possibile se si pensa anche all’istituzione di linee di finanziamento specifiche.

Assumendo uno sguardo più ampio non si può ignorare la difficile crisi economica nella quale ci troviamo.In un contesto di contrazione delle risorse, al di là delle buone (e a volte ottime) intenzioni, sarà necessario attendere i decreti attuativi e le effettive disponibilità economiche in campo. Al momento è dichiarato che non sono disponibili le ingenti somme necessarie per realizzare adeguate politiche familiari. Quanto previsto dal Piano ha dunque carattere meramente programmatico e l’eventuale disponibilità di risorse sarà valutata in base al disegno di legge di stabilità.

Le stesse modalità di attuazione del Piano prevedono genericamente che le azioni individuate siano adottate e realizzate all’interno dei piani e programmi regionali e locali per la famiglia. Prima di poter dunque effettuare un’adeguata valutazione si dovrà verificare se vi saranno specifici stanziamenti e capitoli di spesa, oppure se rimarranno un’altra delle numerosi azioni richieste agli Enti Locali, pur nella consapevolezza che non vi sono al momento le condizioni necessarie per una loro implementazione di carattere strutturale.

Per concludere ci sembra importante evidenziare come, fino ad oggi, le attività di cura degli individui, in mancanza di qualunque politica o regia, venissero demandate alle famiglie, mentre ora si rimanda la cura delle famiglie agli enti locali e alle reti locali di sostegno. Ma ancora una volta ci pare non venga individuato chi ha la titolarità della gestione, nonché la responsabilità di rendere possibile la concreta realizzazione degli interventi, a partire dalla copertura economica e dall’erogazione di adeguati finanziamenti.

Riferimenti

Allarme infanzia in Italia: a rischio povertà un figlio su due di giovani coppie (15 maggio 2012)

Comunicato stampa di Save the Children, 15 maggio 2012

Dimissioni in bianco, InGenere, 30 aprile 2012

Di Salvo T. Dimissioni in bianco: così non va, InGenere, 30 aprile 2012

Fattore Famiglia, sperimentazione in 15 Comuni, Regione Lombardia, 18 giugno 2012

Il paese di Pollicino. L’Italia ha dimenticato i bambini, Dossier di Save the Children

Piano nazionale per la famiglia, Deliberazione del Consiglio dei Ministri del 7 giugno 2012

Rapporto ISTAT 2012 “La situazione del Paese” – capitolo 4 “Diseguaglianze, equità e servizi ai cittadini

Rapporto sulla coesione sociale, Ministero del lavoro e delle politiche sociali, anno 2011

Zavaritt A. Un piano organico per la famiglia, La revolution en rose, 13 giugno 2012

*Fotografia  di  Cobrasoft

About Gatti&Omodei&Papetti

Daniela Gatti, Anna Omodei e Laura Papetti sono colleghe, ricercatrici, formatrici e consulenti presso la società Pares. Lavorano sui temi della responsabilità sociale, valutazione, qualità del lavoro, sviluppo organizzativo. Si occupano inoltre di avvicendamenti nelle organizzazioni e della conciliazione famiglia-lavoro.

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