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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Vuoi sposarmi? Chiedimelo con un questionario a risposta chiusa

Dopo aver progettato e costruito un questionario, qual è il passo successivo?

Se ci penso ho l’impressione che il verbo usato per indicare quello che si fa con i questionari tradisca l’impostazione epistemologica che fonda la decisione di servirsi del questionario in quanto strumento…

Vuoi sposarmi sì o no?

Come potremmo descrivere l’azione di questo innamorato che – (presupponiamo) esasperato dall’incertezza e volendo una volta per tutte definire l’esito della sua relazione con Rita – alla fine ha deciso di…

  • Sottoporre?
  • Somministrare?
  • Proporre?
  • Chiedere la compilazione?
  • Raccogliere?
  • Distribuire?
  • Pubblicare?
  • Sollecitare? (sì, forse sollecitare, nel caso del nostro innamorato metodologo, è il verbo giusto).

Altro?

Dimmi che verbo usi e ti dirò come pensi il metodo

Nella pratica, i verbi che accompagnano il sostantivo ‘questionario’ non sembrano essere tantissimi:

  • somministrare, a parte il sound vagamente sanitario, sembra volere riassumere le azioni del raggiungere, sottoporre e raccogliere. Certo sembra passivizzare le persone che alle quali vengono chieste le informazioni.
  • sottoporre e raccogliere, due verbi per presentare un atteggiamento rispettoso: non mi dispiacciono per nulla. Tra l’altro ricordano al ricercat* che chi compila mantiene l’autonomia dell’accettare o meno, e anche che lo strumento ‘questionario’ è parte di un processo più ampio di raccolta (costruzione) di dati e informazioni. Avverto però ‘raccolta’ come un verbo riduttivo, che mette in ombra il processo di costruzione, lo occulta con il suo fare gentile e compìto.
  • chiedere la compilazione: vero. Ogni questionario è una richiesta, ma non di rado premesse e conclusioni sono insufficienti. Ma sopratutto a chi si presta, accade non venga concesso di accedere alle conoscenze che si vanno producendo anche con il suo contributo. Sento i questionari come espropriazioni (forse è bene che sia così?). Oppure mi lasciano indifferente, li compilo e immediatamente me ne dimentico (non così per il questionario rilanciato da Michelangelo Tagliente qui e qui).
  • Proporre? Troppo incerto?
  • Distribuire? La parte per il tutto? Troppo poco.
  • Raccogliere? Vedi punto precedente (eppure non mi dispiace).
  • Sollecitare? Sì questo è quello che succede. Complice internet, la quantità di questionari in circolo, la fame di sapere cosa pensano, come si comportano, cosa vorrebbero fare gli altri. Il questionario è misura del desiderio di conoscenza e… di controllo? Dipende dal giro di persone che conosco il fatto che i questionari facciano parte del mio quotidiano? Dipende dal mio lavoro?

Sono a mia volta un sollecitatore di compilazioni?

Cambia qualcosa se diciamo:

  • abbiamo somministrato i questionari ad un gruppo di genitori di bambini che praticano judo…
  • abbiamo proposto i questionari ad un gruppo di genitori di bambini che praticano judo…
  • abbiamo chiesto a genitori di bambini che praticano judo di compilare i questionari preparati…
  • abbiamo raccolto tra i genitori dei bambini che praticano judo le risposte a un questionario…

Cambia davvero qualcosa?

A proposito della risposta chiusa…

Il nostro innamorato desideroso di certezze, come si può vedere, non ha contemplato altre tre possibilità:
Rita, vuoi sposarmi?

  • no
  • non so
  • non rispondo
  • non accetto il questionario

Cosa sappiamo di Rita e delle sue ragioni?
Uhm, forse l’aver limitato le possibilità di divagare ha indotto Rita a scegliere.
E questo mi fa pensare ai questionari come strumenti di intervento più che a strumenti di raccolta di dati e informazioni.

Ma questo è già un altro post…

9 comments on “Vuoi sposarmi? Chiedimelo con un questionario a risposta chiusa

  1. Pingback: People we work with (#WSL20) | PARESBLOG

  2. ovittorio
    7 August 2012

    i questionari -risposta chiusa o meno- sono trappole, che ti incastrano attraverso un utilizzo ragionato e intenzionale delle domande, piuttosto che attraverso la comunicazione didattico-pedagogica-esortativa-obbligatoria delle risposte. Il pensiero si è attorcigliato, balzando fino ai cieli ed alle profondità della parola, cercando di rispondere alle domande: Dio esiste? Di cosa sono fatti i Cieli? ed il Paradiso? e l’Inferno?….poi ad un certo punto sono cambiate le domande, chi è l’uomo, come funziona, come fa a stare insieme…e così vedo i questionari come capaci di stimolare il pensiero, nella misura in cui sono in grado di accogliere e presentare domande che producano scintille nel pensiero, che spostino la conoscenza in qualche altro luogo (la ‘accrescano’) e reputo quindi un po’ sterili i questionari di gradimento, che in realtà imbrigliano la relazione fra utente/agente nel giocherello del ‘ti do quello che vuoi?/mi dici cosa vuoi?’, come se alla fine tutto fosse solo una questione di ‘buona’ volontà.
    E Rita avrà pure deciso, ma c’è quell’Anna in giallo che riceve un nitido ‘ti amo’, con cui avrà pur dovuto fare i conti.
    E plausi a Graziano, nitido raccoglitore di immagini, che sfuocano nella caldana estiva….

    v

  3. lastanzadelvino
    6 August 2012

    Graziano sei uno dei miei miti!

  4. mainograz
    6 August 2012

    Nessun ‘orrore’, al massimo ‘errore’ e… allora?
    Dov’è il problema?
    Ha me piace si può dire: è un rafforzativo, significa ‘il piacere ha me’, sono posseduta dal piacere…
    ;-)

  5. mainograz
    6 August 2012

    Ciao Maria Teresa,
    la foto campeggia sul retro di un vecchio edificio che dà su via Piranesi, a Milano.
    Praticamente all’uscita del Passante ferroviario (credo Stazione Vittoria).

    ;-)
    Graziano

  6. Maria Teresa
    6 August 2012

    … cavolo, non so come mi sia scappato “ha me piace…”, forse stavo per scrivere qualcos’altro ORRORE!!!!

  7. Maria Teresa
    6 August 2012

    PS: bellissimi i commenti sulla risposta chiusa e di cosa sappiamo su Rita…

  8. Maria Teresa
    6 August 2012

    Secondo me le frasi non sono equivalenti, e generano una ‘risposta’ diversa: (1)”abbiamo somministrato i questionari ad un gruppo di genitori di bambini che praticano judo…” a parte la passività che evoca, se fossi l’interlocutore mi verrebbe da dire: “ah, e che cosa è successo poi?”; ovvero mi evoca l’inizio di un processo. (2) “Abbiamo proposto i questionari ad un gruppo di genitori di bambini che praticano judo…” e io rispondo: “e loro sono stati d’accordo con l’idea del questionario?”. (3) “Abbiamo chiesto a genitori di bambini che praticano judo di compilare i questionari preparati…” risposta: “e loro l’hanno fatto?” . (4) “Abbiamo raccolto tra i genitori dei bambini che praticano judo le risposte a un questionario…” (che presuppone che qualcuno almeno abbia risposto, se non cosa ho raccolto?) risposta “mmmhhh, e cosa è saltato fuori?”. Come diciamo in analisi transazionale: lo stato dell’Io da cui parte la comunicazione può essere intuito dallo stato dell’Io che risponde. Tra l’altro i diversi verbi evocano proprio azioni e stadi diversi di un processo … Graziano, ma dove hai preso questa foto? Sei incredibile!! ;-))
    MT
    PS: ha me piace ‘sottoporre’

Dai, lascia un commento ;-)

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