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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

La fatica di scrivere… meglio accumulare (Isaac Asimov)

Variare, accumulare, riconfezionare (e non demordere)

«Come giustifica la sua esistenza?»
«Scrivo, mi occupo di divulgazione scientifica» replica Mortimer Stellar. Stellar è lo scrittore sottoposto ad interrogatorio nel primo dei sei racconti contenuti nella raccolta Largo ai vedovi neri che Isaac Asimov pubblica nel 1976 (e Rizzoli traduce nel 1982).
La domanda è radicale.
Perché e come, Stellar scrittore affermato (che sembra il calco dello stesso Asimov) ha prodotto più di un centinaio di libri sui più vari argomenti?
Si potrebbe dedurre che scrivere tanto (fino a cavarci da vivere) significa avere affrontato e superato la fatica di scrivere.
Faccio leva su questa implicazione per afferrare qualche indizio.

«Io, invece, cerco di non specializzarmi. Scrivo su ogni argomento che colpisca la mia fantasia. Questo rende la mia vita più interessante e inoltre mi evita di dover sottostare al blocco dello scrittore. Senza contare che mi rende indipendente dagli alti e bassi delle mode. Se un genere di articolo perde popolarità non importa: ne scriverò altri.»
Roger Halsted si passo una mano sula lucida parte anteriore del suo cranio ormai calva e chiese: «Ma come lo fa? Scrive a orari già prefissati? »
«No» rispose Stellar «Scrivo quando ne ho voglia. Ma in pratica questa voglia è presente in ogni ora del giorno.»
«In pratica,» ribatte Rubin «sei uno scrittore coercitivo.» «Non l’ho mai negato» ammise Stellar.
Gonzalo disse: «Ma una scrittura così controllata non sembra andar d’accordo con l’ispirazione artistica. Ciò che scrive le viene spontaneo? Non fa mai revisioni o correzioni?»
Il viso di Stellar si abbassò e per qualche istante egli sembrò intento ad osservare il proprio bicchiere di brandy. Poi lo spinse da parte e disse: «Sembra che tutti si preoccupino dell’ispirazione. Lei è un artista, signor Gonzalo. Se dovesse aspettare ogni volta l’ispirazione, morirebbe di fame.»
[…]
«Io scrivo, semplicemente» disse Stellar, con un’ombra di impazienza. «Non è poi tanto difficile farlo. Il mio stile è semplice, diretto, privo di ornamenti, e così non devo perdere tempo per cercare frasi intelligenti. Presento le mie idee in modo chiaro e ordinato perché possiedo una mente chiara e ordinata. Ma più di ogni altra cosa, io ho sicurezza. Io so che venderò ciò che scrivo e quindi non è necessario che stia a tormentarmi su ogni frase, preoccupandomi se all’editore piacerà oppure no.»
«Ma non hai sempre saputo di poter vender con certezza ciò che scrivevi» intervenne Rubin. «Presumo che anche tu, un tempo, sia stato un principiante ed abbia ricevuto lettere di rifiuto dagli editori come chiunque altro.»
«Esatto. Inoltre a quei tempi scrivere era un’operazione molto lunga e faticosa. Ma era trent’anni fa. Ormai sono ‘sicuro’ letterariamente da parecchio tempo.»
Drake si stiracchiò un baffo grigio e ben rifilato e disse: «Oggi lei vende davvero tutto quello che scrive? Senza eccezioni?»
«Praticamente tutto,» confermò Stellar «ma non sempre al primo colpo. A volte qualcuno mi chiede una revisione e, se la richiesta è ragionevole, io lo accontento, ma se è irragionevole no. E una volta ogni tanto – credo all’incirca una all’anno – ricevo un netto rifiuto.» Si strinse nelle spalle. «Fa parte del gioco dello scrittore a tempo pieno. È un rischio che non si può eliminare.»
«Che cosa succede del materiale che è stato rifiutato, o che lei rifiuta di modificare?» chiese Trumbull.
«Provo a piazzarlo altrove. Qualche editore potrebbe apprezzare ciò che non è stato apprezzato da un altro. Se non riesco a venderlo da nessuna parte, lo conservo in un angolo; prima o poi potrebbe schiudersi un altro mercato, o magari potrei ricevere una richiesta che l’articolo è in grado di soddisfare.»
«In quel caso non le sembrerebbe di vendere un prodotto avariato?» domandò Avalon.
«No, affatto» rispose Stellar. «Un rifiuto non implica necessariamente che un articolo sia cattivo. Significa soltanto che un particolare editore o curatore lo ha giudicato inadatto. Un’altra persona potrebbe trovarlo adattissimo.»
La mente legale di Avalon scorse una breccia. «Da questo ragionamento discende il fatto che se un curatore apprezza, acquista e pubblica uno dei suoi articoli, ciò non significa affatto che l’articolo sia necessariamente buono.»
«Senz’altro esatto,» convenne Stellar «ma se ciò si verifica con notevole frequenza le probabilità a favore dell’autore aumentano di pari passo.»
Gonzalo disse: «Che cosa succede se tutti rifiutano un suo articolo?» «Non succede praticamente mai,» rispose Stellar «ma se mi stanco di mandare in giro un determinato pezzo di solito decido di cannibalizzarlo. Prima o poi scriverò qualcosa su un argomento vicino a quello, e allora incorporerò parti dell’articolo rifiutato nel nuovo pezzo. Non spreco nulla.»

pp. 10-12
Isaac Asimov. “Non c’è chi lo perseguiti”, in Largo ai vedovi neri, Rizzoli, 1982, pp.7-31.

Secondo Stellar (alias Asimov) la fatica nello scrivere (o il blocco) si supera variando, accumulando, riconfezionando (despecializzandosi).

  • variando gli argomenti: cimentandosi oltre i confini conosciuti, evitando le sicurezze degli specialisti, divertendosi e scansando il rischio di non sapere più cosa dire (segnalo en passant che WordPress ha attivato un servizio per stimolare la capacità scrittoria dei blogger e sostenerli negli inevitabili irrigidimenti). Meglio essere generalisti che specialisti? O forse meglio sperimentare, arricchendo il proprio repertorio, piuttosto che confinarsi in un genere.
  • producendo scorte: assecondando intenzioni intermittenti e conservando lavorati e semilavorati (agendo come le formichine che accumulano nella bella stagione in vista di lunghi e freddi inverni, evitando la morsa delle mode e confidando che prima o poi si presenteranno richieste per quel dato tema (self-committed topic). Meglio produrre e poi provare a piazzare, piuttosto che cercare richieste che potrebbero non arrivare.
  • quello che non si vede, si può ricucinare. Ma si riconfeziona solo dopo aver provato a piazzare il proprio lavoro. La fiducia nelle proprie capacità sembra essere un ingrediente. Ci si può stancare, si può sentire che è più saggio aspettare… ma non si può perdere la fiducia. E in ogni caso è meglio produrre piuttosto che attendere. Tanto nulla va sprecato.

Ad un certo punto Stellar, incidentalmente fa un’ammissione importante, che corrobora quanto va argomentando: all’inizio, quando si è principianti, scrivere richiede tempo ed energie. Poi pian piano si sviluppa il mestiere. E allora il processo di scrittura si fa più agevole, più fluido.

Sì, ma Stellar era… Asimov.

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This entry was posted on 17 February 2011 by in La fatica di scrivere, Se scrivere è organizzare... and tagged .

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