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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

A proposito di stakeholder…

Stakeholder, un termine fortunato

Stakeholder è un termine ormai acquisito dalle discipline economiche, sociali ed ambientali (Preble, 2005). Se “holder” è apparentemente facile da tradurre e non è difficile attribuirgli un significato ‘sufficientemente’ univoco (l’holder è appunto il portatore di… qualcosa), invece non è così agevole per “stake”, prima parte della parola “stakeholder”.
Se consultiamo il dizionario Garzanti-Hazon italiano-inglese, edizione 2007 (chiuso in redazione nell’aprile 2006 e stampato nel maggio 2006), riscontriamo che il termine ha conquistato una voce propria. Quattro le accezioni attribuite:

  1. la prima indica la persona a cui vengono affidate le poste per la scommessa ed è una descrizione concreta, dalla quale con un certo sforzo deduttivo, si fa discendere i significati per noi interessanti;
  2. la seconda accezione, relativa al campo del diritto, indica un terzo fiduciario;
  3. la terza accezione, di matrice economica, identifica il titolare di quote di partecipazione;
  4. la quarta – e qui incontriamo finalmente il significato cha pare essere più pertinente – il diretto interessato o portatore di interessi.

Con l’accezione portatore di interessi in grado di influenzare le organizzazioni con le quali è in relazione, il termine stakeholder fa la sua comparsa negli anni ’60 nel mondo accademico americano. Stakeholder – come parola – deve poi parte della sua fortuna all’assonanza con i termini stockholder o shareholder (azionisti) proprio perché introduce una contrapposizione di significato. I due termini stockholder o shareholder indicano infatti il titolare di azioni, l’azionista appunto. Lo stakeholder ‘generico’ invece non deriva la sua forza dal detenere azioni (dall’essere ‘comproprietario’, dal condividere quote azionarie), ma dal essere interessato, ‘coinvolto’, ‘toccato’, ‘chiamato in causa’ dall’azione di una impresa o di un’istituzione (va da sé che anche un azionista è un particolare tipo di stakeholder). L’Enciclopedia Garzanti di Economia e Finanza definisce gli stakeholder «individui o gruppi portatori di interessi che dipendono dall’impresa per la realizzazione dei loro obiettivi (soci di maggioranza e minoranza, lavoratori dipendenti, collaboratori autonomi, clienti, fornitori, finanziatori, parti sociali)». Tuttavia ‘interessato’ può implicare anche un significato attivo (non solo interessato da, ma anche interessato a): lo stakeholder è quel soggetto o gruppo in grado di o motivato a influenzare i comportamenti dell’impresa proprio perché è parte in causa, o perché ritiene di dover prendere posizione ed esprimerla, perché ne va dei suoi interessi.

Un’etichetta ambivalente

Nell’esplorare le varie attribuzioni di significati, Cevolini e Stanzani (2000) sottolineano che stakeholder più che identificare soggetti o coalizioni di interessi precisi, individua posizioni relazionali nei confronti dell’impresa. Ma la natura delle relazioni – degli interessi in gioco – chiede di essere precisata. In effetti quando si usa il termine stakeholder ad indicare gli interlocutori si fa uso di una metafora economica (estendendone il campo semantico con nonchalance). Due gli aspetti che possono essere considerati. Da un lato si inserisce nel discorso una dimensione di razionalità univoca: l’interesse è qualcosa che in senso finanziario si può calcolare, quantificare ed esigere legittimamente come prodotto di un precedente investimento. Interesse in senso tecnico è un surplus maturato esigibile, un valore che deve essere ritornato: “chiedo gli interessi perché prima ho conferito un qualche valore, valore che rimane a disposizione dell’utilizzatore, mentre a me spettano… gli interessi”. Dall’altro la chiarezza è però apparente, interesse è un’etichetta in grado di valere per molteplici oggetti, a cui si possono associare significati diversi. Nell’ambivalenza tra significato finanziario e accezione generica risiede una frazione di forza persuasivo-evocativa del termine. Vale la pena però notare che l’ambivalenza porta con sé anche possibilità interessanti. Intanto gli interessi sono plurali: ci si deve accordare per identificarli (la molteplicità ammette implicitamente le differenze). Di più: si tratta di interessi diversi che possono essere fatti valere (a qualche grado invocati come esigibili). Gli interessi in senso ampio sono oggetti che stanno a cuore, che attivano i soggetti: desideri, conoscenze, progetti, disponibilità, difficoltà, rifiuti… Più cose possono essere interessanti per gli interlocutori e quindi sottoposte all’attenzione dell’impresa. Più cose anche coesistenti o contraddittorie. Gli stakeholder dispongono – e possono rendere disponibili ad altri interlocutori – interessi diversi. Inoltre si può notare come il termine “interesse” rimanda etimologicamente alla presenza di più attori: l’interesse è qualcosa che “sta tra”. Non c’è interesse se non in riferimento a posizioni e ad attori in relazione. Da ultimo gli interessi, se si è fortunati, si possono anche quantificare.

Stakeholder dunque è un concetto che presenta un campo semantico aperto:

  • mi spettano dei ritorni per l’uso di qualcosa che è (anche in parte) mio;
  • non sono distratto: c’è qualcosa che mi interessa e lo voglio rappresentare a tutti quanti;
  • diversi i portatori, diversi gli interessi;
  • interessi convergenti o contrastanti, che ci collegano, in qualche modo;
  • interessi che a volte possono venire espressi con unità monetarie.

Ancora una volta siamo forse in presenza di un termine ‘contenitore’, che se per un verso introduce e conferisce cittadinanza a un idea essenziale (l’esistenza di altre posizioni in contatto, coesistenti o connaturate con l’attività di una determinata organizzazione), richiede tuttavia di essere contornato nei concreti contesti d’uso.

Un costrutto forte (ma anche debole)

Quando si ragiona di portatori di interessi, le prime volta l’idea colpisce, convince e rassicura. Poi però prevale l’intelligenza critica che si pone il problema di esplorare e mettere a punto gli strumenti di cui ci si serve per ragionare.

Opportunità del costrutto

Debolezze del costrutto

  • Usando il termine stakeholder si considerano relazioni e scambi tra l’organizzazione e gli attori che popolano il suo l’ambiente (o gli ambienti nei quali opera).
  • Il concetto di stakeholder introduce l’idea di ambiente popolato da soggetti in condizioni diverse. Dire stakeholder significa ammettere la varietà e, a cascata, porre il punto che la varietà non può essere data per scontata: se ne deve parlare.
  • Se propongo di considerare gli stekeholder faccio spazio a un’idea più articolata rispetto a quella di impresa di proprietà o che risponde agli azionisti. Introduco in modo concreto l’idea di impresa come sistema.
  • Il costrutto di stakeholder è utile per mettere in ordine diverse questioni. È un costrutto molto pratico: funziona un po’ come uno scaffale relativamente facile da montare, sul quale disporre poi una serie di questioni. Posso fare ordine tra i problemi provando a segnalare quali stakeholder sono coinvolti o cercare, ad esempio, le responsabilità che un’organizzazione assume, in relazione ai diversi stakeholder.
  • Anche la costruzione della mappa degli stakeholder aiuta a pensare la complessità dei rapporti da gestire con gli interlocutori e fornisce una rappresentazione più complessa e variegata dei soggetti e delle relazioni in gioco.
  • Non è facile distinguere interlocutori o gruppi di interlocutori fra loro. Per classificare o raggruppare gli stakeholder si possono utilizzare più criteri distintivi o aggregativi. Criteri forniscono un quadro più chiaro ma anche parziale.
  • Spesso gli stakeholder vengono individuati per designazione unilaterale, così come gli interessi che vengono loro attribuiti. Le cose cambiano se gli interlocutori vengono chiamati in causa ad esprimere le loro posizioni e le poste che, dal loro punto di vista, sono in gioco.
  • Non è semplice disegnare mappe con relazioni molti-molti, anche per il semplice motivo che sono poco leggibili.
  • E spesso la mappa che viene tracciata finisce per dare una descrizione statica di rapporti cangianti, non facili da definire.
  • La stessa mappa può essere un ostacolo: in modo tacito introduce una rappresentazione forte dell’organizzazione, ad esempio si pensi alla descrizione orbitale delle relazioni con gli interlocutori: al nucleo vi è l’organizzazione, su orbite, a diverse distanze dal centro vengono posizionati gli interlocutori… Un sistema solare, con l’organizzazione che ‘è quel sole che giammai tramonta’… Ma poi i sistemi planetari sono ben più complessi.
  • Stakeholder: una semplificazione? Mappa approssimata e mono dimensionale e centralizzante: tre limiti non da poco
  • Da ultimo: una cosa è rappresentare una cosa è coinvolgere; si parla spesso di stakeholder engagement, di partecipazione, di condivisione, di consultazione… poi a ben guardare si riscontrano forme meccaniche di informazione (rigide, intermittenti e parziali).…

 

Un concetto per pensare l’organizzazione

Se ‘pensare è agire’, l’idea di stakeholder ci aiuta però a pensare l’organizzazione alla quale ci interessiamo (o perché ci lavoriamo, o perché partecipiamo alla sua costruzione, o per altre diverse ragioni) e alle sue relazioni con gli ambienti in cui è inserita e opera. Ci aiuta a pensare che l’organizzazione può essere considerata un sistema di relazioni, dinamico, turbolento, evolvente, sociale, inserito (tanto o poco) in una rete di rapporti. Ci aiuta a pensare che ogni interlocutore avrà a sua volta diversi interlocutori, che forse più facenti parti di reti siamo avviluppati in matasse di relazioni. Insomma una prima utilità risiede nell’aiutarci a considerare le nostre organizzazioni come sistemi complessi in cui sono presenti e con cui interagiscono soggetti a loro volta presi da altri sistemi. Se il mondo è complesso possiamo immaginare di mettere in campo azioni per fare fronte e trattare la complessità, possiamo essere più accorti.  L’idea che le organizzazioni siano (anche) sistemi di relazioni a configurazioni sufficientemente definite (ma pure in movimento) ci aiuta a pensare che un compito di chi ha responsabilità di governo è quello di mantenere e sviluppare, aprire o chiudere le relazioni con interlocutori diversi. Gli stakeholder non sono necessariamente partner… anche gli stakeholder possono essere scelti? È possibile negoziare con loro? Possiamo decidere (con moderazione si intende) quale mondo costruire?
Possiamo decidere di servirci dell’idea che nella nostra organizzazione sono presenti interessi differenti (e divergenti) e provare ad ascoltarli, consapevoli che non è una anomalia la pluralità dei punti di vista ma è la condizione costitutiva della nostra organizzazione. Possiamo interrogarci su quale intensità e legittimità di voce abbiamo gli interlocutori che ogni giorno lavorano nell’organizzazione, danno un contributo, o ricevono servizi… Insomma l’idea che esistano altri punti di vista può renderci meno autoreferenziali e più curiosi, disponibili, o almeno rassegnati all’idea che il mondo dipenderà anche dall’apporto, dalle domande, dal contributo costruttivo o oppositivo di altri.

Multistakeholder: dentro o fuori?

Inoltre impiegando il termine stakeholder per indicare i soggetti in gioco, possiamo riferirci a quanti ‘fanno parte’ del sistema, o riferirci a soggetti ‘interessati e a qualche titolo coinvolti’. Si tratta di significati entrambi ammessi. Nuovamente dobbiamo chiarire e precisare l’impiego del termine nelle concrete situazioni. Quando parliamo di organizzazione multistakeholder è necessario perciò esplicitare se intendiamo un’organizzane composta da molteplici e diversi soggetti che attraverso l’organizzazione mediano interessi differenti, o se intendiamo invece un’organizzazione attenta a dare voce ai propri interlocutori, con forme e modalità che favoriscano l’espressione i punti di vista.

Riferimenti bibliografici

  • Cevolini A. e Stanzani S., “Stakeholder”, in Fazzi L. (a cura di), Cultura organizzativa del nonprofit, FrancoAngeli, Milano, 2000, p. 95-123.
  • Preble J. F., “Toward a Comprehensive Model of Stakeholder Management” in Business and Society Review, 110/4, pp. 407-431, 2005.

3 comments on “A proposito di stakeholder…

  1. Davide Vassallo
    20 September 2011

    Sul tema dell’organizzazione multistakeholder segnalo una novità normativa che poterebbe (sottolineo, potrebbe) essere interessante e che, forse anche per il periodo in cui è stata pubblicata, è passata eccessivamente sotto silenzio.
    Il primo agosto scorso, con la circolare 38/e, l’Agenzia delle Entrate ammetteva la possibilità di riconoscere ONLUS anche quelle organizzazioni (Associazioni, Cooperative Sociali, Fondazioni) che comprendano nella compagine sociale Enti Pubblici (senza limiti di partecipazione e vincoli alle possibilità di amministrazione).
    Si tratta di un passo indietro rispetto a quanto sostenuto dall’Agenzia negli ultimi venti anni, da essa motivato espressamente dalle tendenze odierne a creare reti e partneriati attivi tra Enti pubblici e Terzo Settore.
    Non mi nascondo i pericoli di questa determina: le possibilità di creare enti assolutamente strumentali (ma, in fondo, esistono già…), i possibili conflitti di interesse nell’assegnazione di risorse pubbliche su bandi (ma, davvero, i conflitti di interesse non sono mai mancati…).
    Se però pensiamo all’Ente pubblico come importante ed imprescindibile stakeholder delle organizzazioni del Terzo Settore, preferisco cogliere i possibili effetti positivi verso la creazione di organizzazioni multistakeholder avanzate e partecipate.
    Stiamo a vedere cosa ne viene fuori…

  2. mainograz
    19 September 2011

    Grazie Luca,
    detto da te, quasi una review:-)
    Provo a scrivere altri pezzetti e poi chissà…
    Un caro saluto,
    Graziano:-)

  3. Luca Fazzi
    19 September 2011

    molto interessante questo post, quasi un articolo

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