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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Innovazione tra lock-in e opportunità

Scrivo questo post in preparazione al workshop di domani, lunedì 21 novembre 2011 (09:00 – 13:30), organizzato dal Centro di Studi e di Ricerca – Metodi Dati e Strumenti della Facoltà di Economia dell’Università di Brescia (in Sala Biblioteca in via San Faustino 74/b, Brescia).
Provo a raccogliere le idee per il rapidissimo intervento di apertura (giusto alcuni di spunti). Ho già in mente un secondo post per la tavola rotonda di chiusura del seminario. Le cose che vorrei dire sono sei, due per ciascuna delle tre questioni che abbiamo messo a tema nel workshop. Ci incontriamo (persone con esperienze diverse) per ragionare di cooperazione sociale, innovazione e nuove tecnologie.

Cooperazione sociale

  1. La cooperazione sociale è a un punto di svolta (nessuno parla di crisi, ma timidamente si ammette il termine ‘disorientamento’). Cambia il welfare e deve cambiare la cooperazione che del welfare per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni è stato un attore fondamentale (non l’unico!).
  2. In che modo può cambiare la cooperazione sociale? Quali opportunità, quali ostacoli, quali evoluzioni, quali possibilità di governo e di orientamento dei/nei processi macro? Quali segnali?

Innovazione

  1. Innovazione è il tema del momento, è l’esortazione mattutina, il mantra che non ci abbandona, il concentrato ideologico-energetico che integra l’alimentazione quotidiana, l’occhiolino de Il Sole – 24 Ore, la parola magica dei convegni da qui alla fine del 2012, il tags che ti indicizza vigorosamente.
  2. Innovazione è un costrutto sinsemantico e un fatto sociale globale. Un costrutto che se non contestualizzato è privo di senso o potenzialmente un attrattore indifferenziato di senso (un buco nero che assorbe energia). Un fatto sociale globale, un accadimento cruciale che coinvolge molteplici e complesse dimensioni sociali, che condiziona l’agire individuale e collettivo, che consente di esaminare le caratteristiche di una cultura. L’innovazione è un fenomeno che può consentirci di leggere il presente nel suo svolgersi.

Nuove tecnologie

  1. Le nuove tecnologie spiazzano, non è chiaro in che misura interagiscono con le molteplici finalità della cooperazione sociale. Sono parzialmente conosciute (e non è semplice costruire quadri di orientamento): sono strumenti, determinano luoghi di azione (non sono semplicemente una realtà altra, ma coproducono estensioni della realtà, moltiplicando il luoghi di lavoro, di incontro, di scontro). Le nuove tecnologie promettono inclusione, in particolare la cultura open. Ma non sappiamo con esattezza quali problemi sociali stiano producendo. Sappiamo che l’esclusione è in agguato, e non sempre è facile convenire su cosa sia inclusione: fruizione, uso, applicazioni, progettazione, regole…
  2. Le nuove tecnologie dell’informazione modificano il modo di lavorare (più o meno impercettibilmente). Incontrano resistenze, accoglienze entusiaste, adozioni critiche, disponibilità individuali ed organizzative, e qua e là forme di luddismo strisciante. Se le tecnologie sono estensioni delle organizzazioni, agire su di essere significa modificare le organizzazioni (e quindi influire sulla vita delle persone e sui sistemi sociali). Quali attese in chi le promuove e in chi le adotta? Quali consapevolezze e quali attese? Quali progetti e quali scetticismi? Quali prospettive per l’innovazione e per la cooperazione sociale?

Vorrei segnalare questi tre temi come tre epicentri che liberano energie  che vanno propagandosi e scontrandosi fra loro, determinando sommovimenti, contraccolpi, rimodellamenti… Energie anche distruttive, o che possono venire inutilmente assorbite, consumate e disperse.

Lock-in

Prendo spunto dai primi capitoli del libro di Jaron Lanier, Tu non sei un gadget, Mondadori, 2010 (ed. or. 2010).

Ci sono paralisi che potremmo definire da lock-in. Le organizzazioni rimangono imprigionate nei loro programmi sorgente, nelle idee che le fanno nascere, negli script istitutivi (discussioni, atti costitutivi, statuti, scelte originarie). Scelte che sembrano essere di efficacia inferiore alle scelte che nel tempo si vanno facendo disponibili, alle architetture istituzionali del presente, alle più moderne configurazioni organizzative di cui si sente parlare come novità attese, novità che sembrano più rispondenti e certamente meno antiquate. Le organizzazioni appaiono (e si sentono) immobilizzate. Costrette in forme che non sembrano rispondere alla complessità del momento attuale. Eppure cambiare non conviene: troppi equilibri cambierebbero, la riprogettazione investirebbe l’intero sistema scuotendolo dalle fondamenta. Non siamo certi dei miglioramenti. Forse, allora, è preferibile rimanere nella condizione in cui si versa. Il sistema si è adattato, lo abbiamo adattato, non funziona forse a quel grado di perfezione sperato, ma funziona… in qualche modo funziona.

Come accade per i programmi informatici: cambiare le versioni precedenti sembra essere contemporaneamente una buona scelta e un errore. Cambiare è impegnativo. Non sono certi i miglioramenti promessi. Il programma funziona, lo conosciamo, non ci perdiamo nei meandri delle innumerevoli opzioni. Cambiare poi significa cambiare tutto, ma cambiare tutto significa andare incontro a terremoti profondi, dall’esito incerto, a problemi di integrazione e di efficienza…
“I modelli sembrano superati”. “I modelli non si possono superare pena mettere a repentaglio lo stato delle cose”. Per me il vero lock-in è questa incertezza, la sensazione di sbagliare qualsiasi scelta si faccia (o non si faccia). Cambiare è costoso e rischioso. Non cambiare è oneroso e pericoloso. Gli standard (le leggi, gli accordi, le modalità operative consolidate, i modi di pensare) sono configurazione che rispondono a sollecitazioni di adattamento e che (per un certo periodo) si rivelano vincenti (almeno socialmente vincenti). Poi si vorrebbe cambiare, ma non si ha il coraggio (e neppure la forza) di lasciare la via conosciuta per imboccarne una nuova.
Per fortuna le organizzazioni non sono statiche e immobili. Risentono del lock-in, ma hanno anche un potenziale di riprogettazione costitutivo (dato dalle smemoratezze di chi ci lavora, dalle dimenticanze, dai disinvestimenti, dal succedersi di generazioni, dal loro progetto iniziale…). Per essere organizzazioni devono saper conservare e cambiare. Forse la tradizione è una risposta socio-culturale ai rischi del lock-in.

Per Jaron Lanier l’inalterabilità di alcuni programmi informatici costituisce un fenomeno che si combina con la crescita esponenziale della potenza dei computer. Gli elementi permanenti che i progettisti immettono nei software tendono costituirsi come vincoli che condizionano e si propagano.
Possiamo dire che qualcosa di analogo è accaduto per la forma cooperativa? Possiamo immaginare un effetto di lock-in per spiegare la difficoltà di cambiare il codice sorgente della cooperazione (i sette principi dell’alleanza cooperativa internazionale)? In certo modo la legge sull’impresa sociale ha promosso alcuni cambiamenti e ha provato a scuotere lo stato di lock-in in cui versa la cooperazione sociale…

Quello che voglio dire è che ci potrebbe essere un fenomeno strutturale intrinseco che si oppone all’innovazione che si avverte come necessaria, un fenomeno di incastro nella condizione iniziale. E spesso, magari con termini diversi, è proprio l’argomentazione che si richiama al lock-in che viene addotta per spiegare l’inopportunità di introdurre innovazioni. Come se si dicesse: la cooperazione non può cambiare sarebbe troppo complesso e forse insostenibile, non conveniente. Ma se non cambia verrà spazzata via…
Nelle resistenze al cambiamento il fenomeno del lock-in potrebbe essere considerato?

Opportunità da lock-in

L’11 novembre 2011 compare sul Corriere della Sera un articolo a firma di Carlotta Clerici dal titolo Retenergie, le rinnovabili si fanno in cooperativa che racconta di una esperienza piemontese: una cooperativa – Retenergie – che associa produttori e utilizzatori di energia prodotta in forma cooperativa. Una cooperativa formata da più di 400 soci, che produce energia rinnovabile in forme differenti: non solo dal sole ma anche dall’acqua. Una cooperativa che collega le microenergie di molti in un progetto di impresa, ecologico, economico, culturale (per saperne il sito di Retenergie aiuta). Una cooperativa di soci che investono, che possono prestare danaro, che ricavano utile per sé e per l’ambiente. Il lock-in sembra essere un punto di forza piuttosto che un ostacolo che avviluppa e non consente il cambiamento. La formula cooperativa, le idee originarie della mutualità, della democrazia e della condivisione sembrano essere innovative. E colpisce che il Corriere ne parli con stupore giornalistico, con il gusto di provare che forme di impresa democratiche con vincoli ecologici stringenti siano possibili [quasi uno scoop].

Cosa trasforma il lock-in in un vantaggio? Come l’innovazione può diventare energia per la cooperazione? Come la cooperazione può rendere sostenibile e diffusa l’innovazione? Cosa possiamo farcene dell’innovazione informatica e tecnologica?

PS

Ringrazio Flaviano Zandonai e Giancarlo Ottaviani per le segnalazioni (scrivere è dialogare:-)

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