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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

La fatica di prendere appunti per lavoro /3 – Mankell prova a calmarsi

Eccomi al terzo post del ciclo La fatica di prendere appunti per lavoro. Per la verità non so ancora quanti saranno alla fine perché rileggendo Il ritorno del maestro di danza di Henning Mankell (Marsilio, 2010) scopro passaggi e accenni che mi erano sfuggiti (e che non si lasciano trovare neppure con la funzione ‘cerca’ nella versione ebook del libro).

Un passo indietro: Stefan Lindman il protagonista che prende appunti

Per poter considerare alcune caratteristiche dell’esperienza del ‘prendere appunti per calmarsi’ (questione a tema in questo post) è necessario fare un passo indietro e presentare il protagonista del libro, l’ispettore Stefan Lindman. I capitoli che lo introducono e lo vedono protagonista sono il secondo, il quarto, il quinto e l’inizio del sesto. Stefan Lindman è un poliziotto. È sconvolto, gli è stato diagnosticato un tumore maligno in bocca. Dopo aver ricevuto il referto, nel lasciare l’ospedale legge casualmente la notizia che un ex-collega – Herbert Molin – da alcuni anni in pensione, è stato ucciso brutalmente. Fra molte incertezze finisce per rinunciare alla vacanza che ha pensato di prendere prima dell’inizio delle cure e inserirsi nell’indagine sulla morte dell’ex-collega assassinato.

E dopo, cosa avrebbe fatto dopo?
Si disse ancora una volta che quel viaggio non aveva senso. Avrebbe dovuto andare a Maiorca invece. La polizia dello J
ämtland avrebbe fatto il proprio lavoro. Un giorno sarebbe venuto a sapere quello che era successo. Da qualche parte si aggirava un assassino destinato ad essere catturato.
Si mise su un fianco e fisò lo schermo nero del televisore. Sentì dei ragazzi ridere per strada. Aveva avuto occasione di ridere quel giorno? Frugò nella memoria senza trovare nemmeno un sorriso. Non sono più quello che ero, pensò. Un uomo che rideva spesso. Adesso sono un uomo che ha un tumore maligno alla lingua, un uomo che ha paura di quello che succederà.
Poi guardò le scarpe. Notò qualcosa che rimasto incastrato su una delle suole di gomma. Un sassolino del sentiero, pensò. Stese la mano per prendere la scarpa e toglierlo.
Ma non era un sassolino, era il frammento di un pezzo di puzzle. […]
p. 78
Henning Mankell, Il ritorno del maestro di danza, Marsilio, 2010.

Appunti: scritture soggettive

Ancora una considerazione prima di lasciare spazio alle citazione relativa agli appunti. Perché è stato necessario presentare il soggetto che prende appunti, la sua vicenda, le sue condizioni? Mi sembra che gli appunti siano una attività che non si comprende se non ci si riferisce alla soggettività di chi scrive. Gli appunti sono una forma di scrittura personale, possono avere ragioni funzionali (ricordare, ricostruire, mediare, distanziare) ma certamente queste ragioni incontrano le peculiarità personologiche. Se prendo appunti mentre ascolto una lezione o partecipo a un incontro ci saranno certamente ragioni pratiche (poter riutilizzare il testo, studiare, condividerlo, scriverci un articolo), ma ci sono anche ragioni che mi chiamano in gioco come persona: ci sono io che provo a stare in relazione con un compito, con una situazione, con il mio modo di vedere il mondo, con il mio modo agire nelle situazioni… Si prendono appunti per ragioni strumentali e si prendono appunti per come si è e per come si sta negli avvenimenti. E ciò comporta che il prendere appunti, in qualche modo ci parli di come siamo come persone e di come ci collochiamo in quello specifico frangente.

La scoperta del frammento di puzzle gli fece passare il sonno. Andò a sedersi al tavolo. Iniziò a scrivere su un blocnotes quello che aveva fatto durante il giorno. Gli appunti assunsero la forma di una lettera. Ma inizialmente non sapeva per chi la stesse scrivendo. Poi si rese conto di averla scritta per la dottoressa con la quale aveva appuntamento a Borås il mattino del 19 novembre. Ma non sapeva perché avesse pensato proprio a lei. Forse perché non aveva nessun altro a cui scrivere? O perché Elena non avrebbe capito di cosa stesse parlano? In alto sul foglio scrisse “La paura di Herbert Molin”, sottolineando la parola paura con un tratto deciso. Poi annotò punto per punto le osservazioni che aveva fatto fuori e dentro la casa e sul luogo in cui era stata piantata la tenda. Quando finì, cercò di trarre delle conclusioni. Ma l’unica alla quale riuscì ad arrivare con certezza fu che l’assassinio di Herbert Molin era stato pianificato nei minimi dettagli.
p. 79
Henning Mankell, Il ritorno del maestro di danza, Marsilio, 2010.

Vita privata e lavoro si intrecciano. Stefan Lindman riesce a contenere la paura per le sue condizioni di salute, paura che sta per travolgerlo, solo facendo il poliziotto, forse solo indagando nella vicenda di una persona che ha avuto paura. A un certo punto Stefan Lindman deve contenere le ondate di ansia e ci prova immergendosi nell’indagine, riconsiderando le sue azioni, quello che scopre, quello che gli risulta incomprensibile. Il suo stato emotivo, la preoccupazione per la malattia, per un verso lo costringono a concentrare l’attenzione sull’omicidio dell’anziano ex-collega, anche se a tratti lo sconvolgono, lo distraggono e quasi lo paralizzano. E scrive per comprendere le scoperte che fa con il procedere dell’indagine e dominare le emozioni che lo scuotono.

Appunti per sé (e non solo)

Ricapitolando, nel passaggio del romanzo considerato, gli appunti rispondono a esigenze individuali. Nel brano viene amplificata la loro funzione soggettiva e autoreferenziale. Mentre la funzione sociale risulta essere pressoché nulla. Non sarà così nell’ambito delle vicende successive. Il richiamo di questa doppia dimensione induce a ipotizzare due grandi categorie di appunti: quelli scritti (quasi) esclusivamente per sé e quelli scritti (anche) per altri.

Considerando gli appunti scritti quasi esclusivamente per sé, provando ad abbozzare la dinamica che li rende funzionali. Gli appunti servono a contenere le emozioni, per calmarsi. Gli appunti hanno un effetto calmante perché sono un compito che cattura l’attenzione e perché permettono di riordinare gli avvenimenti; servono dunque a fare ordine. Gli appunti, in modo evidente nella vicenda che abbiamo richiamato, sembrano collegare e conciliare la dimensione lavorativa con quella extralavorativa. Quello che si scrive poi può essere riconsiderato, alimentando così la riflessione. Gli appunti sono scritture che manifestano i propri stati d’animo a se stessi, finendo per essere specchio della propria condizione emotiva. Gli appunti sono dunque scrittura che espone (a se stessi in questo caso).

Ritorniamo alla distinzione sopra ipotizzata tra appunti personali e appunti sociali. E se le dimensioni fossero tre?

  • Appunti come scritture private, rivolte a se stessi, per un uso personale.
  • Appunti come scritture di mediazione, tra un prima fatto di avvenimenti e un dopo che può essere immaginato e quindi incorporato nella scelta di cosa appuntare e cosa no. Gli appunti in questo senso fissano informazioni soggettive che potranno (o no) essere riutilizzate.
  • Appunti come scritture soggettive che avranno un uso pubblico, scritture di parte, non autenticate, testimonianze parziali messe a disposizione, in questo senso gli appunti diventano atti sociali, in quanto forme di registrazione significative per più persone (Ferraris, 2009, p. XIII). Ritroveremo questa forma di appunti e analizzeremo la loro funzione, seguendo le vicende del romanzo, nel prossimo post.

Di fronte ai miei appunti

Qualche giorno fa un collega mi ha chiesto gli appunti per precisare un rendiconto richiestogli dai finanziatori di un intervento condotto insieme. A un certo punto, mi ha detto: «Ma qui, cosa stava succedendo? Si vede che eri preoccupato, guarda che appunti…». Vero. A dire la verità ero sotto sopra per quello che stava succedendo. Ero agitato e cercavo di mantenere la calma, ma i miei appunti mi dicevano che l’irritazione prendeva forma sul foglio. Mi capita nel corso della conduzione di incontri di lavoro, di non riuscire a prendere appunti o almeno non come vorrei. A volte non ce la faccio a prendere appunti direttamente con il computer. Di solito mi capita quando sono stanco o quando le questioni e i discorsi sono intricati. Allora devo scrivere su carta. E la scrittura (non il contenuto), proprio i filamenti di inchiostro sul foglio mi si parano davanti, tra me e i contenuti: la grafia, le forme, le sottolineature, i ripassi, i cerchi ripetuti, i riquadri insistenti mi dicono di cosa sta accadendo in me e forse nel campo del gruppo di cui faccio parte. Quasi che gli appunti fossero dei portavoce dell’atmosfera interpersonale che va sviluppandosi (Neri, 2004, p. 200 e p. 300).

Riferimenti

Ferraris M., Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Laterza, 2009.
Neri C., Gruppo, Borla, 2004.

7 comments on “La fatica di prendere appunti per lavoro /3 – Mankell prova a calmarsi

  1. Pingback: La fatica di prendere appunti per lavoro /4 – Mankell condivide e si aggiorna « Mainograz

  2. Luciano Barrilà
    7 November 2012

    Ho sempre avuto un rapporto travagliato con gli appunti.
    Forse per pigrizia, o forse perché quando seguo “qualcosa” -una riunione, una lezione…- ho bisogno di stare attento a quel che sento per non perdere il filo, ho usato questa forma di scrittura poche, pochissime volte.

    Da qualche tempo, invece, me ne servo in maniera più intensiva. L’aumento degli impegni extralavorativi, e la necessità di tenerli in ordine, mi hanno forzato ad affidarmi alla scrittura come mezzo per scaricare la memoria e fissare scalette, idee e programmi.

    Gli appunti mi servono per riorganizzare gli eventi, per sottolineare quanto è stato detto ma, soprattutto, quanto NON è stato detto. A volte, rileggendo, scopro di aver sottolineato atteggiamenti, mezze frasi, sguardi, pose…mi accorgo, insomma, di aver usato la tela per dipingere lo sfondo.

    Trovo sia un esercizio stimolante, che personalizza molto le conoscenze, e mi aiuta a chiarire (soprattutto a me stesso) in che relazione mi pongo nei confronti degli altri e di quello che dicono.

    Perché, in fondo, gli appunti non sono altro che un modo per tradurre nella nostra, personalissima lingua il contenuto di una relazione. O no? :)

  3. Laura
    6 November 2012

    Prendere appunti non e’ il mio forte perche’ la mia in-capacita’ di sintesi non mi aiuta.
    Spesso, pero’, prendere appunti mi salva dal pericolo di abbiocco (in quel caso aggiungo qualche fiorellino, disegno gli omini, faccio i trattini).
    Quando poi pero’ rileggo i miei appunti sono contenta d’averli presi perche’ mi donano una sensazione di ordine che mi rasserena e mi fa riflettere.
    E spesso hanno anche la capacita’ di darmi una visione diversa delle cose.
    Veramente un bel post. Grazie!

  4. ovittorio
    6 November 2012

    prendo appunti e li conservo sapendo pue che non li userò mai più in quanto veicoli d’informazione, ma in quanto rappresentazioni del mio pensare e sentire nel momento in cui sono stati messi su un foglio. QUadrati, freccette, cerchi, lato destro cose da fare, lato sinistro elenchi, e disegni (mostri, volti, corpi….). E così attendo curioso la quarta parte: gli appunti sociali!
    vittorio

    • mainograz
      6 November 2012

      Intanto potresti mandarmi un ‘estratto’ fotografico dei tuoi appunti.
      Così ho una foto ti informo che un tuo commento diventerà la citazione per un post.
      Da ultimo… vado a lavorare per il post su appunti sociali!
      ;-)

  5. Martina
    6 November 2012

    Mi sono ritrovata in questo post e l’ho letto con interesse fino in fondo. Espicita bene vari aspetti del “prendere appunti”. Grazie per questa fatica non vana.

    • mainograz
      6 November 2012

      Mankell è uno scrittore svedese che… vive (buona parte dell’anno) in Mozambico…

Dai, lascia un commento ;-)

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