Mainograz

Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Avvicendamenti: spunti da una ricerca esplorativa in un convento domenicano

screenshot

.

Questo post è stato scritto da Alice Bislenghi, Gianpaolo Contestabile, Veronica Cucchiarini, Chiara Pelloni, Genny Tatti, Francesco Viola rielaborando alcuni passaggi di una ricerca realizzata nell’ambito del corso di Psicosociologia dei gruppi e delle organizzazioni (anno accademico 2012/2013). La ricerca è stata condotta in un convento domenicano situato lungo il dorsale appenninico, tra Piemonte, Liguria e Francia, nel territorio tra Lerici e Turbia.

Introduzione

Lo scritto che qui presentiamo nasce da un’esperienza di ricerca di stampo psicosociologico in un convento domenicano, realizzata con l’intento di esplorare la realtà organizzativa e di coglierne i punti di forza e di debolezza. Le dinamiche che andremo a descrivere, quindi, sono profondamente legate alle peculiarità e alla storia dell’Ordine Domenicano. Abbiamo cercato di analizzare i dati raccolti ponendo particolare attenzione al tema degli avvicendamenti.
Nel primo paragrafo di questo capitolo racconteremo le origini e i valori principali della cultura domenicana; nel secondo paragrafo tratteremo, invece, il tema degli avvicendamenti in relazione a due grandi principi dell’ordine: la fratellanza e l’itineranza; nel terzo paragrafo prenderemo in esame gli avvicendamenti delle figure apicali (come il priore e i responsabili di gruppi specifici come quello riservato ai giovani). A tal proposito abbiamo analizzato le problematiche emerse nel processo di transizione della leadership e le strategie che sono state messe in campo per affrontarle. Infine ci siamo occupati delle questioni riguardanti i membri più anziani del convento.
Siamo consapevoli che le dinamiche che tratteremo sono caratteristiche della realtà religiosa domenicana, d’altra parte però, i sottotemi emersi – il coinvolgimento etico ed affettivo, la mobilità continua tra diverse organizzazioni, la presa in carico dei membri più anziani – rappresentano problematiche generali che ritroviamo anche al di fuori delle mura del convento.

1. Storia dell’ordine: quando l’abito fa il monaco

Quando pensiamo all’organizzazione “convento” ed alla figura del frate nel contesto italiano, nella nostra mente prende forma una figura che assomiglia molto al prototipo del frate francescano. Per descrivere e far risaltare le peculiarità dell’Ordine Domenicano, quindi, presenteremo un confronto con l’ordine che fa capo al santo di Assisi.
Nel canto XI del Paradiso, Dante ci presenta due “prìncipi” che la provvidenza avrebbe mandato in soccorso della Chiesa in difficoltà: l’uno, San Francesco, caratterizzato dall’ardore della carità e della povertà, l’altro, San Domenico, dalla chiarezza e certezza della fede. La differenza tra i due ordini e le peculiarità di ciascuno sono evidenti dalla semplice osservazione dei loro abiti.

  • Il saio francescano è di colore marrone, il colore della terra, del lavoro, ed è cinto da una semplice corda, il cingolo usato dai contadini, simbolo di conformità a Cristo, segno visibile delle finalità dell’ordine: la povertà, il lavoro, la minorità.
  • L’abito domenicano è invece di colore bianco, che indica purezza e un distacco dalle cose del mondo tipico di chi si dedica allo studio e non al lavoro manuale.

Domenico chiamò il suo ordine “ordum fratrum predicatorum” ponendo l’accento proprio sulla missione principale dell’ordine: la predicazione. Tale predicazione richiede necessariamente grande cultura e dedizione allo studio, che risulta essere una delle principali attività di un frate domenicano, nonché uno dei quattro capisaldi su cui si fonda l’Ordine stesso. L’impostazione tipica dei Domenicani è quindi prettamente culturale e ciò si riflette nelle attività che propongono, nel modo di condurle, nel modo stesso di vivere la fraternità, nello stile di lavoro, nella formazione che ricevono e forniscono. Noi stessi, venendo a contatto con l’organizzazione, abbiamo potuto sperimentare questo stile, questo particolare carisma, attraverso le numerose attività culturali proposte dal convento (cicli di seminari tenuti da esperti, conferenze e concerti). Abbiamo scoperto che ogni frate ha un impiego esterno inerente l’insegnamento e l’attività di ricerca ed alcuni di loro sono impegnati nella conduzione del gruppo giovani. Si tratta di un gruppo dedito ad attività come visite a monasteri e incontri formativi di taglio spirituale e mai di servizio/volontariato. Il taglio intellettuale dell’Ordine è emerso anche nelle omelie delle Messe a cui abbiamo partecipato, molto incentrate sulle scritture e sui collegamenti tra le stesse, quindi rivolte ad un target colto e istruito. Le strutture architettoniche dei conventi riflettono la loro specifica missione: secondo il priore del convento domenicano, il cuore del convento è rappresentato dalla biblioteca, di cui i Domenicani hanno una cura quasi maniacale.

L’abito, quindi, veicola un messaggio, ci racconta la “mission” e le caratteristiche peculiari dell’organizzazione che abbiamo cercato di conoscere.

2. Fratellanza e itineranza (quando si dice mission)

Come accennato nel paragrafo precedente, l’Ordine Domenicano è fondato su quattro principi sanciti da S. Domenico e tramandati attraverso la Regola Domenicana. Uno dei quattro capisaldi che costituiscono l’essenza dell’ordine domenicano è la vita comune. Questo fondamento presuppone che ogni frate che intraprenda il cammino della fede lasci la propria casa per vivere in fraternità nel convento, condividendo non solo la dottrina ma anche la quotidianità della propria vita con gli altri fratelli. Questo aspetto è espresso nell’etimologia stessa del termine frate (dal latino frater, fratello), inteso come membro di una comunità di pari, distinto da monaco (dal latino monos, colui che sta da solo). La fraternità e la vita in comunità si configurano perciò non solo come condizione oggettiva della vita in convento ma come uno degli obiettivi fondanti e sottostanti alla scelta di diventare frate.
La ‘carità’, l’ideale di vita dei Domenicani, non consiste nella semplice tolleranza degli altri, ma nell’impegno ad amare gli altri frati superando differenze generazionali e personali. In quest’ottica il tema degli avvicendamenti assume un significato del tutto particolare. Mentre in altri tipi di organizzazione il buon inserimento di un nuovo membro costituisce un requisito necessario per la collaborazione al raggiungimento degli obiettivi prefissati, nel convento domenicano rappresenta uno degli scopi ultimi dell’organizzazione. Parlando con i frati del convento, abbiamo riscontrato che l’inserimento di un nuovo frate è facilitato dallo stile di vita comunitario e dall’investimento affettivo dato dai membri del convento. Abbiamo potuto constatare che la “partecipazione totale” alla vita dell’organizzazione crea un sentimento di appartenenza alla comunità molto forte, e ciò implica non poche difficoltà nel momento in cui un nuovo membro si trova a sostituirne un altro appartenuto a quella stessa comunità per un lungo periodo di tempo.
Nonostante l’aspetto comunitario (di condivisione anche degli spazi quotidiani) sia centrale nella vita di chi decide di abbracciare la “missione” domenicana, è pur vero che la stabilità e la permanenza non sono condizioni assolute. Spesso è necessario per i conventi e, in generale, per le province domenicane, operare dei particolari cambiamenti che si concretizzano negli spostamenti di alcuni frati da un luogo ad un altro, convento o provincia che sia; d’altronde l’Itineranza rappresenta un pilastro fondante degli ordini mendicanti, etichetta in cui i domenicani si riconoscono fin dal principio.
Da un punto di vista prettamente tecnico, la mobilità dei frati domenicani è generalmente limitata all’interno della provincia di appartenenza, dunque gestita dal priore provinciale; può anche accadere, però, che particolari esigenze assegnino al Maestro dell’Ordine l’incombenza di spostamenti extra-provinciali di uno o più frati. È bene sottolineare che, in tal caso, gli avvicendamenti non sono frutto di sterili strategie studiate “a tavolino”, ma risultano da scelte ragionate di cambiamento, da un processo di discussione, confronto e approvazione a cui partecipano tutte le parti chiamate in causa. Nel perseguire simili obiettivi, il priore può avvalersi di strumenti ufficiali, quali i capitoli o i consigli, oppure seguire vie informali, facendosi promotore in prima persona di forme di comunicazione trasparenti e cordiali, in linea con il principio della fraternità.

Generalmente i motivi alla base dei processi di cambiamento e avvicendamento sono riconducibili a due ragioni principali:

  • esigenze organizzative: potrebbe essere richiesto il trasferimento di un frate da un convento ad un altro per ricoprire un ruolo specifico;
  • motivi personali: un frate può richiedere il trasferimento per esigenze personali o problemi di integrazione nella comunità in cui si trova.

3. Avvicendamenti di figure apicali (abati e priori)

La figura del priore nasce con gli ordini mendicanti del 1200, ma deriva dalla figura più antica dell’abate. Durante le prime esperienze di vita religiosa comunitaria (a partire dal IV secolo d.C.) si fece sentire l’esigenza di individuare un punto di riferimento per la comunità e gli individui. Nacque così la figura dell’abate (dall’ebraico abbas che significa “padre buono”), una figura deputata al governo della comunità non tanto per mezzo di attitudini politiche, quanto piuttosto tramite la “sapienza di vita” e grazie alla fama di santità e saggezza da lui posseduta: in una sola parola, per il suo carisma. II ruolo dell’abate era quindi connesso alla dimensione sapienziale, che sappiamo caratterizzare ancor oggi in modo pervasivo l’Ordine Domenicano.
Dall’abbas i fratelli si aspettavano un aiuto a vivere pienamente la propria vocazione: l’abate ricopriva questo ruolo per tutta la vita, proprio come un padre che aiuta i figli a crescere e a trovare la loro strada, offrendo loro consigli e sapienza. Un sacramento sanciva il cambiamento di status dell’individuo selezionato in base a tratti stabili della sua personalità. La figura dell’abate rispondeva alle esigenze di una comunità di tipo feudale, statica e connotata dalle rigidità tipiche dell’epoca in cui emerse.

Il 1200 fu caratterizzato da una serie di svolte importanti: adeguandosi ai grandi cambiamenti storici, sociali ed urbanistici di quel particolare momento storico, le comunità religiose smisero di essere improntate sulla clausura e sulla vita solitaria, si aprirono verso l’esterno, proiettandosi verso la comunità più ampia. Insieme ai Comuni nacquero gli Ordini Mendicanti, ed i conventi  “in urbe” sostituirono le abazie. La vita comunitaria acquistò un’importanza non trascurabile: la dimensione fraterna divenne centrale e prese il posto dell’isolamento che caratterizzava gli ordini monastici. Si generò, così, una nuova mission della comunità religiosa, e con essa la necessità di una figura apicale differente: nacque  la figura del priore (da prior, il primo dei fratelli) che prese il posto dell’abate. La dimensione orizzontale e fraterna venne a sostituire quella verticale e gerarchica: il priore era il “primo fra tanti” al quale veniva delegato il potere decisionale della comunità e, di conseguenza, il governo del convento.

Osservando l’organigramma dell’Ordine Domenicano abbiamo individuato 3 livelli gerarchici. Al vertice c’è il Maestro dell’Ordine; alla base troviamo i priori conventuali, i quali sono guidati da un priore provinciale. Da un punto di vista strettamente amministrativo, la carica di priore è elettiva e a termine. Il priore provinciale viene eletto dal Capitolo provinciale (composto dai rappresentanti dei frati della provincia) e rimane in carica 4 anni; il priore conventuale, a sua volta, viene eletto dal Capitolo conventuale e rimane in carica 3 anni.
La delega è la dimensione che caratterizza ancora oggi il potere assegnato al priore, il quale non viene eletto per la capacità di raccogliere la volontà della comunità traducendola in azione. Questo processo avviene nel Capitolo, termine che identifica contemporaneamente un luogo, uno spazio ed un’istituzione governativa. Il priore presiede il Capitolo: il processo di presa di decisione, tuttavia, risulta piuttosto lento a causa della numerosità dei frati. Per rispondere alle esigenze di flessibilità e rapidità è stato creato il Consiglio, una sorta di gabinetto composto da frati eletti dalla base, che governano la comunità insieme al priore. L’elezione di ogni carica è, dunque, democratica e libera dal principio di auctoritas che caratterizzava il sistema sociale precedente. Il potere del priore è, quindi, delegato dalla comunità, limitato dalla Costituzione dell’ordine e dal parere del Capitolo.
La figura del priore deve favorire la sinergia tra Consiglio e Capitolo, le due istituzioni della comunità deputate alla guida della stessa: per questo motivo, all’individuo che ricopre questo ruolo viene richiesta una flessibilità che gli permetta di non sostituirsi ad altre funzioni e, allo stesso tempo, una capacità di agire senza delegare in toto la presa di decisione.
La natura intrinsecamente democratica del sistema degli ordini mendicanti richiede al priore la capacità di facilitare la comunicazione tra le diverse entità di governo: è necessario gestire i conflitti e favorire il confronto rispettoso dei diversi punti di vista anche interni al gruppo, in particolare quando questi rispecchiano differenze inter-generazionali. Questa capacità di comunicazione e di ascolto diventa fondamentale anche nella gestione degli spostamenti dei frati prevista dagli ordini mendicanti, spostamenti che, tra l’altro, potrebbero riguardare il priore in prima persona.
Queste funzioni possono essere espletate al meglio unicamente all’interno di un rapporto di fiducia e accoglienza reciproca tra la comunità e la sua “guida”. Ogni convento costituisce una comunità particolare in cui il priore riconoscerà somiglianze e differenze rispetto alle comunità in cui ha vissuto in precedenza. In caso di incompatibilità tra la comunità ed il priore, questo non verrà deposto: il suo mandato triennale arriverà comunque a scadenza, fatto salvo il caso in cui il priore sia stato autore di fatti gravi al punto da richiedere l’intervento del priore Provinciale.
Il priore, inoltre, è responsabile della gestione economica del convento con l’aiuto di una figura competente interna alla comunità, chiamata “economo”. La riflessione sulla progettualità (non solo economica) viene formalizzata nel corso di un particolare Capitolo riunito appositamente per la riesamina dell’anno trascorso, a cui segue un secondo Capitolo di programmazione per l’anno nuovo. Nel corso di queste riunioni, il priore esercita il suo potere in forma democratica, avvalendosi del parere dei confratelli e mettendo a loro disposizione la sua sapienza.

4. Anziani

Il convento è un’organizzazione antica in cui l’esperienza dei membri anziani incontra l’innovazione di quelli più giovani: il risultato è un senso di continuità fra la tradizione domenicana ed il contatto con la modernità. Questa unione è fortemente alimentata dalla condivisone che caratterizza la vita di comunità. Nonostante la fratellanza che caratterizza il clima all’interno del convento, la convivenza di generazioni molto distanti tra loro genera, a volte, difficoltà di gestione dei problemi della quotidianità.
Mentre il frate giovane si sposta frequentemente da un convento all’altro (dentro e fuori la provincia) il frate anziano è molto più stanziale. Per i frati non esiste un pensionamento nel senso letterale del termine: il membro anziano, anche se percepisce una pensione, non viene allontanato dal convento, ma continua a partecipare a riti e attività di routine finché le forze lo accompagnano.
L’avvicendamento generazionale, dunque, non avviene con un reale passaggio di testimone né si concretizza in un periodo limitato di accompagnamento, ma prende la forma di una prolungata compresenza di generazioni a confronto. L’età come limite fisico, però, si impone a volte come un ostacolo insormontabile per il prosieguo dell’attività all’interno del convento. Mansioni semplici, come la gestione delle offerte in chiesa o delle confessioni, potrebbero rivelarsi un onere gravoso per chi, in età avanzata, non ha più la forza sufficiente per portarle a termine. Mansioni di questo tipo potrebbero rivelarsi un problema per tutta la comunità nel caso in cui un membro anziano, ormai inadatto al lavoro, si rifiuti di abbandonare i suoi incarichi. Intervistando il priore del convento, abbiamo colto la pregnanza di questo problema e abbiamo cercato di capire le strategie messe in campo per gestire la situazione. La figura di potere ha una grande responsabilità, deve  garantire un supporto continuativo sia ai membri anziani che a quelli più giovani: il priore del convento in cui abbiamo condotto la nostra ricerca ha scelto di proporre incontri collettivi e discussioni private per gestire le difficoltà dei primi ad affrontare e accettare i limiti (ma anche le qualità) dati dalla senilità, e le difficoltà dei secondi ad approcciarsi agli anziani per scoprire insieme nuove possibili forme dell’agire comune.

5. Alcuni spunti conclusivi sul tema degli avvicendamenti

  • La nascita degli ordini mendicanti, fra cui quello domenicano, si inserisce in un contesto storico particolare, caratterizzato da profondi cambiamenti che lo differenziano rispetto alle epoche precedenti; il sistema feudale stava lasciando il posto a quello proto-industriale, l’aristocrazia veniva sanguinosamente sostituita dalla borghesia, la stabilità di un sistema economico agrario e di una società gerarchica stava lentamente frantumandosi, il principio fondamentale dell’autoritas veniva sostituito da quello della democrazia. Tali mutamenti coinvolsero anche la vita religiosa: il convento sostituì l’abazia, il frate prese il posto del monaco, la vita comunitaria divenne più importante di quella solitaria, al fine di affrontare l’incertezza e di rispondere alla missione dell’evangelizzazione.
  • La comunità è parte fondamentale della scelta di farsi frate per la vita e costituisce pertanto un obiettivo, uno scopo, un principio primario dell’ordine. C’è quindi una “fatica” della convivenza, sottolineata dagli stessi frati, che però non può essere ignorata, evitata, negata, posta in secondo piano. Il frate sceglie di dedicare la sua vita a Dio, ma scegliendo Dio sceglie necessariamente anche il fratello, a partire da quello che gli è più vicino nella sua stessa comunità e che attraverso gli spostamenti può cambiare e, di nuovo, metterlo alla prova.
  • Un’altra questione importante è quella degli anziani e del loro “pensionamento”. Questo particolare tema non può che condurre il pensiero ad un confronto rispetto a ciò che avviene nel mondo delle aziende e delle organizzazioni. A tal proposito occorre riflettere sul valore dell’anzianità e dell’esperienza, creando occasioni di dialogo e apprendimento tra generazioni diverse che necessariamente si trovano a convivere.

Riferimenti

  • Alighieri D., La Divina Commedia.
  • Foucalt M., Sorvegliare e Punire. La nascita della prigione. Einaudi, 2005.
  • Michel J., Enriquez E., Lévy A., (a cura di), Dizionario di Psicosociologia, Cortina, 2005.
  • Sede Apostolica dell’Ordine Domenicano (a cura di), Rito Della Professione Domenicana. Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1999.
  • Weber M., Economia e Società. Dominio. Roma, Donzelli Editore, 2012.

Dai, lascia un commento ;-)

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Responsabilità 231/2001. Una sfida per la cooperazione sociale

La fatica di scrivere (ebook a 0,99)

Writing Social Lab 2.0 (free ebook)

Le scritture di restituzione (ebook a 1,99)

Formare alla responsabilità sociale (free ebook)

Avvicendamenti (in libreria)

La carta dei servizi (in libreria)

Mainograz

348 0117845

Mainograz non raccoglie cookies di profilazione

Mainograz è il blog professionale di Graziano Maino, consulente di organizzazioni e network, professionista indipendente (legge 4/2013).

Scopo di questo blog è esprimere il mio punto di vista su questioni che reputo interessanti e discuterne con chi ha piacere di farlo.

Non raccolgo informazioni di profilazione sulle persone che visitano il blog Mainograz.

Tutte le statistiche sulla fruizione del blog Mainograz (ad esempio sulle pagine visitate e sugli argomenti ricercati) mi vengono fornite in forma anonima e aggregata da Wordpress.com.

Anche i commenti possono essere espressi senza dichiarare la propria identità. Mi riservo solo di verificare il contenuto del primo commento, che se accolto, consente poi di commentare liberamente.

Visitors

  • 193,682 visite da dicembre 2009
%d bloggers like this: