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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Ap/punti sul bilancio partecipativo

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Contenuti
– Darsi un regolamento
– Processo calibrato e sostenibile
– Format semplice
– Meglio se accompagnato
– Favorire la partecipazione propositiva
– Produrre risultati
– Votare (scegliere) è sempre bellissimo
– È (e sarà) tecnologico
– Anno dopo anno
– Estensivo, non contrappositivo
– Riconoscere e valorizzare le competenze tecniche presenti in amministrazione
– In sintesi
(tempo di lettura stimato: 7 minuti)

Non voglio lasciar cadere le sollecitazioni emerse da una serata super, condotta da Giulia Bertone che collabora con la Fondazione Rete Civica Milanese (laboratorio di informatica civica): attraverso Empaville (gioco di ruolo digitale) ci ha fatto entrare con leggerezza e allegria nelle dinamiche (più complesse di quel che appare) del bilancio partecipativo.
Il bilancio partecipativo è in sintesi una forma di coinvolgimento dei cittadini nella definizione (di una parte) del bilancio di previsione comunale.
Con il bilancio di previsione vengono articolati sulla base del Documento Unico di Programmazione gli obiettivi dell’amministrazione locale. In ragione di questi obiettivi e sulla base delle entrate disponibili viene fatto un piano di spesa per le attività operative (spese correnti) e per le attività strutturali (spese di investimento). Si tratta di un processo complesso e negoziale (non di rado conflittuale) che ha come obiettivo l’allocazione delle risorse.
E nell’ambito del bilancio di previsione, attraverso il bilancio partecipativo si apre uno spazio di partecipazione riservato (di norma) ai cittadini. Per non aggiungere variabili confusive è bene definire senso e contorni pratici del bilancio partecipativo.

Quella di giovedì 10 è stata la prima di due serate pensate con l’obiettivo di mettere a disposizione di amministratori e cittadini di Vigolzone e di Ponte dell’Oglio (due paesi in provincia di Piacenza) informazioni per poter decidere il percorso di bilancio partecipativo da proporre alle due comunità.

Ho provato a raccogliere le idee e gli spunti emersi e a fissarli in forma di appunti per fissare, almeno a grandi linee, alcuni criteri che potrebbero venire vagliati volendo costruire (il regolamento del) bilancio partecipativo.

Darsi un regolamento

La serata immersiva, giocosa e di confronto mi ha fatto comprendere l’importanza di dotarsi di un regolamento. Certo, un regolamento. Uno strumento di lavoro indispensabile: per accordarsi sulla proposta di bilancio partecipativo (le varianti sono molte), per guidare concretamente le fasi di lavoro, per assicurare le regole di coinvolgimento, partecipazione, espressione di preferenze
Un regolamento che anticipa l’idea di coinvolgimento che si sta proponendo a quella comunità, a quel quartiere, frazione, comune, amministrazione. Senza un regolamento (una road map) non è opportuno mettersi per via.

Processo calibrato e sostenibile

Forse conviene tenere i piedi per terra. Vale per chi conduce il processo di costruzione del bilancio, e vale per chi si intende coinvolgere. Le attività di definizione del bilancio partecipativo deve avere un costo (energie, soldi e tempo) commisurato al risultato. Deve essere possibile realizzare il bilancio partecipativo con una spesa contenuta che si giustifica sia per i risultati di partecipazione sia per le competenze che mette in gioco e sviluppa, e per gli apprendimenti che consente a chi vi è coinvolto di acquisire.
Per un percorso agevole è necessaria una buona progettazione e una buona preparazione, un gruppo di lavoro strutturato, un supporto di facilitazione, di moderazione e di coordinamento (non è detto che debba essere una sola persona: sono funzioni che possono essere sviluppate da un gruppo di regia, suddividendosi compiti e attività).

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Format semplice

Uno strumento troppo complesso da attivare, un tracciato troppo articolato da guidare, un lavoro troppo impegnativo da sostenere vanno in direzione contraria rispetto all’obiettivo di raggiungere cittadini già catturati dagli impegni quotidiani, sollecitati e coinvolti in/da iniziativi nei campi più diversi. Va pensato e proposto dunque un bilancio partecipativo semplice. Deve essere facile spiegare cosa si intende fare e cosa man mano si va facendo, deve essere agevole inserirsi nelle attività che fanno parte del percorso, venire ri-agganciati, partecipare ai gruppi di lavoro, alle serate e alle sessioni di lavoro, autorganizzarsi se serve e se lo si ritiene, esprimersi. Meglio allora partire con alcuni moduli semplici, facilmente raccontabili, creare le condizioni essenziali e lasciare a chi partecipa, segue, si inserisce di portare contributi in termini di contenuti e proposte. Per questo il format deve essere semplice, deve poter stare su un A4, in una slide, venire presentato in una locandina. Il più disturba, confonde, rallenta, devia.

Meglio se accompagnato

Le ragioni per chiamare in causa una figura di facilitazione e moderazione sono diverse. Non solo riconducibili alle competenze tecniche che certo aiutano, ma anche alla dimensione dei rapporti: confrontarsi, discutere, confliggere in modo generativo, dissentire, convergere e divergere, alla fine produrre idee in competizione sono attività che – sul piano delle relazioni fra le persone coinvolte – possono trarre giovamento dalla presenza di una guida esterna alla comunità, in grado di condurre i diversi momenti, favorendo l’apertura e lo scambio di idee, mettendo a disposizione tecniche di coinvolgimento, assicurando l’orientamento del processo verso gli obiettivi prestabiliti. E lo si è visto nel corso dei momenti di lavoro già realizzati, dall’interazione fra persone che fanno parte della comunità e persone che vengono da fuori, che mettono a disposizione competenza, esperienze e un distacco emotivo maggiore, scaturiscono risultati apprezzabili.

Favorire la partecipazione propositiva

Il bilancio partecipativo consente di stabilire l’uso di una porzione di risorse pubbliche nell’ambito del bilancio e delle attività della amministrazione locale. Si tratta di definire progetti da realizzare a vantaggio dei cittadini e della comunità, attraverso un percorso che deve portare a proposte concrete, realizzabili, utili. Naturalmente non tutte le proposte sono praticabili (poco più avanti riprendiamo la questione della verifica di fattibilità tecnica delle proposte). Per questo il bilancio partecipativo deve portare a decidere le proposte che effettivamente possano venire messe in cantiere, esito del confronto fra chi ha partecipato alla loro costruzione e fra chi le ha considerate, vagliate e scelte. Serve un percorso che accompagni verso l’emersione di idee ritenute utili, un percorso che dia spazio ai punti di vista, alla pluralità di esigenze e di considerazioni, che eviti inutili contrasti, che promuova intrecci, evoluzioni, elaborazioni migliorative.

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Produrre risultati

Il bilancio partecipativo deve produrre risultati tangibili, apprezzabili, criticabili. Risultati concreti. Detto altrimenti: una buona partecipazione non basta! Non basta l’organizzazione, non basta la cura per il processo, l’accompagnamento e la facilitazione. Non basta la semplicità e l’economicità del processo, la chiarezza dei passi, la facilità nel portare i propri contributi. È necessario che il bilancio partecipativo (come del resto il bilancio di previsione di cui è parte) produca indicazioni di azione e che queste indicazioni si traducano effettivamente in azioni realizzata. Di più, deve essere possibile riconsiderare il risultato prodotto (anche criticamente). Si tratta quindi di individuare buone idee, amalgamarle in buoni progetti, realizzare questi progetti per la città, il quartiere, la frazione, il parco, la scuola, la biblioteca, l’ecocentro, la pista ciclabile, l’area di sgambamento per i cani, lo spazio civico… e poi valutare il loro impatto complessivo.

Votare (scegliere) è sempre bellissimo

Tutte le volte che si arriva al momento del voto, per me è bellissimo. È il momento della decisione, della scelta, della direzione e del mettersi alle spalle altre (anche interessanti) possibilità. Votare è eccitante, si attendono i risultati, si vince e si perde, più raramente si pareggia. Si misura il consenso. E il punto di vista di ciascuno conta. Votare è un’azione pratica ma anche potentemente simbolico-identitaria. Votare è esprimere il proprio orientamento. Il momento del voto è un passaggio cruciale nella realizzazione del bilancio partecipativo. Si tratta di consentire alle persone di votare (di esprimersi) con facilità. Le regole del voto devono essere chiare: tre voti, che possono essere concentrati su un solo progetto, distribuiti su progetti diversi, essere espressi in positivo (mi piace, voto questo!) o anche in negativo (non mi piace e non lo apprezzo)… Già decidere di esprimere voti in positivo e in negativo apre scenari di partecipazione deliberativa molto interessanti, tutti da considerare nei loro effetti di esito e di relazione comunitaria.

È (e sarà) tecnologico

La tecnologia digitale può aiutare davvero a partecipare, ad esprimersi, a votare. A raccontare il lavoro in progress. A stare in contatto fra gruppi di lavoro. A fornire dati e informazioni sul processo di costruzione delle proposte e dell’intero bilancio. La tecnologia è un supporto fondamentale può alleggerire diverse fasi di lavoro, moltiplicare l’informazione in circolo, comunicare l’avanzamento dei progetti e delle proposte da votare. La tecnologia non cancella modalità più tradizionali di comunicazione: la locandina, il pieghevole, l’articolo sul notiziario locale. Ma mescolando i social network, le forme di comunicazione a supporto cartaceo, e una piattaforma dedicata si possono avere risultati apprezzabili. In particolare le operazioni di voto possono venire semplificate e garantite. Senza tecnologia digitale non mi pare sia possibile realizzare il bilancio partecipativo (se non con un lavoro supplementare per nulla trascurabile).

Anno dopo anno

Un tale impegno non può essere immaginato come episodico o estemporaneo. Pensare a una sola edizione del bilancio partecipativo non giustifica l’impegno. Il bilancio partecipativo per portare buoni frutti deve poter venire affinato nell’arco di alcune edizioni. Facendo esperienza, anno dopo anno, si impara, si migliora, si correggono gli errori, si mettono a punto modalità più gestibili e funzionali. L’investimento nel bilancio partecipativo spalmato su più anni ha un diverso impatto sia in termini di costi che in termini di risultati. Una sola edizione può non valere la fatica della realizzazione. Inoltre non si innesca quel processo partecipativo, di coinvolgimento dei cittadini, di acquisizione di competenze, di apprendimenti che fanno transitare dallo strumento alla moda verso un modo di contribuire all’amministrazione della città e alla cura della comunità. Anno dopo anno si stratificano le esperienze, si possono valutare i risultati, e orientare o focalizzare la partecipazione. Conviene pensare al bilancio partecipativo come a processo pluriennale a crescita progressiva.

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Collegato al bilancio di previsione

Ho accennato in apertura del post che il bilancio partecipativo – se non vuole essere una novità animativa, deve collegarsi al bilancio di previsione del Comune. Intanto le risorse da destinare a progetti pensati, elaborati, proposti e votati dalla cittadinanza provengono dal bilancio di previsione (salvo non si vogliano mettere in campo forme di co-finanziamento volontario privato o di crowdfunding comunitario). Di conseguenza decidere (ancora una volta nell’ambito del regolamento che si configura come lo strumento basilare) quante risorse, da capitoli per spese di investimento e da capitoli per spese correnti, costituire questi fondi nell’ambito del bilancio di previsione comunale, destinarli al bilancio partecipativo è essenziale. Non basta la volontà di realizzare il bilancio partecipativo: devono esserci le risorse, devono essere certe e effettivamente utilizzabili in sede di realizzazione dei progetti scelti come migliori. Per questo il bilancio partecipativo deve entrare nel ciclo di programmazione della spesa pubblica in modo strutturale. E questo compito di fattibilità amministrativa e contabile non può che essere garantita dai funzionari comunali. Di qui una considerazione, forse ovvia, ma radicale: non si fa il bilancio partecipativo senza il supporto, l’affiancamento, il raccordo con i/le funzionari/e comunali che si occupano di bilancio, lavori pubblici, scuola, cultura…

Estensivo, non contrappositivo

Non mi pare realistico immaginare che il bilancio partecipativo non sia un progetto, un obiettivo trasversale e condiviso fra le figure che hanno ruoli dirigenti nell’ambito dell’amministrazione comunale che lo propone. L’idea di un bilancio partecipativo contro l’amministrazione, contro l’istituzione ne depotenzia la portata e gli esiti. Credo che il bilancio partecipativo (senza inutili velleità) costituisca uno spazio di parola, di confronto, di collaborazione, di codecisione che si affianca e integra con altri spazi di partecipazione previsti. E penso che il bilancio partecipativo debba estendere la capacità programmatoria di un comune, affinarla, ampliarla, e certamente non sostituirla. L’idea di un bilancio partecipativo in contrapposizione con il processo di definizione del bilancio di previsione annuale non solo non realizzabile alla luce del dettato normativo vigente, ma credo neppure rispondente alla complessità dei problemi.

Riconoscere e valorizzare le competenze tecniche presenti in amministrazione

Pensare al bilancio partecipativo senza porsi il problema del coinvolgimento delle competenze tecniche di cui l’amministrazione dispone credo sia poco saggio. Il bilancio partecipativo non deve mortificare e ottundere saperi e responsabilità tecniche deputate a gestire le risorse pubbliche. Inoltre idee geniali irrealizzabili finiscono per creare frustrazione se, dopo una intensa attività ideativa si scopre che vi sono vincoli non superabili che ne impediscono la realizzazione. Le competenze tecniche del Comune sono una risorsa essenziale, un ingrediente senza il quale non è possibile sviluppare il bilancio partecipativo. Per questo, se partecipazione deve essere, è bene che sia a tutto campo, proprio a partire dalla costruzione di una mappa dei portatori di interessi, di risorse e di competenze che la comunità e l’amministrazione possono mettere in campo.

In sintesi

Rileggendo questi appunti, mi sembra si staglino di nuovo alcune questioni che sono al cuore della vita delle comunità. Come promuovere forme di dialogo costruttive e propositive, come sostenere il confronto fra punti di vista, interessi, sensibilità disponibilità non immediatamente conciliabili (o non conciliabili), come dar corso a una pratica che trasformi in modo che i risultati siano riconoscibili, apprezzabili, e valutabili, come assicurare modalità di scelta non dispersive, non alterabili, verificabili e affidabili? E ancora, come armonizzare la partecipazione attraverso il bilancio partecipativo con il piano di mandato che ha visto una compagine venire eletta, e come armonizzare i prodotti del bilancio partecipativo con i vincoli tecnici del piano delle opere e con la programmazione di spesa?
Non resta che provare.
Con l’obiettivo di valorizzare energie, saperi, creatività, costruire progetti che portino cambiamenti attesi, generare legami e cura per il proprio territorio.

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