Mainograz

Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Progress in work /2

«Progress in work… è come un trailer di un film» mi ha detto mia moglie: «E adesso mi aspetto il film!».
Una collega ha osservato che: «si capisce che vuoi dire qualcosa di importante, ma non si capisce cosa…».
Verissimo.
Qual è il succo?
Cosa volevo dire?
[Una mano, come sempre, me la dà Vittorio Ondedei coi suoi commenti: guardate qui.]
«Sì! Ma cosa vuoi dire con progress in work

Work-in-progress

Faccio un passo indietro e provo a dire cosa capisco io, quando sento usare (o quando mi capita di usare work-in-progress).

  1. Mah, che certe volte il lavoro è un lavorìo, un processo continuativo, un avanzamento verso l’obiettivo. Ci sono lavori che, un passo dopo, l’altro (più o meno) si raggiunge il risultato concordato, o almeno un risultato accettabile. Quando si avverte che (più o meno) si va nella direzione attesa allora si può dire che è un work in progress.
  2. Si può dire «è un work in progress» per intendere che si è nel mezzo del lavoro: «ci stiamo lavorando, si procede, le cose vanno avanti… la stiamo sbrogliando…»
  3. A volte però lo si dice anche quando non si sa bene dove andare, quali saranno i prossimi passi, gli esiti a cui ragionevolmente si mira. Anche in questo caso si può affermare, sgranando occhi incerti, incassando la testa, allargando le mani…: «è un work in progress».

Insomma il mio personale censimento dice che sono possibili tre usi indistinguibili (e perciò contemporaneamente veri) dell’espressione:

  • È un work in progress: cioè è lavoro orientato al suo scopo;
  • È un work in progress: cioè mi trovo in una condizione di travaglio, di movimento, è lavoro che va facendosi (lavoro che è ‘nel mentre’);
  • È un work in progress: cioè non sono sicuro di quello che sto facendo, ci sto (seriamente) provando ma…

Working progress (intermezzo)

Piccola digressione per ammettere una zona di ignoranza. Per tanto tempo, sentendo l’espressione “work in progress”, credevo che le persone dicessero “working progress” e mi chiedevo cosa volessero dire. Working progress: progresso che lavora, mah, boh. Non capivo. Eppure ci potrebbe stare da qualche parte. Working progress: progresso progressivo, progresso lavorante, progresso al lavoro. Ma qui si pone il problema di intenderci su ‘progresso’. Qualcosa che ci porta avanti? Avanti verso dove? Qualcosa che per portarci avanti deve produrre movimento, cambiamento, trasformazione: non c’è progresso senza un lavoro che lo affermi… Chissà proverò a ritornarci, se mi viene qualche idea.

Progress in work

Finalmente, torniamo a noi.
Dire che: «è un progress in work», non è esattamente un ribaltamento di work-in-progress (non foss’altro perché non so bene quale delle tre possibilità verrebbe ribaltata).
Progress in work è qualche cosa che desidero, che ricerco.
Progress in work… è un miglioramento nel lavoro, una comprensione, un passo avanti del/nel lavoro.
Progress in work è una scoperta evolutiva: quanti lavori che facciamo costruiscono progress nel lavoro, nel nostro lavoro, nel lavoro dei nostri clienti, nel lavoro delle organizzazioni in cui siamo inseriti o per le quali veniamo chiamati a intervenire?
Mentre scrivo mi viene in mente che andrebbe anche esplorata la possibilità di dire, di usare, progress in working.
Ok.
Ci penso.

.

PS

So di non aver detto niente su ‘work’. Ma ci sarà un sequel o un prequel.
In ogni caso senza work non credo ci possa essere progress.

2 comments on “Progress in work /2

  1. mainograz
    5 June 2012

    11. Scrivi con cura e cautela. Potresti far/ti male.

    Interessante che il divieto riguardi la sfera della scrittura. Scrivere è un’azione sfidante per chi ha potere. Per chi è sottoposto lavorare non comporta la scrittura.

  2. ovittorio
    4 June 2012

    …che poi forse è interessante pure l’uso di quella preposizione, in, che in inglese (e forse anche da noi), assume quella valenza di implicazione reciproca, che immagino essere quella dell’acqua nel bicchiere. Anche se, mettendo per ipotesi il bicchiere nell’acqua, esso affonda inesorabilmente appena essa inizia a riempirlo, evidenziandoci così, in maniera altrettando inesorabile, che la perfezione coimplicante dell’acqua nel bicchiere (da cui tra l’altro entrambi ottengono una valorizzazione della loro identità…) richiede un ambiente neutro (il ripiano? il tavolo?…) in cui tale incontro abbia luogo.
    Quindi la reversibilità dei termini non sempre è possibile e talvolta è pure pericolosa (affoghi). E se fosse quindi che io stia dicendo che workinprogress riesco a rappresentarmelo, così che l’implicazione mi rende il work più comprensibile, proprio perchè si da nel progress, nell’evoluzione, nel tempo futuro, nel progetto, nell’avanzare del tempo,….Invece, il progress, messo nel work, mi suona come caratteristica qualitativa astratta ed illimitata, che vado a collocare artificialmente nella dimensione del lavoro, facendole perdere il contatto con il tempo e trasformandosi in parole d’ordine. Come dire, parto dall’attributo e lo rendo talmente importante, che progressivamente va a sostituire il soggetto stesso. Cosa ho scritto? Progress-ivamente?!? sono ormai in trappola….

    v

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