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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

La fatica di prendere appunti per lavoro /2 – Il ritorno di Mankell

La fatica di prendere appunti al volo

Torno di nuovo sul prendere appunti per lavoro (qui il precedente post). Continuo a servirmi de Il ritorno del maestro di danza – un giallo di Henning Mankell pubblicato da Marsilio nel 2010 – come di una case history per indagare la pratica del prendere appunti. Per sviluppare le mie argomentazioni trarrò spunto dalle vicende narrate nel terzo capitolo del libro.

Nel prologo (dicembre 1945, nella Germania occupata dagli Alleati) viene presentato un antefatto che definisce l’inizio temporale della vicenda che viene narrata nel romanzo e che pone le domande oscure e lontane che si scioglieranno al termine del libro.
Nel primo capitolo, Herbert Molin, la vittima, viene uccisa in modo efferato (ottobre 1999).
Nel secondo capitolo entra in scena il protagonista Stefan Lindman, un poliziotto della polizia di Borås città della contea di Västra Götaland nella Svezia sud-occidentale, in congedo temporaneo per malattia.
Nel terzo capitolo entra in scena il co-protagonista, Giuseppe Larson della polizia di Östersund della contea Jämtland nella Svezia centro-settentrionale in cui si svolgono le vicende. Colui che prenderà appunti in tre modi diversi.

Ferma l’attimo

Mentre stava uscendo dalla Centrale di polizia, a Giuseppe Larson passano una telefonata.

«C’era una donna che urlava. Per capire cosa stava dicendo, era stato costretto a tenere il ricevitore lontano dall’orecchio. Aveva però immediatamente capito due cose: la donna era estremamente sconvolta, e non era ubriaca. Si era seduto alla scrivania e aveva cercato un blocnotes. Dopo alcuni minuti era riuscito a mettere assieme degli appunti su qualcosa che poteva assomigliare a quanto quella donna stava cercando di spiegargli. Si chiamava Hanna Tunberg. Ogni quindici giorni andava a fare le pulizie da un uomo di nome Herbert Molin che abitava a qualche chilometro da Sveg, in un proprietà chiamata Rätmyren. Quando era arrivata quel giorno, aveva scoperto che nel cortile c’era il cane morto e che tutte le finestre della casa erano in frantumi. Non aveva avuto il coraggio di rimanere, perché temeva che il vecchio fosse impazzito. Quindi, era andata a casa sua a Sveg a prendere il marito, in pensione per invalidità, e insieme avevano fatto ritorno alla proprietà di Molin. Erano circa le quattro del pomeriggio. Avevano pensato di chiamare la polizia, ma poi avevano deciso di aspettare per assicurarsi di cosa fosse effettivamente accaduto. Una decisione della quale entrambi si sarebbero pentiti amaramente. L’uomo era entrato nella casa e ne era uscito immediatamente urlando alla moglie che aspettava vicino all’auto, che dentro c’era sangue dappertutto. Poi aveva scorto qualcosa al margine della foresta. Si era avvicinato, era trasalito. Tornato di corsa all’auto, aveva vomitato violentemente. Quando si era ripresa, i due erano tornati direttamente a casa e l’uomo, malato di cuore, si era sdraiato sul divano mentre la moglie telefonava alla polizia di Sveg, da dove la chiamata era stata inoltrata a Östersund.»

p. 45-46

Riporto l’intera sequenza degli appunti, come si nota la prosa di Mankell ricalca quella tipica di un certo appuntare: frasi abbastanza brevi (in paratassi) che ricapitolano gli elementi essenziali della vicenda. Il passaggio merita di essere letto per apprezzare lo scarto stilistico [lo so, è un giallo, e in internet viene anche abbastanza criticato dai conoscitori del genere, ma per lettori stanchi, in cerca di affabulazioni come me, va benissimo]. Giuseppe Larson ascolta e appunta quello che la donna che ha scoperto l’efferato omicidio di Herbert Molin cerca di raccontare. Appunto dopo appunto, frase dopo frase, un quadro degli elementi salienti viene ricostruito: cosa è successo, a chi, dove, quando, come è avvenuta la scoperta.

Gli appunti costruiscono una sequenza di informazioni più ordinate di quanto la realtà consentirebbe: se l’ordine nella realtà non è presente, un omicidio è l’irruzione di un disordine di secondo livello. Gli appunti sembrano quasi frammenti di informazioni afferrate al volo, fissate per come si presentano. C’è quindi un momento, nel prendere appunti, dedicato al fermare il flusso a volte confuso, altre volte solo ridondante (nel nostro caso concitato) delle parole o degli eventi.
Poi Giuseppe Larson scorre gli appunti che gli restituiscono un quadro sintetico e sufficientemente ordinato del delitto commesso, lo fa con la lettura interiore. Senza questi appunti, senza questo punto di partenza, per il poliziotto sarebbe difficile entrare in azione. E gli appunti spesso fanno proprio questo: consentono ad altri chiamati in causa di entrare nelle vicende, nell’azione. Infatti con gli appunti in mano Larson si reca dal suo superiore per informarlo e far partire l’intervento della polizia.

Il primo aspetto che rilevo dunque è che gli appunti servono per dare forma ad avvenimenti inspiegabili, per passare dalla fluidità confusa della realtà, a una narrazione più distanziata che consenta di intraprendere una qualche forma di azione sensata.

Per non dimenticare

Giuseppe Larson è ora sulla scena del delitto.

«Il telefono squillò. Giuseppe sussultò. Non si era ancora del tutto abituato all’idea che qualcuno potesse chiamarlo anche nel mezzo della foresta. Prese il cellulare dalla tasca della giacca e rispose. “Pronto, qui Giuseppe.” […] “Giuseppe Larson?”. “In persona”. Rimase in ascolto. L’uomo al telefono diceva di chiamarsi Stefan Lindman e di essere un poliziotto. Chiamava da Borås. Gli disse che aveva lavorato con Herbert Molin e che si chiedeva cosa fosse realmente successo. Giuseppe lo pregò di poterlo richiamare. A volte gli era capitato che alcuni giornalisti si spacciassero per poliziotti, e non voleva correre quel rischio. Lindman capì e non fece obiezioni. Non trovando una penna in tasca, Giuseppe si chinò e tracciò il numero sulla ghiaia con la punta dell’indice e riattaccò. Poi compose il numero e Lindman rispose. »

p. 50-51

Appunti effimeri: per ricordare e per poter agire, appunti come supporto della memoria a breve termine. Osserviamo qui una forma di scrittura che ha come obiettivo di trattenere alcune informazioni di pronto uso, con qualsiasi mezzo (più avanti troveremo la neve come sostrato per scrivere). Senza questa scrittura temporanea, che prelude azioni successive, sfuggirebbero informazioni e dati.

La telefonata di Stefan Lindman dà avvio a una collaborazione e a una forma di amicizia professionale [?] che andrà sviluppandosi nel corso del romanzo. Senza questo primo contatto, questo primo scambio telefonico non ci sarebbe una coppia di indagatori al lavoro. Senza un numero di telefono appuntato sulla ghiaia, non ci sarebbe il secondo turno di relazione. Si scrive per ricordare, su i sostrati più diversi (anche sulle ricevute, come vedremo più avanti), si lasciano tracce per poterle poi seguire, per non perdersi, per fermare l’oralità (il contatto telefonico) e fissare un codice di ripresa dei rapporti (il numero di telefono).

Costrure un mappa per vedere

Giuseppe Larson torna di nuovo nella proprietà dell’uomo assassinato, Herbert Molin, per un sopralluogo.

«I tecnici erano due. Entrambi giovani. A Giuseppe piaceva lavorare con loro. Erano dinamici e facevano il proprio lavoro con efficienza e scrupolosamente. Entrarono insieme nella casa dove avrebbero proseguito le ricerche. Giuseppe si muoveva con cautela osservando il sangue sparso sul pavimento e sui muri. Mentre i tecnici indossavano le tute, cercò nuovamente di immaginare quello che poteva essere successo in quella casa.
[…]
Uscì dalla casa e andò nel cortile per prendere un po’ d’aria.
[…]
Giuseppe rientrò nella casa. Si fermò sulla porta del soggiorno e osservò le macchie di sangue coagulato sul pavimento. Poi entrò e si spostò di lato di qualche passo per esaminarle meglio. Corrugò la fronte. C’era qualcosa in quelle macchie di sangue che gli sfuggiva. Prese il blocnotes, si fece prestare una penna da uno dei tecnici e fece uno schizzo. C’erano diciannove impronte in tutto: dieci di un piede destro e nove di un piede sinistro.
Torno nel cortile. Una cornacchia volò via. Giuseppe osservò lo schizzo. Poi andò a prendere un rastrello che aveva notato nella rimessa. Livellò il terreno davanti alla casa, osservò lo schizzo e posò i piedi con forza sulla ghiaia allo stesso modo in cui aveva segnato le macchie di sangue sulla carta. Si spostò di lato e osservò attentamente. Fece un giro intorno alle impronte e le esaminò da posizioni diverse. Poi posò con cautela i piedi sulle impronte e si mosse lentamente. Ripeté i movimenti, questa volta più rapidamente, con le ginocchia leggermente piegate.
Poi capì cosa aveva davanti a sé.»

p. 52-54

Giuseppe Larson si aggira sulla scena del delitto senza eccitazione. Si tiene piuttosto a distanza, emotiva e operativa, sembra praticare una sorta di atteggiamento mindful. Anche se Giuseppe Larson non sembra considerare come parte del suo modus operandi disporre di penna e blocco per gli appunti, osserva, pensa, prende appunti quando serve come può: in ufficio cerca un blocnotes e una penna; riceve una telefonata e scrive per terra; nota qualcosa e di nuovo si fa prestare la penna. A Mankell le descrizioni di questo modo di lavorare presumibilmente serve a caratterizzare il personaggio: un poliziotto esperto, non iperefficiente né eccessivamente ingaggiato, concreto e riflessivo. Vicino (attento) e lontano (che si pone in distanza) dalle cose e dagli avvenimenti. Per descrivere questo atteggiamento di ricerca (da ricercatore) rimando alla voce di Gilles Amado, “Coinvolgimento-Implicazione” (pp. 319-326) del Dizionario di psicosociologia (Cortina 2005) che mi sembra appropriata per considerare l’approccio professionale a situazioni complesse, che richiedono interventi di conoscenza progressiva. Che ruolo giocano gli appunti? A me sembrano strumenti per collegare senza far collidere, per distanziare senza sconnettere. Appunti come mezzi per selezionare ed estrarre alcuni elementi da contesto, per disporli in modo che sia possibile cogliere (immaginare) i nessi che li collegano. Appunti come dispositivo di transizione tra quello che succede dentro di noi e quello che accade nel mondo esterno. Appunti come strumenti per acuire la nostra attenzione e per fermare l’eccesso di stimoli che non farebbero altro che aumentare la confusione. E non è poco.

Ricapitolando

Quali potrebbero essere le funzionalità degli appunti, per come appiono nelle esperienze di Giuseppe Larson, agli esordi una indagine di polizia?

  1. Appunti per ordinare
    L’evento scrittorio del prendere appunti e il suo risultato consentirebbero di passare dal disordine inarginabile a un primitivo ordine, dalla caoticità propria degli avvenimenti a una prima rappresentazione che consente di cogliere alcuni elementi in una possibile relazione fra loro, anche di semplice successione.
  2. Appunti per ricordare
    Appunti per ricordare o almeno per non dimenticare, si tratta di scritture rapide e transitorie, appunti che offrono supporto alla memoria nel breve o nel lungo periodo.
  3. Appunti per distanziare
    Andiamo incontro a informazioni affastellate, che si sovrappongono, che si presentano come indistinguibili non ci aiutano a districarci, semmai rendono il tentativo di dare un senso a quanto accade (o semplicemente viene detto) un compito gravoso. Ecco perché possono essere utili appunti (non solo testo, ma anche segni e disegni) che avvicinano alla giusta distanza informazioni troppo lontane dalla comprensione o che consentono scegliere e collegare informazioni fra loro distanti (senza farle collassare).
  4. Appunti per vedere l’insieme
    Appunti per comprendere un disegno che sfugge (e che potrebbe esserci), appunti per ricercare nessi fra parti, appunti come tracce da ripercorrere per sperimentare. Gli appunti sono una selezione, un campionamento della realtà, che presa come insieme non sarebbe gestibile.

.

Queste alcune considerazioni.
Non è molto, ma è già qualcosa per fare un piccolo passo avanti, in attesa del prossimo post della serie, che non è ancora tracciata in un numero definito di post, ma che ha già in cantiere gli ultimi due…

3 comments on “La fatica di prendere appunti per lavoro /2 – Il ritorno di Mankell

  1. Pingback: La fatica di prendere appunti per lavoro /4 – Mankell condivide e si aggiorna « Mainograz

  2. mainograz
    24 September 2012

    Sul primo punto sono assolutamente d’accordo. Non sempre si riescono a leggere gli appunti degli altri (e gli altri faticano a leggere i miei). Per questo c’è bisogno di un passaggio che porti da una scrittura per sé a una scrittura (sempre rapida) per altri. Ma quando si capiscono gli appunti di qualcuno, be’ sì, in genere c’è una qualche intesa;-)

    Sul secondo punto… non so dire la differenza fra carta e tablet. Certo la condivisibilità che consente il secondo supporto è decisamente maggiore. Se poi gli appunti vanno on-line… so che perdo uno spazio che riservo sul foglio per prendere metaappunti o per scrivere le mie considerazioni. Quando scrivo per me divido il foglio in due. Se twitto quello che scrivo è pubblico: lo so e quindi procedo a scrivere quello che voglio comunicare (e soprattutto a non scrivere quello che non ritengo opportuno)…

  3. nlocatelli
    23 September 2012

    E se si ragionasse sugli appunti come metodo di condivsione? Certamente è difficile perché bisogna far capire all’altro quello che si intende nelle poche righe che condensano un discorso più ampio, ma superato questo ostacolo? Chi scrive gli appunti e chi li legge saranno legati tra loro dalla capacità di condividere un modo di vedere la realtà e ci sarà occasione di capirsi più facilmente (forse).
    In secondo luogo quale ruolo potrebbero avere i supporti sui quali si prendono appunti? Che differenza c’è tra un blocco di carta, un applicazione per tablet o smartphone e un foglio di videoscrittura? E quali potenzialità potrebbe avere prendere appunti direttamente sui social network pubblicandoli nel proprio stato personale di facebook o twittandoli?

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