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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Stendere il rapporto di ricerca (postille) #psunimib13

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Alcune postille al post sulla costruzione del rapporto di ricerca. Side notes che nascono riordinando i ragionamenti con alcuni gruppi di ricerca, nel tentativo di mettere a punto modalità di lavoro più efficaci e (se possibile) meno onerose.

1.    Qual è l’obiettivo del rapporto di ricerca?

In sintesi si potrebbe dire che il rapporto di ricerca ha un duplice obiettivo:

  • restituire l’esperienza di ricerca e
  • rendere possibile il confronto e l’approfondimento, la discussione e la riflessione su undici esperienze di ricerca in altrettante organizzazioni.

Un pronto soccorso, un’associazione di volontariato che collabora con un reparto di neonatologia, una croce del soccorso, una associazione che offre servizi a persone con problemi di sofferenza psichica, una cooperativa sociale che realizza servizi socio-educativi, un istituto scolastico comprensivo nato dall’accorpamento di due scuole medie, un istituto religioso, un’articolazione di una organizzazione sindacale, un’azienda chimica, una azienda di logistica integrata, un’organizzazione che si occupa di promozione culturale di persone con disabilità.
Undici realtà organizzative diverse.
Quattro delle quali si occupano di persone che attraversano situazioni critiche. Una ha affrontato una recente fusione. Due stanno affrontando il nodo degli avvicendamenti interni. Tre organizzazioni hanno segnalato di aver affrontato la crisi economica mettendo in atto cambiamenti… Dei contenuti delle ricerche forniremo più avanti un quadro sinottico.

1.1.   Cos’è il rapporto di ricerca?

In avvio del corso (in marzo) avevamo esplicitato uno degli ingaggi fondamentali: sviluppare una ricerca conoscitiva di un organizzazione con l’obiettivo di individuare e descrivere i punti di forza e di debolezza dell’organizzazione, di identificare i principali problemi che essa affronta, e successivamente individuare i problemi trattabili, e quindi immaginare ipotesi di intervento praticabili. A queste domande, con soluzione comunicative, retoriche, disposizionali e stilistiche diverse il rapporto deve rispondere. Come abbiamo ricordato nel precedente post, il rapporto di ricerca deve inoltre dare conto delle scelte metodologiche adottate per sviluppare il processo di ricerca e del lavoro di gruppo svolto.

1.2.   Per chi stiamo scrivendo?

Scriviamo per il prof.? Scriviamo per le persone che fanno parte dell’organizzazione temporanea che chiamiamo corso? Cambia. E non poco. Se abbiamo in mente i/le colleghi/e degli altri gruppi, se ce li immaginiamo lettori e lettrici la nostra scrittura cambierà, il nostro stile cambierà, l’incipit, i passaggi, le descrizioni, le liason tra un paragrafo e l’altro, le note e così via. Il tutto senza perdere in qualità accademica. Una scrittura chiara, che va al punto (oltretutto abbiamo pochi caratteri, i famosi 40.000 spazi inclusi). Non avremo dunque lettori ideali. Chi ci leggerà sarà reale. Ci leggeremo reciprocamente. E l’obiettivo sarà suscitare la curiosità reciproca, catturare l’attenzione, tenerci lì – col fiato sospeso – per capire come finirà il rapporto di ricerca.

1.3.   Knowledge building

Come far germogliare, sviluppare e come condividere conoscenze e apprendimenti concreti a partire dalle nostre esperienze di ricerca, che siano utili per le persone che partecipano al corso (le persone che fanno l’organizzazione temporanea)? Se vogliamo scambiare e costruir conoscenze nuove, anche la qualità dei rapporti di ricerca, la loro presentazione e la discussione che ne seguirà possono essere buone occasioni per alimentare la costruzione di conoscenze e di apprendimenti.

La conoscenza è un fluido mix di esperienze concettualizzate, valori, informazioni sul contesto, intuizioni esperte che fornisce un schema per valutare e incorporare nuove esperienze e informazioni. Nascono e vengono utilizzate nella mente di chi conosce. Nelle organizzazioni sono spesso annidate non solo nei documenti o negli archivi, ma anche nelle routine, nei processi, nelle pratiche e nelle norme.
p. 5
Rajeev K. Bali, Nilmini Wickramasinghe, Brian Lehaney, Knowledge management primer, Routledge, New York e Londra, 2009.

2. Come costruire il rapporto di ricerca favorendo l’apporto delle persone che compongono i gruppi di ricerca?

2.1. Collaborative writing: rotation writing

Qualcuno ha segnalato l’esigenza di avere, insieme alle questioni, qualche facilitazione procedurale (Cisotto, 2010, p. 249) per affrontare con maggiori strumenti, contenendo ansia e fatica, un compito che si presenta come complesso (complesso, non impossibile). Scrittura collaborativa può voler dire molte cose. Come scrivere è una pratica più ampia della sola attività di stesura di un testo, così la collaborazione può riguardare alcune o più fasi del processo, e in ogni caso implica una intenzionalità di aiuto fra le persone coinvolte non occasionale. Nello gruppo Facebook riservato ai coordinatori e alle coordinatrici dei gruppi sono state postate le soluzioni che i gruppi stanno adottando. Fino alla scorsa settimana lo schema base sembrava orientato a suddividere il lavoro fra i/le componenti del gruppo, assegnando a ciascuno una porzione di scrittura. Veniva poi identificato un redattore che avrebbe armonizzato i diversi contributi. Ora questo modello sembra essere superato. Le pratiche e i confronti sembrano convergere verso un piano di lavoro che vede una prima fase di progettazione condivisa della struttura del report, l’affidamento a due o tre persone della stesura di parti che consegnano poi le elaborazioni ad un piccolo gruppo di redazione. Come si nota questa modalità è più impegnativa sotto il profilo del lavoro, ma mette in campo modalità di supporto reciproco. Provo a formulare una terza proposta, che non si discosta dalla linea collaborativa intrapresa, ma semplicemente suggerisce una maggiore circolarità dei testi semilavorati introducendo rispetto ad un movimento ascendente convergente, maggiore circolarità e scambio.

Da tenere in mente

  • Serve una regia (pacata, che il tempo non manca). Ma il coordinamento è una funzione di supporto essenziale.
  • Intervenire sulla altrui scrittura è come criticare lo stile di abbigliamento (servono accordi preventivi, tatto e propositività: condizioni necessarie, non sempre sufficienti).
  • Lavorare come artigiani: partire con una provvista di passione e pazienza (col tempo a disposizione, meglio abbondare, ma lavorare dandosi unità produttive definite).

Nel vivo (prima progettare)

  • Stabilire insieme l’impalcatura, la struttura del rapporto di ricerca, lavorando sulla macro struttura.
  • Non fermarsi al disegno generale: provare a precisare i contenuti (meglio in forma di domande alle quali si daranno risposte, del tipo: “E qui di cosa parliamo? Quali sono i punti chiave? Perché scomponiamo il tema in questo modo?…”.
  • L’obiettivo è di provare ad iniziare a scrivere avendo sotto mano un indice provvisorio sufficientemente articolato (da arricchire e trasformare in corso d’opera).

Nel vivo (stendere semilavorati da raffinare progressivamente)

  • Si può procedere con un primo giro di scritture individuali.
  • Passando poi a una seconda fase di scrittura in coppia: le persone leggono insieme le parti prodotte individualmente e intervengono nell’aggiustare, modificare, ampliare).
  • Poi, anziché consegnare a un redattore o gruppo di redazione, ogni coppia scambia con un’altra coppia o trio di scrittura in questo modo i paragrafi o capitoli vengono ulteriormente precisati (Si mette in campo una circolarità fra sottogruppi di scrittura).

Nel vivo (rileggere, correggere)

  • Il lavoro finale può venire affidato a un paio di persone che si occupano della penultima revisione (qualcuno obietterà che questo sistema è farraginoso, complicato da attuare, difficile da gestire. Eppure diverse testimonianze segnalano come le scritture organizzative sono il prodotto di un lavorio, di un rimaneggiamento, dell’apporto di molti, di un andare e venire, di cui poi si perde traccia e memoria (Fayard, Metiu, 2012). Di questo lavorio non perdono traccia i sistemi di scrittura collettiva, che tracciano le revisioni e gli apporti. E forniscono un quadro stupefacente rispetto al luogo comune che vorrebbe la scrittura come una produzione creativa fluida, che al massimo richiede una rilettura di sicurezza. Nella realtà non è così, è tutto molto più complesso).

Lasciar decantare (se possibile) e poi riprendere per una lettura finale

  • Se ci sarà tempo (può essere che i gruppi di ricerca arrivino con un leggero affanno dovendo gestire le ultime fasi di raccolta di informazioni e la stesura in overlapping del rapporto di ricerca), se ci sarà tempo è utile lasciare riposare il rapporto di ricerca almeno un giorno e rileggerlo con calma.
  • Conviene poi fare una rilettura rapida, di natura revisionale, alla ricerca di po’ con l’accento di dà senza accento, di ha senz’acca, di conoscenze con le ‘i’ intrufolate. Refusi, sviste, errorini banali sono in agguato, non succede nulla se sfuggono, ma è di gran lunga meglio eliminarli.

Sui polpastrelli…

Garbo, misura, rispetto, attenzione, tentativo di comprendere (maestrini/e dalla penna rossa astenersi). Attenzione la revisione dell’altrui lavoro è un mestiere che va condotto con delicatezza. È un lavoro da restauratori/trici, da diplomatici/che, da microchirughi/e. Eppure è necessario intervenire, sistemare, spostare, aggiustare, fluidificare, correggere, trascrivere, riscrivere. Senza annientare.
Naturalmente scrivere è una faccenda complessa, ancora più complessa di quanto sia riuscito ad esprimere (per chi desidera approfondire, tra gli altri rimando a Cisotto, 2010, pp. 239-284, o al prossimo post sulla scrittura collaborativa 2/2).

2.2. Trying whishful technologies

Volendo si possono utilizzare strumenti wiki per scrivere a più mani. La cosa più semplice è sperimentare a Google Drive per la scrittura condivisa. Non è necessario essere fisicamente lontani. Funziona anche attorno a un tavolo, o spalla a spalla (con alcuni/e colleghi/e funziona magnificamente). È più semplice di quel che non sembri. Ed è più difficile spiegarlo che provarci. Resta inteso che la scrittura a più mani non sostituisce la scrittura individuale, solo che volendo (dovendo) consegnare un rapporto di ricerca di gruppo, è decisamente presumibile (ma non è certo) che la scrittura non solo sarà frutto di uno sforzo collettivo, ne sarà la condizione essenziale.
Perché non provare allora l’ebrezza della scrittura sulla nuvola?
Basta un account Google e poi via, si condivide il file (ci vuole un attimo) e si scrive contemporaneamente sullo stesso documento. Lo strumento funziona benissimo anche in sinergia con Skype (o si può usare la funzione Hangout di Google). Certo si può usare la chat di Skype per scrivere, anche se secondo me funziona meglio per prendere appunti mentre ci si parla. In ogni caso si potrebbe sfruttare l’occasione del rapporto di ricerca per sperimentare le opportunità che le tecnologie mettono a disposizione.
Aggiungo due ulteriori (semplici) possibilità: si può usare la messaggistica di Facebook, che aiuta a rispettare i turni conversazionali (ci si può provare e poi si vede l’effetto che fa, i lati positivi e gli aspetti meno fluidi o rispondenti); di più, si potrebbero recuperare in Facebook la ricchezza delle conversazioni per cavarci spunti e idee (lo dico per pura completezza di scuola, perché i gruppi hanno già costituito delle repository ad hoc dei materiali che andavano via via producendo).

3. Una laboratorio artigianale

Comincia allora a formarsi un’immagine dello scrittore-artigiano che si chiude in un luogo leggendario, come un operaio nella sua stanza, e sgrossa, taglia, leviga e incastona la sua forma, proprio come un lapidario che trae dall’arte la materia, passando a questo lavoro ore e ore regolari di solitudine e applicazione […].
p. 46.
Roland Barthes, “L’artigianato dello stile”, in Il grado zero della scrittura, Einaudi, 2003 (1952), pp. 46-48.

Non un solo/a scrittore/trice. E non sarà solo/a in una stanza, ma in più luoghi fra loro collegati a costruire un ambiente di produzione. Un insieme di attività contemporanee, caotiche ma sensate, individuali a tratti, a coppie, a sottogruppi, alternate a formare intrecci conversazionali che si riconfigurano. 

4. Riferimenti

Rajeev K. Bali, Nilmini Wickramasinghe, Brian Lehaney, Knowledge management primer, Routledge, New York e Londra, 2009.
Roland Barthes, “L’artigianato dello stile”, in Il grado zero della scrittura, Einaudi, 2003 (1952), pp. 46-48.
Lerida Cisotto, “La scrittura: da processo cognitivo a pratica di discorso”, in Didattica del testo. Processi e competenze, Carocci, 2010, pp. 239-284.
Anne-Laure Fayard, Anca Metiu, The Power of Writing in Organizations. From Letters to Online Interactions, Routlege, 2012.
Luca Lorenzetti, Scrivere 2.0. Gli strumenti del Web 2.0 al servizio di chi scrive, Hoepli, 2010.
Vincenzo Matera, “Scrivere”, in Dialoghi culturali. Memoria, identità, immaginazione nelle società contemporanee, Archetipolibri, 2012, pp. 21-48.

5. Altri post per non scrivere da soli

La scrittura collaborativa 1/2

La fatica di scrivere in coppia: Sjöwall e Wahlöö

La fatica di scrivere a quattro mani: Fruttero&Lucentini

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