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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Lascio, ma non voglio essere giudicato

Big bang, Sole, Terra, Ufo nemico (Giosué, luglio 2012)

Big bang, Sole, Terra, Ufo nemico (Giosué, luglio 2012)

In una cooperativa sociale che sta progettando un passaggio di responsabilità nelle posizioni di vertice, ci siamo imbattuti in una vicenda apparentemente marginale. Una vicenda che segnala forse come il governo venga assicurato da coalizioni e non da individuali isolati.
Abbiamo potuto osservare che (anche) le persone con incarichi gestionali interpretano il loro ruolo a partire da rappresentazioni di sé intimamente con/fuse con rappresentazioni delle loro funzioni nella struttura organizzativa.
Il problema si è posto in questi termini. La presidente è in procinto di lasciare in occasione della prossima assemblea. Per questo ha pensato di coinvolgere due giovani consigliere in un passaggio di consegne del responsabile dell’ufficio personale. L’intento era di condividere la gestione dei processi organizzativi.
Il responsabile del personale che lascia è una collega che da quasi quindici anni lavora nell’area dell’amministrazione del personale, e da poco più di cinque anni ne è diventato responsabile.

Passaggio pensato con cura

Con la presidente e il responsabile del personale uscente, erano presenti all’incontro di progettazione del percorso di avvicendamento le due candidate e il collega individuato per subentrare nel ruolo di responsabile del personale. Il passaggio di consegne era in agenda da alcuni mesi, ed era stato rimandato in attesa di individuare la persona che avesse i requisiti professionali (e umani) per assicurare continuità gestionale e operativa. Non c’erano stati motivi per pensare ad un avvicendamento traumatico. L’incontro era stato organizzato per ragionare su come passare i compiti specifici di coordinamento dell’area personale. Si trattava di un incontro interlocutorio, l’obiettivo generale era già stato discusso più volte. Serviva – nell’occasione – provare ad accordarsi sui passi concreti.

Eppure

«Ecco questi sono i file…
Questi contengono tutte le informazioni ufficiali che servono per gestire l’ufficio personale.
Questi invece sono file che mi sono creato io… questi non vi servono.
Sono file che tanto non si capiscono e a te non servono.
Gli strumenti che servono uno se li deve creare da sé.
Poi è un casino spiegarteli.

[silenzio]

Lascio, ma non voglio essere giudicato.»

Possiamo formulare ipotesi diverse

  • È difficile lasciare perché, perdendo il ruolo, si è costretti ad un esame di realtà, ad ammettere discontinuità. In fondo il proprio lavoro, le ripetitività cicliche sono anche un antidoto verso il tempo che passa.
  • È difficile lasciare perché le cose che si sono pazientemente costruite verranno cambiate, superate e quindi si preferisce portare via con sé quello che si è costruito.
  • È difficile lasciare perché, in fondo andarsene è un po’ venire messi da parte e ciò provoca risentimento.
  • È difficile lasciare perché si verrà giudicati senza però avere la possibilità di difendere gli strumenti, l’impostazione, i processi che si sono messi a punto nel tempo, il proprio lavoro e la propria identità professionale.
  • E’ difficile lasciare se si sente che si sta passando la mano un gruppo, una generazione, che la svolta non è del singolo, ma dell’intero gruppo gruppo dirigente. A volte le fatiche rimbalzano e si manifestano dove non ce si aspetterebbe.

Chissà perché è difficile lasciare…

«- Signor Nakata.
– Sì, signora, mi dica.
– Avrei un favore da chiederle.
La signora Saeki sollevò da terra una borsa e da questa tirò fuori una piccola chiave, con la quale aprì un cassetto dal quale estrasse tre grosse cartelle che posò sulla scrivania.

[…]

Posò le mani sulla colonna formata dalle tre grosse cartelle portadocumenti.
– Questi fatti sono accuratamente riportati qui dentro, dal primo all’ultimo. Ho scritto nel tentativo di fare ordine dentro di me. Volevo provare ancora una volta a riesaminare tutto per capire chi ero e cosa avevo fatto nella mia vita. Naturalmente di questa scelta non posso incolpare che me stessa, però è stata un’impresa durissima, straziante. Ma ormai è conclusa. Ho finito. Adesso, di quello che ho scritto non ho più bisogno, e non vorrei che fosse letto da altri. Se cadesse sotto gli occhi di qualcuno, potrebbe causare ulteriori danni. Perciò vorrei che fosse distrutto completamente, bruciato. Che di tutto questo non rimanesse nemmeno la minima traccia. Se le fosse possibile, signor Nakata, vorrei chiedere a lei questo favore. Non c’è nessun altro su cui possa contare. So che la mia richiesta è inopportuna ma potrebbe farlo per me?
– Va bene, – disse Nakata, quindi annuì alcune volte con forza. – Se lo desidera, Nakata brucerà tutto. Stia tranquilla.
– Grazie, – risposte la signora Saeki.
– È stato importante per lei, scrivere? – Chiese Nakata.
– Sì. Il fatto di scrivere è stato importante, ma quello che ho scritto , il risultato di questo lavoro, non ha nessun significato.»

pp. 429-430
Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia, Einaudi, 2009 (2002).

Fuoco sulla spiaggia (Giosué, settembre 2012)

Fuoco sulla spiaggia (Giosué, settembre 2012)

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