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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Come farcela a lavorare nei giorni di festa e di vacanza?

2013-08-15 10.41.50Sgombro subito il campo dalle piccate controrepliche tipo: “E perché si dovrebbe lavorare nei giorni di festa?”, e dalle elusive risposte: “Non lavorare! Rilassati, riposati.”
La domanda è seria e motivata, ed stata posta con ironico garbo. Merita dunque di essere socializzata, di ricevere risposte meditate e contributi che siano d’aiuto (che mi permetto di chiedere a chi leggerà questo post).

Ipersensibilità

Come molti/e sono ipersensibile ai condizionamenti dei tempi sociali: domeniche, vigilie, ponti, feste comandate (religiose e civili), vacanze pasquali, natalizie, estive [Come si vede qui a fianco anche al mitico Roberto Zichitella è sfuggito un lapsus da lavoro nel dì di festa]. E sono sensibile all’andamento stagionale del mio lavoro. Purtroppo solo recentemente mi sono reso di quanto si muova secondo curve e picchi che si ripresentano e che finiscono per condizionare la mia risposta operativa. Ma ci sono momenti in cui si deve riuscire a produrre anche in controtendenza rispetto alle condizioni psicoambientali. Naturalmente le considerazioni che seguono hanno una qualche validità per attività che implicano l’uso di un computer e per lavori che non prevedono uffici che si rivelano setting strutturanti (e adiuvanti).

Appigli

Siccome chi mi ha sottoposto la questione ha due particolari lavori da svolgere: studiare e scrivere, gli stessi che a mia volta svolgo (poco importa se si studia per preparare un intervento formativo, o si scriva un progetto o una relazione nell’ambito di una consulenza). Così mi viene agevole circoscrivere le indicazioni che funzionano per me, gli appigli che cerco quando devo lavorare (studiare o scrivere) al di fuori dei tempi canonici.

Nel corso dell’anno mi salvano le biblioteche

La ragione è presto detta: sono il luogo culturalmente deputato alla calma e alla riflessione. Sono uno spazio strutturato di silenzio sociale. Ci si può sedere, sul tavolo possono stare le sole cose alle quali ci si deve applicare, si viene lasciati in pace, se servono delle pause, in genere non sono distraenti.

Cerco qualcuno con cui collaborare

Altro essenziale aiuto viene dal lavoro collaborativo: in presenza e a distanza. Lavorare insieme o prendere impegni espliciti aiuta. Aiuta fissarsi obiettivi definiti di produzione o temporali e condividerli. Aiuta accordarsi per avere ritorni. Aiuta suddividersi il lavoro, dare e ricevere revioni in progress. Aiuta chiedere di venire messi sotto pressione. Lavoro

Ho bisogno di uno spazio appropriato

Se sono a casa mi piazzo in cucina, se sono in giro faccio di tutto per trovarmi un posto che concilii. Mi capita di essere fuori per lavoro, trovo tristissimo lavorare nelle camere di albergo. A volte ci sono ingressi spaziosi e sufficientemente riparati per lavorare in uno ambiente consono. In altri viene tollerato che ci si piazzi con il computer nello spazio riservato alla colazione. Lo spazio conta. Per lavorare quando si ha l’impressione che si dovrebbe fare altro… meglio trovarsi uno spazio accogliente.

Mi vesto

Evito di lavorare in pigiama e in ciabatte. Mi vesto, mi metto le scarpe, mi faccio un caffè (o lo ordino) e mi metto seduto. [Lo so non vale per tutti/e, ma per me è così: ossessività? E chissenefrega, quello che conta è che alla fine il lavoro venga fatto bene, o abbastanza bene].

Provo ad impegnarmi in cose che mi piacciono e che faccio volentieri

Ma così finisco per tralasciare quelle su cui dovrei cimentarmi (anche se penso che questo procrastinare potrebbe essere considerato anche un tempo di preparazione interiore). In ogni caso qualcosa esce, e celebro questo piccolo successo come un passo verso il più vasto compito che mi attende.

Faccio ordine

Faccio ordine, elimino elementi di distrazione o di confusione. Non un o–rdine assoluto, un ordine relativo, quando basta per sentirmi a mio agio.

Decido: questo e non quello

Scelgo. Una cosa e non un’altra. Qualcosa si deve sempre tralasciare. Conviene almeno affrontare un compito, piuttosto che penare nell’impossibile scelta e venire travolti dall’eccesso di traguardi irraggiungibili tra quali inutilmente dibattersi.

Cerco una foto

Quando scrivo i post mi aiuta moltissimo cercare la foto giusta. Per me è una attività rilassante, mi aiuta a concentrarmi, e mi dà piacere. Penso si possa fare la stessa cosa anche quando si studia per un esame. Nulla vieta di sintetizzare, prefigurare, approfondire, prendersi una pausa trovando immagini o foto a proposito delle questioni che stiamo affrontando.

Lavoro su cose all’apparenza più facili

Quando sono proprio in crisi, lavoro sulle cose più amene, leggere e soddisfacenti. Ad esempio sui titoli di quello che devo scrivere. Se devo studiare mi fisso obiettivi micro: mezza pagina, un’altra mezza pagina, una terza e poi una breve pausa. Quello che conta è mettercisi, uscire dal pensare a quello che dovrei fare e fare. Fare qualcosa, una cosa, anche una microcosa, ma farla. E allora che sia una cosa che mi dà gusto.

2013-08-15 12.03.29Evito di sentirmi solo

Mi aiuta moltissimo evitare di sentirmi solo. Qualche settimana fa ho visto scorrere un tweet che diceva: “Ancora 43 giorni. Nonché 430 ore di lavoro. Sopravviveremo. O forse no.” E mi ricordo di aver pensato: “Ok, non sono il solo che arranca. Questo messaggio nella bottiglia già mi tira su di morale.”

Accetto di rispettare i programmi solo in parte

Naturalmente cerco di farmi dei piani di lavoro (delle liste, ça va sans dire) ma, se è difficile rispettare i programmi nei giorni comandati (quando infuriano e si accavallano le richieste), immaginatevi come è faticoso riuscire a fare tutto quello che ci si prefigge. Allora pianifico, ma non mi lascio avviluppare. Il piano è un promemoria, mi serve adesso e mi servirà domani.

Faccio qualche pausa

Su questo punto non tutti sono d’accordo. Ad esempio John Cleese, nel video che chiude il post, fornisce un suggerimento all’apparenza in contrasto con la modalità di lavoro che personalmente adotto. Ma le persone sono diverse, e per me funzionano le pause. Pause di riposo che però non distraggano: funziona un caffè, mentre di norma non funzionano Fb e Tw (ma su questo punto ritornerò con un post barricato dalle considerazioni di illustri scrittori e scrittrici).

Fatica e fastidio: ottimi indicatori

Rimane una considerazione. Credo sia segno di equilibrio essere in difficoltà nel lavorare fuori dagli spazi e dai tempi all’uopo riservati. Conservare la connessione con i segnali in apparenza impercettibili che ci vengono dall’ambiente è una fortuna: sentire che il momento e il luogo dovrebbero essere riservati ad altro (al riposo, ai contatti, alla festa) non è un disturbo emotivo, semmai il contrario.

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7 comments on “Come farcela a lavorare nei giorni di festa e di vacanza?

  1. stefano delbene
    28 August 2013

    “L’efficacia, inoltre, può aumentare se cambiano, grazie alla rete, le modalità di prestazione lavorativa, passando dal classico lavoro di fabbrica o di ufficio , vincolato da un programma prestabilito e ad orari fissi, uguali per tutti, al lavoro mobile e a-sincrono, in cui i tempi e luoghi del lavoro vengono demandati all’auto-organizzazione del lavoratore o del singolo team. La tecnologia consente di separare – tutte le volte che serve – le attività di persone che un tempo erano, invece, vincolate ad un luogo comune e ad un tempo sincrono, dando la possibilità a ciacuna di esse di sviluppare la propria prestazione in modo autonomo, più aderente alle proprie esigenze e alla propria creatività…..Cambia, di conseguenza, il lavoro: un lavoro che ha più possibilità di autorganizzarsi è anche un lavoro più intelligente e autonomo, sempre più pagato ….
    E. Rullani La fabbrica dell’immateriale pag. 225

    • Mainograz
      29 August 2013

      D’accordo su molto, ma non su tutto: l’autorganizzazione può essere molto faticosa, forse facciamo lavori sempre più intelligenti, sfidanti, che vi chiamano sul terreno dell’autonomia… ma non direi sempre più pagati (non foss’altro perchè lo facciamo in molti;-)

  2. autore
    24 August 2013

    personalmente parto dal presupposto che nei giorni di ferie si dovrebbe lavorare solo in casi di emergenza e che quindi il quesito principale è perché si finisce ad avere carichi di lavoro da smaltire con urgenza?
    detto questo potrebbe essere utile programmare più avanti nel tempo dei periodi per recuperare le energie consumate. l’idea è di cercare di barattare il tempo in modo da non incidere sul bilancio lavoro/vita privata che, se si allontana dall’equilibrio, è da considerarsi come indice di bassa salute organizzativa.
    io la penso così, critiche? commenti? voi che ne dite?
    “quando potete staccare staccate!” cit. zio B.

    Avallone, Paplomatas, “Salute Organizzativa”, 2005.

  3. Laura
    21 August 2013

    Mi ritrovo molto con le ultime considerazioni.
    Bisogna lavorare, ne prendo atto ma non perdo di vista che non è un normale giorno di lavoro.
    Se posso stabilisco un tempo di “fine giornata lavorativa” che, però, prevede una ricompensa.
    Nel mio caso trattasi di una granita alla mandorla tostata in compagnia di battute in dialetto e a seguire un tuffo nelle trasparenti acque del Mediterraneo difronte casa dei miei, in Sicilia.
    Che ognuno, naturalmente, scelga la propria ricompensa!

  4. Anonymous
    17 August 2013

    ….Bhe la domanda sorge spontanea….e come non farcela a lavorare nei giorni di festa e di vacanza?…della serie… te la senti di andare in vacanza quando….trovi parcheggio un poco ovunque in centro, dove trovi quasi sempre tutti i semafori verdi, perchè non c’è calca e quindi al massimo fermi ai semafori trovi solo un veicolo, e qualche timido ciclista….certo è che queste mie sono dettate da uno spirito “inversus” lavorativo, ovvero causa forza lavoro rientro nella categorie di persone che si coricano laddove gran parte del mondo si sveglia per andare al lavoro, e si reca al lavoro quando come cantano i Pooh “quando tutto il mondo dorme ancora”…Insomma lavorare quando tutti vacanzano ha il suo bel perchè, ed ha il suo fascino… Certo il Ferragosto è sempre Ferragosto, e dal fortino di Prima linea da cui mi trovo spesso lo si trova anche divertente essere operativi in quella giornata.. quando non so tipo a 40° all’ombra c’è chi si mette davanti alla brace, e c’è chi mette il piedino nello spiedino…giusto per segnare il territorio…oppure chi parcheggia con le “4 frecce” ed in modo crudele il proprio parente, ” si si ok vado a casa a prendere due cose che serviranno per il ricovero e poi tornoooo”…sì ma signora non ci aveva detto che la casa fosse a Spotorno!!!….Penso che fare qualcosa di EXTRAORIDNARIO come lavorare quando tutti sono a casa, ti permette di vedere cose che troppo presi ed offuscati dalla routine a volte sfuggono all’occhio nudo……Quindi BUON AGOSTO a tutti!!!
    ..Sì MA LE COSTINEE!!!…..

  5. ovittorio
    16 August 2013

    prezioso post che mette un po’ d’ordine alle mia pratiche di lavorismo festiveggiante, ma che in realtà elenca tanti inconsapevoli trucchi che utilizzo normalmente sul lavoro! e concordo in tutto, tranne pigiama e ciabatte. E quello che funziona di più è qualcuno con cui parlare, perchè i pensieri si raddoppiano, si triplicano, si riflettono a vicenda si sostengono si fanno spegnere si riaccendono spariscono lasciano aromi ritornano ringiovaniti vengono dimenticati.
    vittorio

  6. nlocatelli
    16 August 2013

    Ciao Graziano,
    la maggior parte delle cose che hai detto sono vere, lo spazio del silenzio sociale nel mio caso prevede di scollegarmi il più possibile dai social network e di non distrarmi con le tipiche notizie estive su giornali telegiornali e radio.

    Avendo lavorato per diversi centri della grande distribuzione ho anche imparato che nei giorni di festa, il lavoro può essere fatto meglio, nella clientela c’è un certo senso di rilassamento che ti permette di “prenderti cura delle esigenze del cliente con più serenità”.

    Infine credo che ognuno di noi abbia il proprio bioritmo, le feste comandate possono arrivare anche in momenti di grande produttività per una persona e per il suo lavoro, e quindi non ha senso smettere di lavorare quando invece si “dovrebbe riposare”. Io sono per fare le ferie quando e ne sente il bisogno, e non necessariamente ogni anno dal 10 al 20 agosto (purtroppo bisogna chiedere il permesso alle regole sociali del proprio ambiente di lavoro).

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