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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Stagista: una nuova condizione sociale?

Ero in fila per prendere un libro in prestito e ho assistito a una scena un po’ surreale che mi ha costretto a ricapitolare alcuni pensieri sparsi.

Un ragazzo davanti a me appoggia sul bancone un paio di libri e un dvd e porge la tessera per il prestito.
Il bibliotecario passa la tessera sotto il lettore ottico.
“Devo rinnovarle la tessera, ci vuole un attimo, il tempo di verificare i suoi dati”.
“Mmh, ok”.
“L’indirizzo non è cambiato?”
“No.”
“È ancora studente universitario?”
“No sono laureato”
“Che lavoro fa?”
“Sono inoccupato”.
“Inoccupato non ce l’ho. Scrivo disoccupato”.
“No, non sono disoccupato, sono inoccupato”.
“Ma il programma non mi dà inoccupato. E poi inoccupato, disoccupato… è la stessa cosa… più o meno”.
“No, io sono inoccupato, sto facendo uno stage”.
“Allora scrivo impiegato”.
“No, non lavoro, non mi pagano”.
“Va be’, adesso no, ma poi vedrà che trova un lavoro che la pagano”.
[Chissà perché il bibliotecario ha sentito l’esigenza di rincuorare l’utente…]
“Ma non può scrivere inoccupato?”
“Facciamo così, salto l’informazione, tanto non succede niente.”
“Mmh, ok, ma se c’è, può mettere stagista?”.
“No non ce l’abbiamo”.
“Ok, va bene, tanto…”.

Quali sono i pensieri sparsi?

Primo
Una massa spropositata di laureati fa uno o più stage. Non vengono pagati o vengono pagati poco. Ho l’impressione che questo sistema per entrare nel mondo del lavoro stia superando la soglia dell’accettabilità. Ci può stare un periodo di apprendistato. Credo che per essere efficace debba avere senso: si scambia la possibilità di acquisire competenze contro disponibilità a svolgere una serie di lavori. Ci dovrebbe essere un progetto. Lo stage non dovrebbe essere reiterato più di una volta, e complessivamente il tempo dello stage dovrebbe avere un limite. Mi pare invece di vedere che si arrivi a tre-quattro stage, e ci si approssimi al paio d’anni (senza battere ciglio).

Secondo
Lo scambio di battute fa pensare che la condizione liminare di stagista non venga rilevata dai sistemi di classificazione socio-demografici. E se le classificazioni non contemplano il fenomeno, le istituzioni non lo considerano e non lo pensano (cfr. Mary Douglas, Come pensano le istituzioni, Il Mulino, 1990). Con gli effetti del caso.

Terzo
Che condizione è quella dello stagista? Si terminano gli studi e l’offerta (per molti, ma non per tutti) è quella di un periodo di non occupazione (nel senso di non lavoro), una condizione che sembra essere diversa dal precariato. Una condizione soggettivamente e oggettivamente incerta. Che modalità sociali di accoglienza intergenerazionale si stanno praticando? Siamo sicuri che le modalità stage, o forme di fatto deregolate e prive di misura, producano solidarietà fra le generazioni? Siamo sicuri che gli stage non generino effetti contrari a quelli che ne giustificherebbero l’introduzione? Detto meglio: quali effetti producono le attuali e diverse forme di ingresso nel mondo del lavoro?

Quarto
Quando gli/le studenti ne parlano, lo stage sembra un ineluttabile destino. Ci sono altre forme di ingresso meno asimmetriche? Chi si sta occupando di segnalare come affrontare gli stage e di selezionare i luoghi dove si fanno? Non è forse il caso che gli uffici personale delle imprese ci facciano un pensiero? Non sarebbe forse il caso che tra i possibili impegni di responsabilità sociale le imprese (a partire dalla imprese sociali e dagli enti pubblici, per passare alle organizzazioni di rappresentanza) chiariscano e si impegnino per condizioni di stage, tirocinio, apprendistato che non si configurino come non-luoghi, non-condizioni sociali, non-opportunità per le persone?

4 comments on “Stagista: una nuova condizione sociale?

  1. Pingback: Cena con delitto « Appunti di lavoro

  2. Alberto
    19 July 2010

    Credo sia proprio una condizione sociale, e la cosa che più mi fa rabbia è vedere che chi governa, ma anche chi ha governato, “sembra” non rendersi conto del problema.

    A questo si aggiunge un bombardamento mediatico che propone modelli di vita irraggiungibili.

    Il tutto provoca, in me quanto meno, frustrazione e la convinzione che si possa però operare un cambiamento.

    Per citare un film che mi sta molto a cuore e che hai avuto modo di recensire (Il Vento fa il suo giro), riporto il link a un dialogo che mi ha molto colpito:

    Alberto ;-)

  3. Arya
    19 July 2010

    “lo stage sembra un ineluttabile destino”… e spesso una sana fregatura. E non uno nella vita ma un susseguirsi di stage, pagati o meno che uno prende in considerazione per fare la cosidetta esperienza. Peccato che poi alla fine se non ne ha fatte altre di esperienze resta inoccupato…. che non è disoccupato e credetemi la differenza c’è ed è molto importante. Immaginate che anche il ticket sulle prestazioni mediche l’inoccupato le paga il disoccupato no ecc ecc. Bel blog, un saluto Arya

  4. Paolo
    19 July 2010

    Rasentiamo il limite della provocazione…due post interessanti su due mentre sono in ferie, ma non risponderò, ancora per stavolta almeno… avrei qualche regola-esperienza-consiglio per un buono stage… appena torno… saluti!

Dai, lascia un commento ;-)

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