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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

La fatica di scrivere se le parole sono pietre (Carlo Levi)

Prendo spunto dall’introduzione alla raccolta di articoli che Carlo Levi pubblica nel 1955 con il titolo Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia per toccare tre aspetti che riguardano il travaglio della scrittura: l’importanza dell’esordio, la questione della dispositio (dell’ordine nel testo e dei testi), l’incertezza del pubblicare e ripubblicare.

Introduzione

Gli scritti raccolti in questo volume sono di vari periodi: quelli della prima e della seconda parte risalgono al 1951 e al ’52, e furono pubblicati allora; la terza parte invece, inedita, è del luglio-agosto di quest’anno 1955.

In questi ultimi tempi, spinto da occasioni e da interessi diversi, mi è avvenuto di scrivere molti articoli e saggi e racconti e relazioni di viaggi in Italia; e parve agli amici editori che non fosse inopportuno riunirli in un libro. Il primo suggerimento che io ebbi da loro fu di ristamparli tutti, senza preoccuparsi del carattere frammentario e antologico che ne sarebbe derivato, poiché, forse, ne sarebbe risultato evidente un legame comune, una unità non solo di stile e di visione, ma di argomento: tutti quegli scritti, si occupassero del Sud o del Nord, dei moti contadini o della rotta del PO nel Polesine, del mondo pastorale della Sardegna o delle vicende meno note del periodo partigiano, volgevano l’attenzione a paesi e a uomini d’Italia visti in un loro momento, in una loro condizione particolare, legata sempre a una presa di coscienza nuova, a una affermazione di sé che avveniva per la prima volta, a una prima e irripetibile nascita all’esistenza.

Parve poi più opportuno limitare e circoscrivere l’argomento del libro a uno spazio e ad un tempo più ristretti, e pubblicare qui i soli scritti che parlano della Sicilia di questi ultimi anni, e farne così un volumetto più sottile e leggere e insieme più unitario e raccolto, rimandando a più tardi l’eventuale pubblicazione di tutti gli altri scritti.

Non è dunque questo un libro concepito in partenza con una sua struttura narrativa, né nato da uno schema preordinato, o da una intuizione unica e fondamentale. Non vi cerchi il lettore, come nel Cristo si è fermato a Eboli, la scoperta prima di un mondo nascente e delle sue dimensioni, e del rapporto di amore che solo rende possibile la conoscenza; e neppure vi cerchi, come nell’Orologio, l’immagine complessa e presente di una svolta decisiva nella storia di tutti e di ciascuno, e insieme del senso della infinita contemporaneità del tempo. Vi si cerchi cose più semplici e modeste: il racconto di tre viaggi in Sicilia e delle cose di laggiù, come possono cadere sotto l’occhio aperto di un viaggiatore senza pregiudizi. Quello che per avventura egli vi trovasse di più, lo accolga come qualcosa che gli è dato soprammercato.
[…]

pp. v-vi
Carlo Levi, Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia, Einaudi, 1975 (1955).

1. Un gesto di ospitalità
Incipit, esordio, introduzione, prefazione… Il benvenuto, l’accoglienza riservata al lettore, il primo gesto di ospitalità a chi viene in visita al testo. L’autore puntualizza la genesi del libro (pezzi diversi riuniti) e mette le mani avanti a stringere quelle del lettore, per evitare eccessive attese. Semplici, dai toni quasi cronachistici gli articoli ricompresi. Non abbia eccessive attese l’amico lettore (come lo chiamerà alcune pagine più avanti chiudendo l’introduzione. Il testo prosegue poi (nelle parti che non riportiamo), descrivendo brevemente le parti che compongono il libro, soffermandosi su un episodio, cogliendo l’occasione per una metariflessione.
Avvicinare, schiudere, offrire un contesto d’occasione e di interpretazione, condividere i pensieri.. accogliere, introdurre appunto. Queste le funzioni di una frase o di un testo d’esordio. Sulla soglia, l’autore ci viene incontro per ‘accompagnarci’ all’interno di una provincia non finita di significati rappresentata dal testo. Collocazione temporale o spaziale; legittimazione relazionale (richiesta o suggerimento da parte di fonti autorevoli); domande per attivare l’attenzione; citazioni poetiche o avvii folgoranti sul registro emotivo, sintesi o descrizione dei contenuti; rimandi al contesto; esposizione delle ragioni che motivano lo scritto… diverse le possibilità, egualmente transazionali le intenzioni e gli effetti delle introduzioni.
Questa la prima considerazione.

2. L’ordine segue, non precede (e rimane incerto e aperto)
L’autore, confrontandosi con gli editori che gli erano amici compie una scelta e poi ci ripensa… Pubblicherà solo una parte dei documenti disponibili, rimandando a successiva occasione la pubblicazione del vasto materiale prodotto.
Il libro non nasce da un disegno preciso, ma piuttosto riannoda precedenti testi, immagina un tracciato e lo abbandona, si riposiziona rimandando più in là l’opera più complessa. Si offre un viaggio, forse modesto. Elementi di avventura, eccezionali, straordinari – se vi si incontreranno – saranno eccedenti (e in parte frutto di quello che il curioso lettore vi porterà).

2.1. La questione della micro-dispositio
Il testo può nascere sviluppando alcune intuizioni, lasciando riposare i pensieri, scomponendo alcuni punti o riunificando ipotizzate articolazioni. La questione delle parti del testo rimane uno scoglio da affrontare (o da aggirare). Un nucleo via via espanso? Un logico dipanarsi di questioni? Un ramificarsi ordinato di pensieri? Una sequenza circolare che ci riporta al punto di avvio? Un incastro di digressioni? Qual è la trama del micro testo? Nelle scritture professionali il dare visibilità all’intelaiatura argomentativa può aiutare il lettore (e l’autore) a non perdere il filo del discorso. Nell’estratto di introduzione sopra riportata la funzione di segnalare le parti è assunta dai capoversi e (non lo vediamo data la brevità della citazione) dal salto pagina. Si tratta di modalità utilizzabili anche nella scrittura professionale, accorgimenti che non si escludono. ‘Trucchi’ per aiutare a enucleare i passaggi, i conglomerati di significato del discorso.
Questo nella scrittura lineare che ancora contraddistingue documenti cartacei e file dei programmi di videoscrittura. Già le cose si fanno leggermente diverse nei post: gli articoli vengono etichettati (tag) e categorizzati (categories). Inoltre le parole attive consentono passaggi ipertestuali verso altri documenti. La microdisposizione del discorso si fa meno lineare, più porosa, aperta ad uscite (e ad entrate) che costituiscono nuclei che richiedono un certo sforzo per venire ricollegati in una (fra le possibili) configurazioni. La microfisica del discorso è più mobile, non univocamente definita, possibilista (se non in modo assoluto, certamente molto di più di quanto non avvenga nel classico documento in word).
A questo proposito un amico ha osservato che il problema non è tanto quello di scrivere il post (ne avrebbe pronti un paio e un terzo già imbastito), di stendere materialmente le (tutto sommato) poche migliaia di caratteri richieste, quanto il lavoro per confezionare, sistemare il lay-out, titolare, ‘mettere in grafica’, collegare ad altri testi, inserire una foto, un documento, un video… insomma la cura della micro-dispositio sembra farsi più complessa e onerosa.

2.2. La questione della macro-dispositio (i post sono pietre)
Carlo Levi scrive quando ancora l’ipotesi che si potesse produrre testi e pubblicare nello spazio virtuale era impensabile: nessuna blogsfera si annunciava al termine della notte.
Carlo Levi è piuttosto esplicito: “In questi ultimi tempi, spinto da occasioni e da interessi diversi, mi è avvenuto di scrivere molti articoli e saggi e racconti e relazioni di viaggi in Italia”. Produzioni scrittorie diverse, accantonate, conservate, già utilizzate, provocate da differenti situazioni… un deposito di materiali. Materiali ritenuti fruibili da autorevoli e fidati amici: “Il primo suggerimento che io ebbi da loro fu di ristamparli tutti, senza preoccuparsi del carattere frammentario e antologico che ne sarebbe derivato, poiché, forse, ne sarebbe risultato evidente un legame comune…”. Non importa se frutto di occasioni disparate, vale la pena mettere le scritture a disposizione del lettore… forse ne sortirà un tutto riconducibile ad unità, forse si troveranno (il lettore troverà) elementi condivisi. Conviene fidarsi degli amici, conviene fidarsi dei lettori:”…poiché, forse, ne sarebbe risultato evidente un legame comune, una unità non solo di stile e di visione, ma di argomento”. Non solo dunque unità tematica ab origine, ma stile comune, visione comune, e argomenti che si scopriranno più consonanti di quando non si sarebbe a prima vistato potuto immaginare (lo si scoprirà dopo).
Come in un blog: “Non è dunque questo un libro concepito in partenza con una sua struttura narrativa, né nato da uno schema preordinato, o da una intuizione unica e fondamentale”. Come in un blog che cresce man mano, spinto e tirato  dalle occasioni, da stili personali, da reazioni, un blog che accoglie contributi, post che messi in contatto si ritrovano più prossimi, provenienti da visioni (precomprensioni e preconcetti) condivise (o almeno in grado di dialogare). La struttura sarà il risultato, l’articolazione un lavoro che accompagna e segue (e non solo innesca).
Come in un blog: tag che possono diventare categorie, categorie che possono venire aggiunte e attribuite, link inediti aggiunti in successive riletture, sezioni nuove, connessioni a pagine… Una modalità forse già conosciuta (Carlo Levi ne sarebbe un testimone), ma certamente oggi incredibilmente più versatile e accessibile.
Per avviare un blog ho assoluta necessità di una struttura ordinante o altre sono le energie generative e disciplinanti necessarie?
E quali?

3. Vita nuova (in nuovo contesto)
Come accade nei blog anche nel caso de Le parole sono pietre, vengono riutilizzati materiali di seconda mano, recuperati e reimmessi a disposizione. Non solo inediti (anche), ma ciò che rende nuovo è il nuovo contesto dato dal libro, dalla struttura che accoglie, ricolloca, contribuisce a risignificare e a rigenerare.
Accade anche nei blog: un articolo, un post, una citazione, un frammento, una relazione riscritta, una conversazione ripresa e volta in forma di dialogo, acquistano nuova capacità di produrre senso, di emozionare, di lasciarsi interpretare. Dal guardaroba prendiamo indumenti usati per indossarli in occasioni nuove.
A volte però la riscrittura di un’intervista sembra qualcosa di inammissibile, la ripresa di un testo per cambiarne l’inizio, svilupparne una parte e riscrivere le conclusioni sembra un’operazione che non è possibile accettare (neppure se resa trasparente da una nota che ne dichiari i rimaneggiamenti). E in molti casi il vincolo è davvero paralizzante. Giacciono, ordinati, ben riposti, affastellati, sovrapposti, abiti assolutamente indossabili. Varietà dimenticate. Inutilizzabili.

Oltre la testimonianza
Ho trascurato di dire del valore di testimonianza storico-sociale, che hanno gli scritti di Carlo Levi. Possiamo rileggere i contributi raccolti assegnando loro un significato di ricerche socioeconomiche, di osservazioni antropologiche, di indagini etnografiche (non solo di denunce politica che pure assunsero in occasione della pubblicazione).
Nelle prossime settimane i sei gruppi di ricerca del corso di Psicosociologia dei gruppi e delle organizzazioni si porranno la questione del report di ricerca: che forma dovrà avere, come stenderlo, renderlo efficace, strutturarlo affinché sia completo e pure fluido e avvincente? Non dico che Carlo Levi sia un modello accademico, ma certamente suggerisce spunti e immette dubbi, utili a mantenersi vigili e critici.
Efficaci anche.

PS
Queste riflessioni sono scritte in segno di rispetto per le persone siciliane che conosco. Valenti dal punto di vista professionale, conservano modi, gesti e accento della Sicilia. Persone con le quali è stimolante lavorare e sapere che ci si può fidare.

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