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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Quando scrivere 2.0 è fatica allo stato puro (#prendifiatolab)

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C’è una attività di scrittura 2.0 faticosa come non altre?
Sì, per me è il lavoro di revisione editoriale.
Mi fa soffrire fisicamente e mi stressa. E se ultimamente ho preso gusto nel rivedere quello che scrivo da me, continuo invece a mal sopportare la revisione dei pezzi altrui (indipendentemente dalla qualità dell’elaborazione e dagli interventi richiesti).

Alle fonti della fatica

Me lo sono chiesto seriamente guardandomi allo specchio (guardandomi con la fotocamera anteriore nello schermo dello smartphone). E poi è uscita la mia mano, dalla minaccia di una sberla è passata ad un pizzicotto leggero e affettuoso.
E allora ho (vagamente) capito.
Le fonti della fatica sono due. Una materiale, concreta, operativa (ineliminabile). E un’altra immaginaria ma strutturante, custodita nel profondo degli assunti indiscussi.

Ineliminabile travaglio

Perché la revisione dei testi è un lavoro impegnativo? Mah, intanto richiede attenzione, non solo alla superficie del testo, alla sua immediata comprensione, ma alla sua struttura profonda, ai legami che lo intessono, alla logica complessiva, ai rimandi, alla scorrevolezza, alla coerenza, a quelle piccole increspature che ne i tratti distintivi. Nel rivedere un testo scritto da altri si entra in una sfera privata, si interviene (e quindi si giudica l’altrui produzione). Non è facile lavorare di cesello, trovare la misura perché gli interventi migliorino il testo proprio nelle direzione intesa dal suo autore o dalla sua autrice. Capita che per un miglioramento marginale si producano falle da colmare con soluzioni che ci allontanano dalla volontà autoriale. Capita che si perda il filo, il piacere, la presa. E capita di essere timorosi, inutilmente reverenziali, distrattamente rispettosi. Rivedere è rileggere, entrare in un rapporto d’intesa con il testo. Interventi che richiedono pazienza, concentrazione, nervi saldi, e un po’ di mestiere.
In ogni caso la fatica fisica resta, temperata solo dalla consapevolezza di quel che si deve fare.

Per non finire come Sisifo

La seconda sorgente di fatica è subdola. Ci può essere oppure no, a seconda del prevalere di una fra due concezioni di scrittura fra loro in lotta:

  • scrivere è un fatto individuale;
  • scrivere è un processo collaborativo.

Si tratta di rappresentazioni inconsapevoli e condizionanti.

Molti anni fa mi è occorso di cominciare a scrivere in una rivista che si occupava di dispositivi, strumenti e arredi per bar. Ogni articolo – che fosse brevissimo, che fosse un po’ più corposo – veniva corretto dal redattore che era pressoché sempre insoddisfatto. Condizione di lavoro irritante. Non uno scritto che funzionasse, né per me, né per il redattore. E naturalmente a un certo punto ho lasciato pensando di non avere la capacità minima richiesta, confermato dal verdetto del redattore che aveva decretato l’inconsistenza delle mie propensioni. Ripensandoci, ho l’impressione che si fosse saldato un perverso accordo tra me, ultimo dei collaboratori e il redattore. Per parte mia pensavo che scrivere fosse un dono individuale: o sei stato sfiorato o non c’è nulla che si possa fare. E da parte del redattore era inamovibile l’idea che la revisione di ogni pezzo altro non era che un supplizio a cui era condannato dall’incapacità statica di ogni collaboratore. E non c’è come essere d’accordo sui presupposti indiscutibili per non riuscire a dipanare un conflitto.

In tutto c’è un ma, ma non ora

Rivedere un testo è collaborare ad un processo di scrittura, che quasi mai è individuale (neppure quando si rivedono da sé i propri testi, quando si avvia un dialogo fra sé e sé, fra una parte di sé che si smarca e una parte di sé che sgomita per imporsi). Rivedere un testo è intraprendere una collaborazione, riverente e irriverente, serrata, in allerta, in ascolto. Se trionfa invece l’idea che la scrittura è competenza e padronanza individuale, rivedere è – per chi ne viene incaricato – un fastidioso puntellare lavori approssimativi, più o meno risolti, vagamente ac/curati; e per chi riceve il servizio, un grado di giudizio utile al più a trovare le inevitabili sviste, che non sfuggirebbero a più distratto dei correttori automatici. Se invece la complicità si dispiega, allora scrivere sapendo che ci sarà una revisione, rivedere sapendo che chi scrive si aspetta una revisione diventa un modo per dar forma alla scrittura, che nulla toglie all’autore/trice e non sminuisce l’editor.

Naturalmente in tutto questo c’è un ma. Ma per ora va bene così.

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