Prendendo spunto dal post Le organizzazioni invisibili, mi chiedo se in queste realtà “inafferrabili”, “impermanenti”, “che si sottraggono continuamente”, sia necessaria una figura come il Marco Polo di Calvino.
“Gli altri ambasciatori mi avvertono di carestie, di concussioni, di congiure, oppure mi segnalano miniere di turchesi nuovamente scoperte, prezzi vantaggiosi nelle pelli di martora, proposte di forniture di lame damascate. E tu?- chiese a Polo il Gran Kan- Torni da paesi altrettanto lontani e tutto quello che sai dirmi sono i pensieri che vengono a chi prende il fresco la sera seduto sulla soglia di casa. A che ti serve, allora, tanto viaggiare?”
p. 25
Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, 2011.
Nelle aziende (come negli imperi) ci sono diversi ambasciatori, deputati a rendicontare i movimenti monetari, di persone, di merci, che si verificano in ogni diverso reparto ( le regioni dell’impero). Mi chiedo se possano essere utili ambasciatori che, invece, redigano bilanci riguardanti il senso mutevole dell’organizzazione? Così da riconoscere e ricordare cosa si fa e perché lo si fa; portare alla coscienza il significato di quegli sforzi e quei movimenti materiali. E chi potrebbero essere, e quale azione legittimata potrebbero svolgere. Figure chiamate a valutare, a rendicontare, a produrre ricerche, a offrire consulenza: a quale leader riporterebbero e per quale fine?
“Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti”.
p. 5
Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, 2011.
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