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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Vedi alla voce Soggetto – Psicosociologia Unimib 17 marzo 2017

Chi è il soggetto nella prospettiva psicosociologica?

Se volete davvero saperlo, leggete la voce Soggetto nel Dizionario di psicosociologia (Cortina, 2005).

Se invece volete sapere qual è il mio punto di vista, o come recepisco e rielaboro le tracce di lavoro che mi vengono dalla voce Soggetto e da altre letture (alcune delle quali) segnalate in bibliografia, proseguite con la lettura di questo post. Post, che a causa del primario obiettivo didattico, si snoda così:
– parto da una citazione (un po’ lunga mi è stato contestato), una storia-nella-storia, un aneddoto popolar-educativo(?), forse una favola non per bambini, ironica, fosca e precorritrice dell’intera vicenda in cui è innestata. Parto da qui per offrire un esempio condensato della ricchezza di elementi e di piani in gioco quando ci riferiamo al soggetto (e siamo interessati a conoscerlo, o almeno a tenerlo in conto);
– dopo il brano antologico introduco alcune riflessioni su una aspetto che la voce a cui ho fatto riferimento sembra considerare rapidamente: l’esperienza. Sono convinto che l’esperienza sia un tratto che costituisce il soggetto nella sua unicità, nella sua specificità, nella densità esistenziale, nella sua identità fragile e in continua precisazione;
– torno, per finire, alla voce Soggetto del Dizionario per una ripresa delle principali considerazioni che mi sembra di poter estrapolare.

Il soggetto in una storia-nella-storia di Joe R. Lansdale

“[…] Lì gli alberi erano fitti, scuri e tristi. In cielo si erano formate basse nubi cariche di pioggia, dando al freddo terso della giornata il grigiore e la malinconia dei pensieri di una vedova. Le nubi nere erano sospese sopra la foresta da entrambi i lati della strada angusta e malridotta come fossero paffuti capelli di cotone, permettendo soltanto a pochi raggi di sole di penetrarli.
Osservai i boschi che scorrevano veloci ai lati del finestrino e pensai a ciò che c’era là fuori. Eravamo sul limitare del Big Thicket. Una delle più grosse foreste degli Stati Uniti, tutto l’opposto di quanto lo spettatore dei film televisivi pensa che sia il Texas. I taglialegna delle fabbriche di cellulosa e le compagnie di legname avevano certamente stuprato una bella fetta di foresta, come avevano fatto del resto con la maggior parte del Texas orientale, ma ne era rimasta ancora molta. Almeno per ora.

Là fuori, nel Thicket, c’erano lunghi tratti paludosi, torrenti e tronchi tanto fitti che uno scoiattolo non poteva correrci attraverso senza aiutarsi con un machete. Il terreno era brutale. Nero fango gelido in inverno, vaporoso e infestato di zanzare in estate, pieno di grassi e velenosi mocassini d’acqua, forse i serpenti più spiacevoli da incontrare dell’intero creato.

Quando ero bambino, un mio zio, Benny, un uomo che ben conosceva le leggi dei boschi, si era smarrito nel ticket per quattro giorni. Era sopravvissuto bevendo l’acqua delle pozze e nutrendosi di radici commestibili. Era uno di quei tipi contraddittori che amano il bosco e la vita selvatica e che, al tempo stesso, sparano a qualsiasi cosa che non sia già imbalsamata… e se per caso la luce avesse scintillato negli occhi di un roditore impagliato, avrebbe sparato anche a quello. Era un cacciatore tanto vorace che mio padre lo adoperava come esempio per farmi capire come non come non sarei dovuto diventare.  Era ferma convinzione di mio padre (e ora la penso esattamente come lui)  che la caccia non fosse uno sport. Se gli animali potessero rispondere al fuoco, allora lo sarebbe. È giustificabile soltanto per procacciarsi il cibo, nient’altro. Altrimenti, è soltanto voglia di uccidere per mettere una pietra su ciò che ancora si agita nel profondo dei nostri animi primitivi.

Ma mio zio Benny, un uomo grosso e ridanciano che a me piaceva moltissimo, una sera d’estate era fuori nel bosco a caccia di procioni per la loro pelliccia. Seguì rumore dei suoi cani nel folto del Thicket. E, a un certo punto, smise di udirli, e si rese conto che il fogliame sopra la sua testa era tanto fitto da impedirgli di vedere sia la luna che le stelle.
Quando andava a caccia, Benny indossava una specie di lampada da fronte. Non ricordo come si chiamava quella roba… carburo, credo… ma comunque c’erano grosse pallottole che mettevi nella lampada e, quando le accendevi, generavano una piccola fiammella puzzolente che danzava dalla bandana sulla fronte e faceva una luce. A quell’epoca la usavano un sacco di cacciatori.
Dunque, questa lampada si spense e Benny fece cadere la torcia mentre cercava di riaccenderla: non riuscì più a trovarla. Passo oltre passo ore e ore strisciare carponi sul terreno ma non riusciva a localizzare la torcia elettrica e non poteva riaccendere lampada perché aveva bagnato fiammiferi cadendo fino alla vita in un buco pieno di acqua stagnante.
Finalmente, si è addormentò, appoggiato alla base di un tronco, è venne svegliato nel bel mezzo della notte da qualcosa di enorme che si muoveva nel sottobosco. Si arrampicò sull’albero al tatto, andando pericolosamente vicino a cavarsi un occhio su una spina che faceva parte di un rampicante grosso come un braccio che stava tentando di soffocare l’albero.

La mattina seguente, dopo aver passato la notte intera accovacciato su un ramo, scese e trovò le tracce di un orso. Questo accadeva prima che nel Thicket l’orso bruno fosse praticamente sterminato. In realtà, oggi ce ne sono ancora parecchi, e ci sono anche i maiali selvatici.
Le tracce giravano intorno all’albero, e c’erano profondi segni di graffi là dove l’orso si era sollevato sulle zampe posteriori, forse sperando di far cadere una preda dall’alto. Aveva mancato lo zio Benny per meno di una spanna.
Benny trovò la sua torcia elettrica ma, ma era fuori uso. Durante la notte l’aveva calpestata, distruggendo la lampadina. Nonostante fosse mattina, lo zio Benny si rese conto che non c’era modo di vedere direttamente il sole, perché i rami degli alberi si avvinghiavano gli uni agli altri e gli aghi di pino si allargavano in ogni direzione, tingendo la luce del giorno di verde scuro.
Per tutto il giorno, mentre vagava alla cieca nella foresta, le zanzare che ronzano intorno squadroni così compatti da sembrare una sorta di reticolo impenetrabile. Banchettarono tanto spesso sulla ferita che si era procurato la notte prima con il rampicante che, la fine, l’occhio gli si chiuse del tutto. Le labbra di si gonfiarono fino a tendere la pelle e la sua faccia divenne simile a un pallone. Ovunque andasse, indossava uno sciame di zanzare come fosse una cotta di maglia di ferro.
Via via che il giorno invecchiava, si accorse di essersi imbattuto anche in un’edera velenosa; l’irritazione gli stava diffondendo su tutto il corpo gli si stava diffondendo in tutto il corpo, facendogli saltar fuori in pustole sui piedi, con le mani sulla faccia e, più si grattava, più si diffondeva, finché persino le sue palle furono ricoperte da quella roba. Era solito dire: “I bozzi delle edera velenosa erano tanto spesso da spingermi via i peli dalle palle”.
Mi disse che provava tanto dolore, si sentiva tanto il marito, spaventato, affamato e assetato che aveva preso seriamente in considerazione l’idea di mettersi in bocca la canna di fucile e di farla finita. Poco dopo, non ebbe più nemmeno quella possibilità. Attraversando una zona meno grigliata, scoprì che quella che apparentemente sembrava una fitta copertura di foglie non era altro che una palude di sabbie mobili, e, mentre si aggrappava disperatamente alle radici esposte di un grosso salice per salvarsi dall’annegamento, perse il fucile nella fanghiglia.
Alla fine trovò la via per uscire, ma non grazie alla sua esperienza. Per caso. O, per usare le sue parole, “per miracolo”. Si imbattè in un manzo macilento e scarno, un incrocio tra un Hereford e un Long Horn. Barcollava, la testa enorme quasi rasentava il terreno. Era ricoperto di fango incrostato dagli zoccoli fino alle corna massicce. Si era ovviamente impantanato da qualche parte, forse nel tentativo di sfuggire all’assalto delle zanzare.
Lo zio Benny lo osservò a lungo e finalmente l’animale cominciò a muoversi, lentamente ma con costanza. Benny seguì il manzo attraverso la boscaglia, a volte aggrappandoglisi addirittura alla coda ricoperta di fango e di merda secca. In un modo o nell’altro, riuscì a stargli attaccato finché il manzo non arrivò al pascolo da cui era fuggito passando attraverso un’apertura nel reticolo di filo spinato. Lo zio Benny diceva sempre che quando la bestia si era lasciata alle spalle gli ultimi rovi e la luce, filtrando dalla volta di foglie, gli aveva mostrato il verde brillante del pascolo, era stato come se gli avessero aperto la porta del paradiso.
Quando il manzo raggiunse il pascolo verde smeraldo, muggi gioiosamente, barcollò, cadde e non si rialzò più. I suoi quarti posteriori erano gonfi come se fossero fatti di spugna, e nella sua carne c’erano ferite dalle quali usciva gorgogliando un pus del colore del peccato originale e denso come schiuma da barba.
Lo zio Benny immaginò che il manzo fosse finito in un’intera colonia di mocassini, o forse di crotali della foresta, che l’avevano morso ripetutamente. Poteva essere rimasto là fuori nel Thicket per una settimana. Il fatto che fosse sopravvissuto tanto a lungo era la dimostrazione della forza del sangue Long Horn che gli scorreva nelle vene. Morì nel punto esatto in cui cade.
Da lì, lo zio Benny raggiunse la statale, e trovò la sua automobile. I suoi cani da caccia non si videro mai più. Per una settimana, Benny andò nel punto in cui erano entrati insieme a lui e li chiamò per nome, perlustrò in automobile tutte le stradine secondarie, ma non ne trovò mai traccia. A quanto ne so io, nonostante continuasse ad andare a caccia di tanto in tanto, Benny non si inoltrò mai più nel folto del bosco; l’occhio ferito il piede fastidio per tutta la vita finché, all’età di sessantacinque anni, dovette farselo togliere e rimpiazzarlo con un occhio di vetro.
Non si scherza con il Big Thicket.

Joe R. Lansdale, Il mambo degli orsi, Einaudi, 2004 (1995), pp. 53-57.

Il soggetto fa, costruisce, rielabora, propone, si espone alla propria esperienza/e

La storia-nella-storia di Lansdale offre moltissimi appigli per ragionare intorno a cosa si possa intendere per Soggetto. Salta subito agli occhi la capacità (o meno) che il soggetto ha di collocarsi nella sua personale storia in termini di rielaborazione, anche parziale, dell’esperienza (lo zio Benny si guarderà bene dal riavventurarsi nel folto della foresta). L’esperienza è costruzione più o meno consapevole di conoscenze rilevanti per l’attribuzione di valore alla propria esistenza e per l’orientamento delle proprie condotte esistenziali. Possiamo dunque parlare di riflessività, di rappresentazione soggettiva che ci colloca nelle nostre personali vicende, scelte, azioni, che ci consente di essere attivi nell’indirizzare la propria storia personale investendola di valore e di significati (Dieckman, 2004).
Incontrare il soggetto (l’altro o riconoscersi) è dunque incontrare un’esperienza significativa di ricerca di un tracciato nel caos della foresta-esistenza. Ma è il soggetto è anche l’esito dell’imponderabile che incontra la traiettoria esistenziale, un imponderabile innescato anche dalla stratificazione delle scelte che ciascuno compie.
Volendo sintetizzare il soggetto è l’esito e la costruzione delle proprie esperienze, solo parzialmente governabili. Il soggetto è la propria storia nella sua unica, in parte narrabile, in parte sfuggente intensità, è l’esito degli apprendimenti volontari o inevitabili. Come vedremo fra un attimo è certamente molto altro ancora, ma se si vuole avvicinare il soggetto, se lo si incontra in un percorso di conoscenza dei gruppi e delle organizzazioni in cui vive, che fanno da spazio/tempo esistenziale, non sembra saggio perdere completamente di vista, almeno come accortezza, le complessità che lo determinano.

Meglio se vedi direttamente alla voce Soggetto

Secondo Jacques Ardoino e Jacqueline Barus-Michel, che hanno curato la voce Soggetto del Dizionario di psicosociologia (Cortina, 2005), il soggetto è l’essere umano unico e originale, inserito in contesto e in un tempo definito, che mira a costruire relazioni e a realizzarsi, ricerca identità, riconoscimento e piacere, incontra a la complessità dell’esistenza, la sofferenza interiore e i conflitti che lo circondano, ed è capace di assumere responsabilità per sé e per gli altri (p. 273). Gli autori ne precisano le caratteristiche cogliendo nella pluralità di sostantivi le caratteristiche proprie del soggetto: l’individualità ne coglie la singolarità, la personalità mette in luce la capacità di assumere ruoli opportuni in relazione alla varietà di situazioni.
Il soggetto è capace di azioni competenti in rapporto alle esigenze e ai compiti affidati, di attenzione per i rapporti sociali e di esprimere posizioni autorevoli volte a comprendere la complessità, di comporre le divisioni e di estendere le opportunità prefigurando cambiamenti, mobilitando energie creative, dando vita a progetti trasformativi (p. 274-275).
Il soggetto è in grado di leggere la realtà, di esprimere le proprie istanze e le proprie intenzioni, di ricercare riconoscimento e di riconoscere gli altri, di esprimere tensioni desideranti, di impegnarsi per il cambiamento, di investire in attività impegnative, di coinvolgere e di costruire senso attraverso la collaborazione (p. 276-277).
Ma il soggetto deve fare i conti con le proprie fragilità e le dimensioni di opacità del reale, ed affrontare la difficoltà nell’esprimere orientamenti individuali, di gruppo, sociali, nell’affermare valori, nell’impegnarsi “in scambi e attività per trasformare la realtà, in interazioni e cooperazioni che non escludono il conflitto ma strutturano delle unità sociali più o meno ampie, più o meno organizzate e stabili (gruppi, organizzazioni, istituzioni, società)”.
Il soggetto è in grado di alimentare legami di solidarietà, di sviluppare cooperazioni e di strutturare con altri unità sociali, di pensare e di promuovere un “noi” che lo ricomprende e gli consente di esprimere la propria soggettività (p. 279-280).

Riferimenti

  • Ardoino J., Barus-Michel J., “Soggetto”, in Barus-Michel J., Enriquez E., Lévy A. (a cura di), Dizionario di psicosociologia, Cortina, Milano, 2005, (2002), pp. 273-280.
  • Falla W., Sirota A., “Être et faire avec les autres”, in Nouvelle Revue de Psychosociologie, 14/2012, pp. 173-189.
  • Dieckmann B., “Esperienza”, in Wulf C. (a cura di), Cosmo , corpo, cultura. Enciclopedia antropologica, Bruno Mondadori, 2002, pp. 757-763.
  • Sèvigny R.. ,“Esperienza”, in Barus-Michel J., Enriquez E., Lévy A. (a cura di), Dizionario di psicosociologia, Cortina, Milano, 2005, (2002), pp. 119-114.
  • Lansdale J. R., Il mambo degli orsi, Einaudi 2004 (1995), pp. 52-57.

 

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