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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

“E io che avevo sperato in un giro guidato”. Passaggi di consegne negli avvicendamenti apicali…

Iosua, gennaio 2012

Un passaggio di consegne in cui prevalgono le discontinuità?

Negli avvicendamenti ai vertici, nelle posizioni intermedie o nelle collocazioni operative [si scuserà lo schematismo con il quale affetto le organizzazioni] una fra le molte questioni delicate riguarda il ‘materiale farsi’ del passaggio di consegne.
Viene subito in mente che si tratta di un momento che riverbera sull’operatività, sulle persone che ne sono coinvolte, sulla cultura organizzativa.
Le concrete modalità attraverso le quali si sviluppa il passaggio di consegne può determinare nell’organizzazione una fase più o meno lunga e dilagante di difficoltà a svolgere le diverse funzioni…
Non voglio implicare che sempre e comunque vada curata la continuità. Al contrario, può avere senso, in determinati contesti e momenti della vita organizzativa che sia avvertibile la discontinuità. Discontinuità che in ogni caso è un tratto reale e inespungibile degli avvicendamenti. Piuttosto vorrei mettere qui l’accento sulle modalità con le quali i soggetti in gioco, le direttive organizzative, le aspettative che inconsapevolmente l’organizzazione e le sue articolazioni esprimono, interagiscono nel determinare forme di trasmissione dei poteri più o meno efficaci.

Per mettere a fuoco la questione attingo alla letteratura popolare contemporanea. Mi servo di alcuni brani tratti dal secondo libro “Un altro tempo, un’altra vita” (2003) della trilogia di Leif G.W. Persson (il primo libro è “Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno” (2002), il terzo libro è “In caduta libera come in un sogno” (2007). I libri di Persson sono pubblicati in Italia da Marsilio).

Nel fare ciò devo dichiarare gli assunti conoscitivi da cui prendo le mosse:

  1. nella letteratura c’è un concentrato e contemporaneamente una varietà elevata di vita reale, e
  2. assumo che estrapolare porzioni di letteratura equivalga, in valore conoscitivo aggiunto, a prendere in esame scansioni di interviste. Per me le due fonti hanno pari valore suggestivo (ed esplicativo).

Una seconda premessa.
Su Leif G.W. Persson, rappresentante forse meno conosciuto della scuola giallistica scandinava, non mi dilungo. Segnalo al volo alcuni elementi peculiari dei tre volumi citati:

  • l’intreccio fra la crime-story e la spy-story,
  • un approccio tra l’amaro e il depresso,
  • il mix tra macropolitica e dimensioni socioesistenziali,
  • un doppio registro narrativo che salta continuamente tra l’azione dei personaggi e i loro pensieri sull’azione stessa.

I brani che riprendo riguardano il passaggio di consegne tra Erik Berg capo dei servizi segreti svedesi uscente e Lars Martin Johansson capo dei servizi segreti entrante [poco più avanti nelle pagine del romanzo, è altrettanto interessante seguire Johansson nella fase di costituzione del nuovo gruppo di lavoro, ma è un altro punto che qui non considero…].
Ecco dunque le citazioni, accompagnate da qualche considerazione per libera associazione.

Chi seleziona chi?

Autunno 1999.

Era stato il capo della sezione operativa dei Servizi di sicurezza svedesi a fare la domanda.
«Che cosa ne diresti, Lars?» chiese Berg.
Sono all’altezza?, pensò Johansson. Che cosa devo dire?
«Sì» disse Johansson.
E fu così che ebbe inzio.
[…]

[Leif G.W. Persson, Un altro tempo, un’altra vita, Marsilio, 2011, (2003), p. 217]

Da qui in poi, per un paio di pagine, Leif G.W. Persson introduce una rapida disamina della situazione nell’abbondante decennio che va dall’omicidio del primo ministro svedese Olof Palme (1986) al momento in cui si svolgono i fatti (1999).
In primo luogo si sofferma sulla reazione allo choc per questa ferita politica e civile non rimarginata che ha stravolto la Svezia, e sulla parziale riorganizzazione dei servizi segreti svedesi; considera poi la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda accennando agli effetti geopolitici; da ultimo tocca la questione dell’uscita di scena di una generazione di politici formatasi al tempo nel secondo dopoguerra e l’affacciarsi di una generazione di politici formatisi negli anni del sessantotto.
Il contesto conta.
Nel romanzo e nella realtà.
Gli imprevisti (?), le trasformazioni organizzative, le vicende di scenario, il ruolo di vecchi e nuovi attori diventano variabili da considerare nel processo di avvicendamento e nel lavoro richiesto al nuovo capo. Non solo il modo in cui il capo lascia, ma anche quello che lascia, e quello che non è rimuovibile, riodinabile, riconducibile a razionalità, sono fattori che influenzeranno la (libertà) di azione del nuovo capo che subentra. Insomma il passato non passa solo perché un capo, una generazione o una stagione viene lasciata alle spalle. Il passato passa, a modo suo. E agisce nel presente, condizionando la possibilità di azione nel futuro.
In molti modi.

[…]

Questa era stata una delle prime questioni che aveva affrontato durante la sua conversazione con Johansson, e naturalmente la reazione era stata quella che si era aspettato.
«Se tu vuoi che faccia le pulizie dietro di te, ti stai rivolgendo alla persona sbagliata.»
«No, dio ce ne scampi» rispose Berg alzando la mano. «Avevo pensato di occuparmene personalmente. Quando inizierai, voglio che trovi la tua scrivania pulita.» Dopo che avrò riordinato il casino fatto da altri, perché in questo mondo non c’è giustizia, pensò.
«Il tuo è un pensiero gentile» disse Johansson. «Inizieremo tutti il nuovo millennio con una scrivania pulita.»
«Il punto è proprio questo» chiarì Berg, che intuiva ancora una certa esitazione da parte di Johansson.
«Per questo ti sei rivolto a un rappresentante della generazione dei sessantottini» disse Johansson con un sorriso incerto.
«Be’» disse Berg serio. «Sono sicuro che tu capisci quello che voglio dire.»
«Che cosa ne pensano quelli che comandano?» chiese Johansson senza nascondere la propria curiosità.
«Il gabinetto ha trovato la mia proposta estremamente positiva» rispose Berg. «Ho parlato con il sottosegretario responsabile… credo che tu lo abbia incontrato ai tempi dell’assassinio di Palme… e come sai, la nomina spetta al governo, e siamo in pieno accordo.»
«Mi fa piacere saperlo» disse Johansson, che ora sembrava divertito. I tempi cambiano, pensò. «Che cosa ne dice il direttore generale?» chiese Johansson, dato che, dopo tutto, era lui il capo dei Servizi di sicurezza.
«Il direttore generale?» disse Berg che aveva difficoltà a nascondere la sua sorpresa. «Non ci sono mai stati problemi.» Indipendentemente da come uno vuole definirli, pensò Berg che era sopravvissuto indenne a cinque direttori generali, anche se non poteva dirlo. Ma sicuramente Johansson sarebbe stato in grado di arrivarci da solo in poco tempo.
«In qualità di responsabile operativo, sarai tu a portare avanti il lavoro, e al governo hanno tutti una grande fiducia in te» concluse Berg annuendo con un’espressione seria.
E non posso dire di essere anche un po’ lusingato, pensò Johansson.
[…]

[Leif G.W. Persson, Un altro tempo, un’altra vita, Marsilio, 2011, (2003), p. 219-220]

Da notare che apparentemente sembra essere l’avvicendato uscente a scegliere l’avvicendante entrante. In effetti può accadere che una delle ultime [supreme?] prove per un capo sia quella di dover individuare il suo successore. Questa selezione diretta ha un qualche significato?

  • Riconoscimento effettivo di una sproporzionata asimmetria conoscitiva degli elementi in gioco? L’ultimo riconoscimento simbolico al capo uscente?
  • Una inconsapevole difesa che l’organizzazione mette in atto:
    • se la scelta sarà azzeccata verrà confermata la capacità dell’organizzazione di avere scelto un ottimo capo che ancora una volta si è rivelato tale proprio nel momento in cui è stato chiamato alla prova suprema: andarsene;
    • se invece sarà una scelta sbagliata l’organizzazione avrà potuto raccogliere elementi per procedere ad una scelta migliore avendo potuto beneficiare di una seconda chance, avendo lasciato il primo tentativo al capo uscente che non potrà essere chiamato a rispondere dell’errore…

Solo ipotesi…
Niente più che ipotesi.

Accordi per rendere possibile il passaggio di potere…

Un altro punto che si può evincere dal brano è la richiesta di trovare una situazione agibile e di non doversi trovare ad affrontare questioni lasciate in sospeso (meglio sistemarle o almeno saperlo prima di subentrare che ci sono nodi da sciogliere, per non trovarsi in forte difficoltà, a rischio di soccombere, in una fase di debolezza dovuta alla complessità della fase di assunzione del nuovo ruolo).

Che accordo c’è sul passaggio di consegne?
Questo è un punto che interessa colui che subentra: cosa troverò? Quali problemi irrisolti dovrò fronteggiare? Che accordo c’è sulla mia candidatura e sul mio ingresso? Che vincoli di azione e che margini avrò?
Tra l’altro, in un passaggio che non riporto, Johansson, il successore si preoccupa di chiarire a sé, al suo interlocutore (e per suo tramite ai decisori politici che lo dovranno formalmente insediare) qual è la prospettiva secondo la quale interpreterebbe il suo mandato. Nello specifico Johansson asserisce di essere un tecnico (un poliziotto) e non un politico [vedremo verso la fine del romanzo che, sì, forse la dimensione tecnica prevale, ma la dimensione politica non può essere espunta].

Naturalmente per quanto franco possa essere un passaggio di consegne – e l’accordo su come realizzarlo- , inevitabilmente rimozioni,  silenzi, sviamenti sono da mettere in conto. Forse chi esce, nel nostro caso, sembra esserne maggiormente consapevole.

[…]
Poi erano passati a parlare dei dettagli pratici. Promozione? Stipendio? Naturalmente più alto, sia per la promozione, sia per le circostanze, dato che quelli che lavoravano per un’attività segreta avevano sempre guadagnato più di quelli che appartenevano al normale corpo di polizia.
Possibilità di scegliere i propri collaboratori? Certamente. Che poteva indicare per nome. Certamente. Chi altri avrebbe dovuto farlo? Bastava che Johansson aprisse bocca, dopotutto il capo sarebbe stato lui. Non c’era niente di più semplice.
Ma nonostante tutto, rimaneva un piccolo dettaglio delicato.
«Per quanto ancora avevi pensato di restare?» chiese Johansson. Sembri stanco. E sei anche molto dimagrito, pensò.
«Se vuoi, posso andarmene domani stesso» disse Berg con un vago sorriso. O piuttosto oggi stesso, pensò, ma naturalmente non lo aveva detto.
«E io che avevo sperato in un giro guidato…» disse Johansson ricambiando il sorriso.
«Te lo concedo volentieri» disse Berg. «In verità, speravo proprio che me lo chiedessi.» D’altronde, due o tre settimane in più o in meno dopo tutti questi anni non hanno alcuna importanza, pensò.
Johansson annuì. Sembra proprio sfinito, pensò.

«Bene» disse Berg quasi solennemente. «Che cosa dici? Ti andrebbe?»
«Sì» disse Johansson.

E fu così che tutto ebbe inizio.

[Leif G.W. Persson, Un altro tempo, un’altra vita, Marsilio, 2011, (2003), p. 221-222.]

Il passaggio è fatto di selezione, di persuasione, di accordi, di chiarimenti, di ricerca di consenso, di vincoli, di lusinghe (inganni e autoinganni)… un negoziato, una valutazione, e anche un breve tempo di convivenza (in questo caso).

Ognuno ha la sua storia…

Nell’apparente cortesia dell’assicurarsi (e del concedere) un giro guidato, si annidano le dimensioni emotive.
Almeno quelle più segrete.
Un capo che fatica a lasciare, ma che lascerebbe anche subito. [Il perché lo scopriremo più avanti].
Un subentrante che sa di dover chiedere un accompagnamento per ambientarsi, ma che gradirebbe anche saltare a piè pari questa (breve) convivenza [la fiducia c’è e non c’è, Lars Martin Johansson preferirebbe campo libero subito, chissà perchè…].
Libero il campo anche subito!
È fatta, quando liberi davvero il campo?
Questa la sintesi.

Ma forse il misunderstanding in cui ci fa inciampare Leif G.W. Persson è proprio l’idea di un nuovo inizio.
Di un inizio da cui cominciare.
Un inganno retorico.
Siamo infatti nel mezzo di un giallo-spionistico.
Forse nella chiusa della conversazione, nell’idea che si sia determinato un inizio c’è un inganno e una verità. Nel passaggio di consegne viene definito un inizio, quello della nuova responsabilità di Johansson ai vertici operativi dei servizi segreti. Ma le vicende che dovrà affrontare non iniziano lì. L’inizio di un ruolo apicale non determina un inizio degli avvenimenti. Significa piuttosto un innesto, un inserimento in vicende intricate, che non si lasciano ricondurre a ordine, che piuttosto, verranno riattivate nella loro dilagante complessità dalle attività di subentro e di presa di possesso delle responsabilità operative.
Allora è vero, la vicenda ha inizio proprio perché il passaggio di consegne immette una discontinuità in un complesso aggrovigliarsi di vicende, che un nuovo capo vuole provare a comprendere.

Si vedrà poi, leggendo il romanzo, come Berg, il capo dei servizi segreti che si è ritirato a vita privata, non ha lasciato tutto del tutto in ordine. O meglio facendo ordine, ha istituito una determinata configurazione delle cose che attiverà la curiosità e la responsabilità di Johansson… E la disponibilità di Berg sarà preziosa nel ricostruire informazioni mancanti e un quadro degli avvenimenti intelligibile. Si può uscire di scena, anche molto rapidamente, ma quello che si fa prima di lasciare e quello che si farà dopo non è irrilevante. Prima nel determinare le condizioni di operatività, sgombrando il campo, facendo ordine senza fare terra bruciata, poi non ritraendosi se richiesti di dare un supporto, seppure parziale, distante e circoscritto.

Un passaggio di testimone in una organizzazione pubblica…

Ho provato, appoggiandomi ad un passo di un romanzo crime-spy per considerare come si parlano direttamente avvicendato e avvicendante, come sullo sfondo siano presenti e agiscano gli avvicendatari, stakeholder influenti, e come la cultura organizzativa si renda visibile (in questo caso quella insicura e inquisitiva dei tutori dell’ordine).
Lo spaccato letterario ci presenta un passaggio di consegne parzialmente discrezionale in una organizzazione pubblica, con funzioni tecniche, a (parziale) controllo politico…
Forse solo una finzione.
Forse una provocazione.

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