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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Identità: radici o fiumi?

Come pensiamo l’identità?

Questo contributo riformula una riflessione sull’identità organizzativa, sviluppata nell’ambito di una ricerca alla quale ho partecipato. La ricerca (curata da Andrea Bernardoni, pubblicata nel 2008 da Maggioli con il titolo Imprese cooperative sociali: identità, responsabilità, accountability) mirava a cogliere identità e responsabilità distintive della cooperazione sociale.
Il tentativo di rintracciare l’identità propria di diverse cooperative sociali (coinvolte immaginando che potessero essere rappresentative un mondo più vasto) presupponeva la  possibilità di rintracciare qualcosa di comune, di permanente e fondativo. Un nucleo di energia pulsante, capace di resistere nel corso dei quasi quaranta anni di storia della cooperazione sociale (le prime cooperative sociali furono costituite intorno alla metà degli anni ’70, e la legge che ne ha consolidato l’impianto – la legge 381/1991 – ha compiuto or ora vent’anni).
Tuttavia vi è una questione che anticipa le domande sull’identità: chi sono le cooperative sociali e quali sono i loro tratti specifici? quali caratteristiche ci consentono di identificarle? nel tempo, quali segni particolari, quali elementi di continuità individuabili? E la domanda preliminare riguarda il costrutto stesso di identità, il cui statuto interpretativo e pratico dipende dal significato che attribuiamo al concetto. I modi con i quali pensiamo all’identità condizionano le argomentazioni che possiamo sviluppare e le azioni concrete che possiamo intraprendere per consolidarla, farla evolvere, alimentarla.
Di seguito ho provato a tratteggiare due rappresentazioni…

Identità: essere e divenire

L’identità è un termine impiegato con svariate accezioni. L’impressione è che l’idea di cogliere un’entità dotata di esistenza propria  – soggiacente alle esperienze che vanno stratificandosi nella storia di un individuo o di un’organizzazione – sia in parte superata. L’idea di afferrare un’essenza costitutiva densa di significati, generativa, recuperabile sembra essere stata abbandonata a favore di un costrutto conoscitivo.
Quando si pensa all’identità, i primi attributi impiegati provengono dal campo semantico della permanenza e dell’unità, ma immediatamente queste qualità vengono  problematizzate perché enfatizzano caratteristiche di staticità e uniformità non riscontrabili nell’esperienza viva dei soggetti.
La realtà è plurale e cangiante: non solo la realtà esterna, ma anche la realtà interna dei soggetti. Riconsiderata allora nella sua dinamica, l’identità viene descritta utilizzando le categorie del movimento e della molteplicità, esprimendo in questo modo una sorta di oscillazione tra caratteristiche di stabilità e di dinamismo.

Salde e profonde radici (identità stabile)

L’identità viene spesso introdotta per evocare stabilità. L’identità si presenta come una nozione utile ad esprimere quell’insieme di elementi che rimanendo identici nel tempo, permettendo ai soggetti di rintracciare le loro caratteristiche peculiari (di ritrovarsi), indicando ciò che nel fluire del tempo e nel trasformasi dei contesti non muta. La possibilità di individuare aspetti permanenti consente ai soggetti, alle organizzazioni, alle comunità di riconoscersi e di essere riconoscibili. Se per un verso si tratta di elementi definitori e costitutivi, nominati come originari, tali dimensioni permanenti sono però anche il frutto di capacità intenzionali di preservare elementi, pecularità, tratti distintivi che conferiscono continuità.
In alcune circostanze l’identità viene indicata come nucleo di resistenza al cambiamento, contrapposto ai mutamenti, capace di sfuggire a condizionamenti e pressioni: una dimensione fondativa, profonda, (in più di una occasione, e in contesti diversi, è stata usata l’espressione “anima aziendale”), un insieme di contenuti di valore che si contrappone allo stato del contesto in cui, a fatica, sembra possibile orientarsi data la varietà delle possibilità, e in cui la propria collocazione e il proprio ruolo sono continuamente posti in questione.
In questa prospettiva, i discorsi sull’identità sembrano segnalare desideri profondi di ancoraggio, e palesare esigenze di orientamento, di riferimenti interni coerenti e saldi, che consentano di affrontare la complessità del reale. L’identità viene così identificata sotto il segno della compattezza, unità, integrità: un corredo di riferimenti certi e immutabili.

Bettini (2001) sviluppa una serie di considerazioni proprio sull’esigenza di afferrare un nucleo saldo. Nel criticare l’approccio difensivo che la società italiana manifesta nei confronti di persone di altre culture, illustra come sia più facile pensare all’identità come unica e compatta se la si immagina come qualcosa che deriva dalla tradizione, evocabile utilizzando la metafora delle “radici” o altre metafore unificanti e stabilizzanti (anima, fondamenta, roccia).  Il meccanismo adottato è quello di rivolgersi alla tradizione per marcare (o costruire) differenze identificanti. Luoghi simbolici, feste tradizionali, tenzoni, palii e disfide, pratiche religiose pubbliche, reintroduzione del dialetto e dei cibi tipici, insomma la gamma delle “riscoperte” sono gli ingredienti che fissano il passato, riattualizzandolo e rendendolo unico e permanente, luogo in grado di produrre individui e gruppi dall’identità composta e circoscritta. Tuttavia proprio la critica al concetto di tradizionismo, alla fragilità degli elementi che dovrebbero assicurare tenuta e compattezza, consentono di evidenziare come la tradizione, fondativa di una identità certa e distinta, sia un costrutto difficilmente definibile, semmai duttile e malleabile, e forse anche debole, volto rassicurarci più che ad assicurarci sulla stabilità delle condizioni di esistenza.

Tutto scorre nell’identico fiume (identità mutevole)

La ricerca di “centri di gravità permanenti” induce a costatare i tratti dinamici della modernità. «La nostra è una società orizzontale, in cui i modelli e i prodotti culturali di altre comunità entrano sempre più frequentemente in parallelo con i nostri.» (Bettini, 2001, p. 8).
La modernità reca con sé l’esperienza del relativismo di valori e posizioni, l’incontro con molteplici identità in assenza di gerarchie dominanti, in presenza di competizione di valori, di svariati e alternativi modi di vivere, l’esperienza di complessità che investe i soggetti che si ritrovano con minori certezze esistenziali e conoscitive, in un mondo globale e plurale (Gagliardi e Latour, 2006).
Tali descrizioni pongono l’accento sull’elemento della molteplicità. L’identità – puzzle di svariati frammenti – rispecchierebbe differenti possibilità:

  • al prevalere di una prospettiva ricompositiva le parti possono trovare forme di coesistenza, rinsaldarsi, anche temporaneamente;
  • se prevale invece l’ingestibilità dei processi e degli esiti di frammentazione, l’aleatorietà delle differenziazioni, la sensazione di assistere a erosioni, a smottamenti inarrestabili, allora è il caos a prevalere e l’insanabile conflitto, l’impossibilità delle parti di coesistere.

Non solo gli individui, ma anche le organizzazioni sembrano rispecchiare queste derive: aggregati instabili, temporanei, con nuclei esigui, promotori di legami deboli, sempre in bilico tra rappresentazioni circoscritte e evoluzioni indefinite, percepite come sull’orlo dell’abisso e a fatica abitate come luoghi in cui è possibile costruire. L’identità viene essere dunque descritta come movimento di posizioni, di elementi, di contenuti; nel tempo, sotto il segno della possibilità o del disordine L’identità è movimento perché i soggetti, anche organizzativi, non permangono in una condizione di stasi ed immobilità, agiscono nel mondo e dalla pluralità degli stimoli ambientali vengono sollecitati e condizionati, ma l’identità è anche percepita come disordinata e dispersa. Possiamo pensare alle identità come a configurazioni che prendono momentanea forma. Secondo questa rappresentazione l’identità si presenta sotto il segno del molteplice e del movimento, identità non unica e non fissa, esposta ad alterazioni, instabilità, riconfigurazioni, relazioni: plasmabile nelle e dalle interazioni, ma anche segnata dalla fragilità e dalla confusione (Gaulejac, 2005).

La formazione dell’identità

  • Come coesistono le esperienze apparentemente contraddittorie di continuità e di trasformazione?
  • Qual è la dinamica attraverso la quale si forma e si manifesta l’identità?
  • Come coesistono l’impressione che l’identità rappresenti dimensioni durevoli con l’esperienza di un processo continuo di modifica?

Identità si co-produce grazie all’azione di dimensioni individuali, dimensioni gruppali e dimensioni sociali. Il soggetto è istituito e al contempo istituisce la realtà (Hess, 2005).
Nella costruzione delle identità individuali diversi i fattori che interagiscono: dimensioni relazioni, le esperienze, le attese, le tensioni progettuali incontrano sollecitazioni e opportunità di contesto, dilatazioni relazionali, dotazioni culturali, codici comunicativi, quadri interpretativi, configurazioni del mondo.

L’identità individuale non dipende dalle cornici costituite da identità collettive e culturali per un mero processo di rispecchiamento, ma per una complessa trama di interazioni e influenze reciproche. Se le organizzazioni – parafrasando Di Chiara (1999, p. 29) – strutturano la propria identità in una continua interazione con gli altri, allora la responsabilità è un modo per costruire l’identità, per avviare, sviluppare e preservare rapporti e legami sociali identitari. «Il processo di sviluppo dell’identità avviene all’interno di un sistema di delimitazioni. L’attore sociale può identificarsi quando arriva a distinguersi dall’ambiente. Attore e sistema si costituiscono reciprocamente e un soggetto non diventa cosciente di sé, se non nella relazione-delimitazione rispetto ad un ambiente esterno.» (Melucci, 2000, p. 121).

Questo processo co-evolutivo ad opera dei soggetti, delle dimensioni gruppali ed organizzative, e delle sfera sociale dell’identità va collegato alla processualità che consente all’identità di essere ad un tempo stabile e mobile. Remotti (1996) propone, per descrivere i processi di formazione dell’identità, un movimento triadico. A un primo livello l’identità poggerebbe su flusso profondo, trasformativo, una sorta di deriva subsidente. Ad un secondo livello elementi resi disponibili dal continuo cambiamento verrebbero raccolti, distinti e ordinati per poter essere collegati e costruire – a un terzo livello – configurazioni sufficientemente stabili da rendersi riconoscibili.

Bibliositografia

Bettini M., “Contro le radici. Tradizione, identità, memoria”, Il Mulino, 1/2001, pp. 5-16.

Gaulejac de V. “Identità”, in Barus-Michel J., Enriquez E., Levy A. (a cura di) Dizionario di psicosociologia, Cortina, Milano, 2005 (ed. or. 2002), pp. 164-170.

Hess, R.. “Istituzione”, in Barus-Michel J., Enriquez E., Levy A. (a cura di) Dizionario di psicosociologia, Cortina, Milano, 2005 (ed. or. 2002), pp. 179-187.

Gagliardi P. e Latour B., Les atmosphères del a politique. Dialogue pour un mond commun, Le Seuil, Paris, 2006, pp. 227-231.

Melucci A., “Identità”, in Melucci A. (a cura di), Parole chiave. Per un nuovo lessico delle scienze sociali, Carocci, Roma, 2000, pp. 119- 128.

Remotti F., Contro l’identità, Laterza, Roma-Bari, 1996.

 

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