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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Tre commitment e una grandissima fatica

Pesco qua e là nella letteratura psicosociale e ci aggiungo (abbastanza) del mio.
Lavorando con le persone nelle organizzazioni mi sembra di vedere tre punti di ‘attrazione’, tre ingaggi:

  1. Job commitment
    Le persone, a volte i gruppi, sembrano interessati principalmente al contenuto del lavoro. In primo piano vengono poste le attività, i compiti, gli aspetti intrinseci delle pratiche lavorative. Faccio il giardiniere: trovo interessante l’operatività sul campo. Faccio lo statistico: quello che conta sono i numeri, i rapporti, le formule. Faccio l’educatore: sono interessato alle attività che svolgo con le persone con disabilità con le quali lavoro, il resto non conta. Sono un disegnatore: nelle linee e nelle tavole c’è il senso del mio lavoro.
  2. Professional commitment
    Per orientarmi nel mio lavoro mi richiamo a un codice professionale: quello che mi interessa è agire da avvocato, da psicologo, da infermiere, da medico, da assistente sociale, da ingegnere. Se c’è qualcosa che resta fuori da quello che ritengo essere il perimetro professionale che mi pertiene, non chiamatemi in causa. Non è di mia competenza. La mia immagine professionale, i suoi attributi, quello che la pratica professionale impone: questo mi sta a cuore e lì metto il mio impegno.
  3. Organizational commitment
    Per altre persone, per i capi spesso, ma non solo, ciò che alla fine conta è l’esistenza e la traiettoria dell’organizzazione per la quale lavorano. Sì, certo, il lavoro sul campo è importante, ma… Ovvio, gli indirizzi professionali esistono, ma… Il senso del lavoro sta nel perseguire gli obiettivi organizzativi: non c’è pratica e non c’è codice che non siano mediabili, se l’organizzazione non lo richiede (non lo esige).

Va da sé che si tratta di agganci prevalenti, non esclusivi. Ma se operano in assenza di una qualche consapevolezza, e un ingaggio surclassa gli altri, e se non c’è modo di mettere in dialogo le diverse prospettive, di mediare le forze di attrazione, allora il modo di stare nelle situazioni di lavoro si rivela sbilanciato, alcuni interessi prevalgono su altri, le persone faticano a trovare accordi di lavoro funzionali, fra loro e con le persone che le coordinano.

La fatica più grande

Ma la fatica più grande è quando le persone esprimono un commitment assoluto verso se stesse, un ingaggio verso le proprie esigenze personali e interiori, con scarsissime possibilità di costruire accordi con le altre richieste presenti nello spazio relazionale. La fatica si fa sovrumana, quando il self-commitment si serve astutamente del ragionevole richiamo all’equilibrio dell’impegno verso il lavoro, la professione e l’organizzazione. La trappola allora scatta, imprigiona e provoca sofferenza diffusa.

Riferimenti

  • De Carlo N.A., Dal Corso L., Santisi G., “Contratto psicologico e coinvolgimento”, in Argentero P. Cortese C.G., Piccardo C., Psicologia delle risorse umane, Cortina, 2010, pp. 159-180.
  • Petrolli S. e Solari L., “Imprese sociali e contratto psicologico dei lavoratori”, in Impresa sociale, 2003, pp. 42-55.
  • Sangiorgi G. (a cura di), Contratti psicologici. Aspettative, vincoli e legami impliciti nelle relazioni, Franco Angeli, 2009.

PS

Ho scritto al maschile volutamente, per evitare di attribuire alcune professioni ad un genere ed altre ad un altro.


One comment on “Tre commitment e una grandissima fatica

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