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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

La fatica di prendere appunti per lavoro /6 – Mankell dimentica gli appunti

Appunti sul tovagliolo

Degli appunti si possono fare molti usi. Note prese come promemoria personali, per cavarci sintesi o verbali, come base per elaborare testi compiuti. Appunti presi con cura così da venire immediatamente condivisi nella forma nella quale vengono prodotti (ad esempio gli appunti di incontri presi servendosi di computer, tablet, smartphone). Appunti presi mentre si ragiona e si discute, come supporto per chiarire il proprio pensiero, e accade che degli appunti esplicativi qualcuno chieda poi di poterne fare una copia o di poterli fotografare con il cellulare. Appunti, schizzi, annotazioni, postille che sembrano senza importanza acquistano valore nel tempo. Appunti fatti di sigle, segni, disegni, rimandi. Appunti d’occasione, apparentemente privi di valore intrinseco, usati come supporto nel processo di sviluppo del pensiero, per sostenere l’espressione dei propri punti di vista o per aiutarsi nell’articolare un’argomentazione. Appunti di lavoro che contengono informazioni che non si vogliono rendere pubbliche, appunti di incontri e di riunioni che fissano, a volte per cenni, considerazioni che sarebbe meglio rimanessero riservate. Proprio di questi appunti – occasionali, esplicativi, riservati – proviamo a parlare in questo post.

Giuseppe Larsson: meglio evitare di lasciare gli appunti in giro…

Abbiamo già incontrato Giuseppe Larsson il poliziotto ufficialmente incaricato delle indagini e coprotagonista del romanzo di Henning Mankell, Il ritorno del maestro di danza. Dopo la scoperta di un secondo omicidio, che appare ancora più inspiegabile del primo, le indagini sono ad un punto morto. Stefan Lindman, per conto proprio ha scoperto informazioni essenziali, e dopo aver cenato, informa Giuseppe Larsson delle sue scoperte.

«Oltre a Stefan e a Giuseppe, c’era solo un altro cliente nel locale, un uomo seduto a un tavolo vicino al muro.»
p. 186

«Giuseppe chiese il conto e pagò. Poi prese una penna e scrisse: “Herbert Molin” sul retro del conto.
[…]
“Vedremo quello che troveremo in casa sua” – disse Giuseppe, scrivendo “Abraham Andersson”. “I tecnici della scientifica riposeranno qualche ora. Ma riprenderanno a lavorare presto e continueranno per tutta la notte.
Giuseppe tracciò una freccia che collegava i due nomi, Abraham Andersson e Herbert Molin. Poi disegnò una croce uncinata seguita da un punto interrogativo vicino al nome di Andersson.
“Naturalmente domani inizieremo interrogando a fondo Elsa Berggren” disse mentre scriveva il nome della donna, collegandolo con un’altra freccia agli altri due.
Poi appallottolò il conto e lo lasciò nel posacenere.
[…]
Uscirono dalla sala ristorante, L’uomo solo era ancora seduto al suo tavolo. Giuseppe e Stefan si salutarono nell’atrio e decisero di incontrarsi il mattino dopo alle sette e mezza.»
p. 188

Un disegno sul retro del conto, sul solo foglio a portata di mano. Per ragionare, per dare corpo ai pensieri, per sintetizzare in un disegno provvisorio ed essenziale i soggetti coinvolti, le relazioni, le ipotesi e i dubbi. Un appunto preso quasi sovrapensiero, per aiutarsi nell’esprimere i le possibili connessioni nell’intrico delle vicende. Un appunto irrilevante.

«Prima di uscire dall’albergo, Giuseppe si rivolse alla ragazza al bancone e le chiese se avesse trovato il suo conto della sera prima. Solo quando era andato a letto si era ricordato che gli serviva per farsi rimborsare le spese. Ma la ragazza rispose di non averlo visto.
“Non l’ho lasciato sul tavolo?” chiese Giuseppe.
“Lo hai accartocciato e lasciato nel posacenere” rispose Stefan.»
p. 189

Gli appunti, esaurita la loro funzione di rappresentazione momentanea dei pensieri, diventano irrilevanti. E il conto torna ad essere un conto. Naturalmente le sottolineature sono espedienti narrativi utilizzati da Mankell per marcare alcune importanti informazioni di fatto sfuggite di mano alla polizia, che si riveleranno esenziali nella dinamica della crime-story. Dallo schizzo sul retro del conto sappiamo chi sono i soggetti che gli investigatori collegano fra loro, quali sono le ipotesi investigative e quali sono le incertezze. Un varco, una falla nello sviluppo delle indagini perché l’avventore che assiste allo scambio di informazioni tra Giuseppe Larsson e Stefan Lindman è Aron Silberstein, l’assassino di Herbert Molin.

Siamo ora nel capitolo successivo, il sedicesimo. Mankell racconta le vicende dal punto di vista di Aron Silberstein.

«Con il buio era risalito in macchina e aveva proseguito verso Sveg. Lì era successo un fatto curioso: aveva cenato nel ristorante di un albergo e aveva notato due uomini, seduti a un altro tavolo, che stavano parlando di Herbert Molin e Abraham Andersson. Dapprima aveva pensato che fosse soltanto uno scherzo della sua immaginazione. Non capiva lo svedese, ma i due uomini continuavano a ripetere quei nomi. Dopo un po’ era andato al bancone e, dato che non c’era nessuno, era riuscito a vedere nel registro che in albergo c’erano due ispettori di polizia. Poi era tornato nella sala ristorante, dove nessuno sembrava interessarsi a lui. Aveva ascoltato con apprensione e aveva sentito altri nomi, fra cui una tale Elsa Bergén, o qualcosa del genere. Uno dei due poliziotti prendeva appunti sul retro del conto, ma prima di uscire con il collega aveva lasciato il foglietto spiegazzato nel posacenere. Non appena la cameriera era tornata in cucina, aron aveva afferrato il foglietto ed era uscito velocemente dall’albergo. Aveva guidato fino a un parcheggio appartato nelle vicinanze. Alla luce della torcia elettrica aveva poi cercato di leggere quello che era scritto sul retro del foglietto. La cosa più importante era il nome della donna, Elsa Berggren. I tre nomi – Herbert MOlin, Abraham Andersson ed Elsa Berggren – erano uniti fra loro da frecce che formavano un triangolo.
E vicino al nome di Andersson c’era una svastica, seguita da un grosso punto interrogativo.»
p. 207

Può accadere che alcuni nostri appunti vengano dimenticati? Sì certo. A volte sul tavolo, dopo una riunione, alla fine di un seminario, rimangono alcuni fogli con degli appunti. Sfogliandoli è come entrare nello spazio privato del/la collega che li ha redatti. Si rintracciano a colpo d’occhio le sottolineature, le interruzioni, gli aspetti colti e quelli mancanti, che avremmo fissato e sottolineato ma che non compaiono. Non poche informazioni per la verità. E ancora più colpiscono gli appunti dimenticati quando mostrano quando l’attenzione si è interrotta, dove le persone hanno abbandonato il gruppo. Gli appunti altri sono miniere di informazioni che non sempre è saggio condividere. In particolare se gli appunti portano con loro non solo annotazioni di quel che è accaduto o è stato detto, ma anche commenti e considerazioni personali su quello a cui si è assistito ed è stato annotato. A volte gli appunti vengono presi per prefigurare ipotesi, cambiamenti: “Lasciameli copiare”, “Sì ma non farli circolare, tienili riservati”. Gli appunti sono tracce effimere, ma proprio perché rivelano punti di vista relativamente poco mediati, perché vengono considerati scritture che danno corpo a pensieri intimi, assumono valore e finiscono per avere maggior peso rispetto a scrittura più ragionate e intenzionali, nonostante prevalga il magma del pensiero, il divenire, l’abbozzo, rispetto all’ordine della pagina stampata (Cardona, 1990, p. 334).

Aron Silberstein quasi si fa scoprire

Aron Silberstein è l’assassino di Herbert Molin. Ebreo, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, si costruisce una vita in Argentina. E dall’Argentina si reca in Svezia per vendicare la sua famiglia. Ma non ha ucciso Abraham Andersson e vuole provarlo.

«Cercò di vedere davanti a sé il volto che la donna aveva descritto. Sapeva di non avere mai visto quell’uomo. Eppure era come se lo riconoscesse. Si batté il palmo della manosulla fronte per cercare di ricordare. Aveva qualcosa a che fare con Giuseppe.

La cena in albergo. Avevano mangiato insieme. La cameriera era andata avanti e indietro dalla cucina al ristorante. Quella sera, nella sala c’era soltanto un’altra persona. Un uomo di una cert età seduto a un tavolo da solo. Stefan non aveva notato il suo viso. Ma c’era stato qualcos’altro. Dopo alcuni minuti, si era accordo che non aveva detto una sola parola, anche se aveva fatto cenno diverse volte alla cameriera di avvicinarsi. L’uomo era già seduto nella sala ristorante quando loro erano entrati. Ed era ancora lì quando se ne erano andati.

Stefan cercò di ricordare. Giuseppe aveva scritto e disegnato sul retro del conto e poi, prima che se ne andassero, lo aveva accartocciato lasciandolo nel posacenere.
Quello che cercava di ricordare aveva a che fare con quel pezzo di carta. Ma di cosa si trattava?»
p. 317

La memoria consegna alla carta informazioni preziose. Informazioni che possono avere attivato l’assassino. E senza quello informazioni che dai pensieri e dalle parole di Giuseppe sono state trasferite sul supporto cartaceo è impossibile ricostruire cosa ha visto l’assassino e immaginare come abbia agito e possa ancora agire. Appunti irrilevanti che sarebbero rilevanti se si potessero riconsiderare alla luce degli avvenimenti.

Stefan continuava a pensare al conto del ristorante che Giuseppe aveva lasciato nel posacenere senza però riuscire ad arrivare a una conclusione.
[…]
Giuseppe si sedette sulla sedia e appoggiò i piedi sulla scrivania.
“Ricordi quella sera quando abbiamo cenato insieme l ristorante dell’albergo?” chiese Stefan.
“Lo ricordo perfettamente.”
“C’era un altro uomo nella sala. Lo ricordi?”
“Vagamente. Era seduto vicino alla porta della cucina?”
“Sulla sinistra.”
[…]
“Probabilmente è così. Eppure… a un certo punto, quando abbiamo finito di cenare, tu hai iniziato a scrivere sul retro di un pezzo di carta.”
“Era il conto. Il giorno dopo l’ho chiesto alla cameriera, ma mi ha detto non averlo visto.”
“È proprio questo il punto. Dov’è finito?”
Giuseppe tolse i piedi dalla scrivania.
“Vuoi dire che quell’uomo ha preso il conto dopo che ce ne siamo andati?”
“Io non voglio dire niente. Stavo pensando ad alta voce. Ma lo domanda è: cosa avevi scritto?”
Giuseppe rifletté un attimo.
“Dei nomi, credo. Si ne sono sicuro. Stavamo parlando di Herbert Molin, Abraham Andersson e Elsa Berggren. Cercavo dei legami fra loro.”
Giuseppe si raddrizzò di scatto.
“Ho scritto quei tre nomi e li ho collegati con delle frecce. Ne è venuto fuori un triangolo. Inoltre credo di avere disegnato una svastica vicino al nome di Abraham Andersson”.
“Nient’altro?”
“Non che ricordi.”
“Naturalmente posso sbagliarmi” disse Stefan. “Ma quando hai accartocciato il conto ho avuto l’impressione di vedere un grande punto interrogativo vicino alla svastica.”
“Può essere.”
Giuseppe si alzò e si appoggiò al muro.»
p. 319-320

Ma nonostante l’informazioni ottenuta dall’appunto sottratto, Aron Silberstein non riusciva a chiarire la morte di Abraham Andersson. Quello che Mankell ha costruito è una indagine parallela che viene condotta contemporaneamente dalla polizia e dall’omicida di Herbert Molin.

«Non riuscì a trovare una risposta alle sue domandee ricominciò dall’inizio. Elsa Berggren aveva detto di non saperechi avesse ucciso Abraham Andersson. Ma Aron era sicuro che non aveva detto la verità. Quando era venuta a sapere che Herbert Molin era morto, era uscita di notte, aveva guidato fino alla casa di Abraham Andersson e lo aveva ucciso. Una vendetta? Credeva che Abraham Andersson avesse ucciso Molin? Qual era il legame fra quelle tre persone? Un legame che doveva esistere anche secondo i poliziotti. Aveva ancora il conto stropicciato con i tre nomi sul retro.»
p. 328

«Rimasero in silenzio con lo sguardo fisso nella nebbia.
“Si sta nascondendo” disse Giuseppe. “Devo ammettere che il nostro uomo di Buenos Aires è un tipo in gamba.”
Stefan si girò e lo fisso sorpreso.
“Come fai a sapere che viene da Buenos Aires?”
Giuseppe prese un pezzo di carta dalla tasca. Un ritaglio di giornale strappato dal quotidiano Afonbladet. A margine c’erano sei cifre cancellate con un paio di tratti di penna ma ancora leggibili.
“005411” disse Giuseppe. “0054 è il prefisso internazionale dell’Argentina, 11 è quello di Buenos Aires. Il giornale è datato 12 giugno, quando Fronstengren era qui. Ha l’abitudine di conservare i giornali per accendere il fuoco nel camino. Ma queste cifre sono state scritte da qualcun altro. Da Fernando Hereira.”»
p. 343

Tutto può essere traccia. Anche un numero di telefono. Anche i post-it gettati nel cestino o le note a margine in un libro (o le stesse sottolineature, appunti di scelte che aprono a possibili percorsi di comprensione).

Perché facciamo affidamento sugli appunti?

Quali elementi rendono gli appunti scritture scritture da considerarsi affidabili ed esplicative?

  • Gli appunti sono frammenti esplicativi
    «[…] gran parte delle regole che applichiamo nella confezione di un testo scritto e che crediamo di avere definitivamente interiorizzato svaniscono lasciando il posto ad anacoluti, accordi a senso, riprese pronominali, e ripetizioni che pure – contrariamente ad ogni nostro canone di efficacia scritta – non danneggiano la comprensione». (Cardona, 1990, p. 334). Gli appunti possono manifestare lo sforzo di trascrivere quello che l’estensore ascolta, ma anche questo tentativo di afferrare il parlato da parte di chi fissa gli appunti reca un lavoro di selezione, e si avverte che alcune parti di quanto viene detto vengono trascurate. Spesso gli appunti vengono costruiti servendosi di parole guida, di frammenti che nella lettura ricompositiva acquistano senso, come se venissero colte le parole chiave, portatrici di significati. Gli appunti sono un modo per sostenere lo sforzo di esprimere quello che si pensa, per dare forma al flusso dei pensieri confusi (è quello che accade a Giuseppe), per questo vengono percepiti come portatori di qualcosa di profondo, dei pensieri più reconditi, quasi dessero forma ad un dialogo con se stessi. E questi appunti “veritieri” hanno qualcosa che li rende riconoscibili… (inoltre ci dicono che noi ormai abbiamo interiorizzato la possibilità di pensare appoggiandoci alla scrittura, o meglio che nella confusione dei pensieri, scrivere è pensare).
  • Gli appunti emergono dal discorso interiore
    Gli appunti sono scritture riservate a sé. Non nascono per divenire pubbliche né per persuadere. Sono (o vengono percepiti) come la diretta rappresentazione dei pensieri, come una scrittura che attinge da una zona elaborativa profonda, alle riflessioni originarie che hanno come destinatario il parlante/scrivente stesso. Dal punto di vista comunicativo gli appunti d’occasione sono veritieri e ritenuti affidabili nel rendere accessibile l’interiorità del soggetto che scrive proprio perché sono scritture riflessive e personali. L’estestica stessa del testo, la (calli)grafia usata ne denuncia (insieme al supporto) la funzione. Scrivo su un diario, scrivo sulla tovaglietta del ristorante (e la conservo), scrivo a margine degli appunti presi con la penna nel corso di una riunione e scrivo con la matita o con una penna di un altro colore…
  • Gli appunti costruiscono nessi con la loro stessa forma
    Gli appunti non sono scritti necessariamente con ordine, possono essere scritture sovrapposte, o scritture-disegno, forme parzialmente cifrate, o che mescolano dimensioni pittografiche a dimensioni alfabetiche. Si tratta di scritture non lineari e ordinate in senso pieno (almeno non per tutti), quasi delle scritture gergali personali. Ed è proprio questa personalizzazione a farne fonti affidabili: non stiamo leggendo qualcosa di mediato per essere reso di dominio pubblico. Stiamo leggendo qualcosa di privato, che normalmente non verrebbe condiviso, ma semmai, esaurita la funzione di supporto, distrutto. Questa occasionalità, questa fragilità fatta di connessioni, rimandi, annotazioni è una forma testuale propria. E si potrebbero distinguere qui gli appunti come notazioni che favoriscono il pensiero dagli appunti come registrazione di quanto di ascolta: le due forme scrittorie, a volte compresenti nella stessa pagina (sullo stesso supporto scrittorio) ci dicono di due forme diverse di appunti, di una occasionalità specifica (blocco, retro di una ricevuta, post-it, bordo di un libro o di un giornale, muro, piano del tavolo, mani, ecc.).
  • Gli appunti sono un primo – immediato – tentativo di comprensione chiarificatrice
    Gli appunti possono essere (e mostrare) lo sforzo che il soggetto (o i soggetti pensanti) stanno facendo. Può capitare che più persone scrivano sullo stesso foglio, e che, nel corso di una formazione qualche partecipante si alzi e scriva direttamente sulla lavagna a fogli mobili. Negli appunti vi è una comprensenza confusa di contenuti, ma dotata di senso per chi l’ha prodotta: tutto può essere compresente e possono essere presenti idioletti (Cardona, 1988) forme di linguaggio proprie, abbreviazioni, convenzioni che hanno senso solo per chi scrive e che vanno spiegate, ma questa apparente incomprensibilità è il segno di un lavoro di chiarificazione per chi ha preso gli appunti. Negli appunti si rintracciano dimensioni parlate endofasiche, che necessitano di essere fissate, così come vengono raccolte, pensate, nella loro autenticità, solo dopo saranno oggetto di riordinamento. E il dar forma allo scorrere e all’accavallarsi dei pensieri è ciò che rende gli appunti uno “monitor” di supporto.

Che fine fanno gli appunti?

Buttarli via quando hanno esaurito la loro funzione servile? Distruggerli? Conservarli? Stefan e Giuseppe buttano gli appunti che finiscono per venire trovati dall’assassino, che in questo modo riesce a fuggire. Gli appunti a volte sono la somma di tante idee, tracce di pensieri in divenire. Se non si fa pulizia, se non si distingue quello che serve nell’immeditato, da quello ancora potrà servire e da quello che non serve (e non servirà più) allora la confusione cresce e gli appunti alimentano il caos, più che contenerlo.  Accade che – una volta utilizzati per rimettere in ordine le idee – gli appunti vengono eliminati, mentre altre volte conservati, anche se hanno – almeno all’apparenza – esaurito la loro funzione. A me accade  con gli appunti presi in consulenza: da un lato li considero tracce interrogabili più e più volte e quindi sono portato a conservarli, anche se poi, di solito, una volta utilizzati per costruire le sintesi necessarie ad avanzare, perdono la loro rilevanza. Gli appunti sono tracce scrittorie personali: occasionali, esplicative, riservate.

«Qualcuno bussò alla porta socchiusa. Un ragazzo entrò con un cartone della pizzeria. Giuseppe pagò il conto e se lo mise in tasca. Il ragazzo se ne andò.
“Questa volta non lo lascio nel posacenere. Credi ancora che l’uomo seduto nel ristorante dell’albergo fosse Herreira? E che sia stato lui a prendere il conto?”
“Forse.”»
p. 412

Riferimenti

Cardona G. R. (1986), Storia universale della scrittura, Mondadori.
Cardona G. R. (1990), “Testo interiore, testo orale, testo scritto”, in I linguaggi del sapere, Laterza, pp. 333-343.
Cardona G. R. (1988), Dizionario di linguistica, Armando.

PS

La fotografia che apre il post è prova che a volte gli appunti hanno altrettanto valore degli scritti ufficiali. La considerazione è desumibile da un episodio di cui è stato protagonista un grande statista italiano che nel corso di una cena prese sul tovagliolo un appunto che conteneva la sua sintetica analisi della situazione politica. Ci fu in quei giorni la corsa a fotografare l’appunto e a farne l’esegesi. L’episodio prova – per eccesso – che non è saggio dimenticare gli appunti personali: la curiosità che attivano è enorme, al punto da potersene servire scientemente per suscitare attenzione.

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