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Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Chiara Pelloni, ospite della settimana 45/2013 (alla ricerca del metodo)

DSC04082Fare ricerca: testa o gambe?

Era marzo e le lezioni universitarie del secondo semestre  stavano per cominciare. Noi studenti ce ne stavamo seduti in attesa del professore. Ad un certo punto eccolo apparire; non aveva esattamente l’aria di un accademico e sembrava avere addosso una certa smania di dire cose, di fare, di organizzare, di cui di lì a poco avremmo compreso il motivo. Non si trattava di un corso come gli altri: la proposta era scomoda ma allettante; avremmo dovuto realizzare una ricerca sul campo di tipo esplorativo all’interno di un’organizzazione di Milano, con l’obiettivo di conoscerla, identificandone i punti di forza, di debolezza e le specificità, per poi individuare gli aspetti problematici affrontabili e prefigurare possibili interventi.

Il professore prese quindi il gesso e cominciò a chiederci quali organizzazioni conoscevamo a Milano e dintorni; allora io, un po’ scherzando, dissi che avevo un parente in un convento milanese, e, con mia grande sorpresa, mi ritrovai ad essere la “portatrice di caso” di un gruppo di otto studenti, con l’ardua missione di avvicinare e rendere oggetto di osservazione, magari anche partecipata, un convento di frati!

All’inizio della ricerca mi sono ritrovata in un turbine di esperienze, cose da fare, incontri da organizzare, persone da contattare. “Chi non ha testa ha gambe!” ripeteva sempre mia nonna, allibita di fronte alla mia smemoratezza cronica, ma forse si potrebbe anche dire che “chi ha gambe tende a dimenticarsi la testa!”.

Stavo correndo una corsa folle e frettolosa che non trovava nessun momento di riposo e refrigerio, fino a perdere di lucidità e direzione. Una corsa che non contemplava pause per godersi il paesaggio o per consultare la cartina.

A un certo punto ho cominciato a tenere un diario

Scrivere mi obbligava ad appendere momentaneamente le scarpe al chiodo, mi costringeva a fermarmi, a pensare, cioè a creare uno spazio rispetto all’incessante corso degli eventi, una diga che facesse temporaneamente ristagnare le acque in corsa, una distanza da riempire con la consapevolezza. In questo modo riuscivo pian piano a portare a valore quella pila di informazioni, impressioni e accadimenti che già avevo raccolto, che già mi appartenevano ancor prima di considerare la ricerca come ufficialmente avviata. Pensare scrivendo (o scrivere pensando) mi permetteva di scovare quegli umili ma fondamentali dettagli che lì per lì non avevo considerato, che non avevo fatti oggetto di pensiero o ritenuti importanti.

“Non è facile per me scrivere ora queste pagine, sia perché la memoria è traditrice, sia perché fatico ormai a districarmi tra il ruolo di ricercatrice e osservatrice distaccata e l’inevitabile coinvolgimento che nasce dall’iniziare a far parte di una comunità. Mi sono infatti trovata a vivere esperienze per volontà e desiderio personali che mi sono poi accorta sarebbero state preziosissime occasioni per aguzzare la vista e indossare l’armamentario del ricercatore. Ma se così facendo avessi rovinato tutto? Se avessi impedito a me stessa di coinvolgermi autenticamente e profondamente stando fuori a guardare? Se con la distanza del pensiero avessi impedito all’emozione di risuonare? È difficile trovare il giusto mezzo, il baricentro, la distanza corretta che ti salva dall’estraneità da un lato e dall’inconsapevolezza dall’altro.
Un’altra difficoltà che sto incontrando è l’urto con la realtà. Di fronte alla disillusione delle aspettative e alle resistenze del reale che non si conforma al nostro desiderio, ho cercato in tutti i modi di vedere solo ciò che confermava il mio ideale, di plasmare ciò che è in ciò che secondo me dovrebbe essere, di trovare una ragione plausibile per ciò che stava accadendo, di modificare l’altrui idea perché si confacesse alla mia.”

Così cominciava il mio diario e credo che da queste poche righe si possano trarre alcuni temi importanti.

Il ricercatore non è servo passivo della ricerca

Scrolliamoci di dosso i miti dell’oggettività e dell’invisibilità del ricercatore. Qualunque piccola cosa che facciamo o diciamo ha un effetto e retroagisce su di noi circolarmente.

Una ricerca ha senso e valore se prende avvio da ciò che interessa chi fa ricerca, da ciò che per lui o lei è significativo, da ciò che lo attira o lo disturba, da ciò che di rilevante accade nel proprio ambiente di vita e che poi dovrà argomentare e giustificare al “pubblico”. Oggetti significativi per chi li indaga, domande significative per chi le pone: spesso siamo portati a pensare che chi è implicato personalmente o coinvolto in certe realtà o vicende, non possa fare ricerca “neutra e oggettiva” su di esse. In realtà però un modo neutro di fare ricerca, di guardare ai fenomeni, non esiste, ed anche la ricerca più “oggettiva” nasconde sempre, dietro le quinte, un posizionamento. Non si può non considerare l’inscindibile relazione tra posizionamento,  valori personali e modo di fare ricerca, cui seguiranno poi i risultati. E’ quindi fondamentale riflettere su questo posizionamento, sul modo in cui si è implicati, ed esplicitarlo, raccontarlo, in modo da rendere l’intera ricerca più comprensibile al lettore e al ricercatore stesso.

La buona osservazione è quella capace di auto correggersi, il buon ricercatore è colui che mette a punto degli strumenti per “guardare mentre si guarda”, per osservarsi “a una spanna da terra”.

La profezia che si autoavvera

Quando osserviamo la realtà non lo facciamo mai in modo neutro e oggettivo, ma tendiamo a selezionare quelle variabili ambientali che confermino le nostre teorie, i nostri pregiudizi, in modo da costruire un mondo e un ambiente di vita piuttosto stabili e regolari.  In psicologia dell’educazione questo fenomeno è noto come “effetto Pigmalione”:  l’insegnante attribuisce delle caratteristiche all’allievo sulla base di informazioni parziali e presterà attenzione agli aspetti e ai comportamenti dell’allievo che siano vicini al pregiudizio iniziale. L’insegnante quindi confermerà  la sua prima impressione  e l’allievo effettivamente esibirà sempre più spesso quei comportamenti per i quali percepisce più attenzione. Questo modo di procedere, questa “circolarità” dell’osservazione spontanea, è per noi molto naturale e inconsapevole. Un buon campanello di allarme può quindi essere, anche nella ricerca, un troppo ampio consenso, una troppo rassicurante conferma delle nostre idee iniziali, un procedere troppo tranquillo e lineare.

La buona ricerca è quella che solleva disappunti, disconferme, sorprese: sia nei soggetti “ricercati”, sia nel ricercatore.

Riferimenti

  • Gergen K.J. (1973), “Social Psychology as History”, in Journal of Personality and Social Psychology, 26 (2), 309-320.
  • Mazzara B. (2002), Metodi qualitativi in psicologia sociale, Carrocci Editore, Roma.
  • Manghi  S. (2004), La conoscenza ecologica. Attualità di Gregory Bateson, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Barus-Michel J., Enriquez E., Lévy A. (2005) Dizionario di psicosociologia. Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Sclavi M. (2005), A una spanna da terra. Una giornata di scuola negli Stati Uniti e in Italia e i fondamenti di una metodologia umoristica, Bruno Mondadori, Milano.

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Chiara Pelloni
Sono iscritta al secondo anno della magistrale di Psicologia; mi interessa l’analisi dei processi sociali e dei modelli culturali della nostra attualità, attraverso la scoperta di un “altro” che ci mostri “altre vie possibili”, per poter osservare noi stessi riflessivamente, “a una spanna da terra”.

One comment on “Chiara Pelloni, ospite della settimana 45/2013 (alla ricerca del metodo)

  1. Anto
    31 October 2013

    Ospite simpatico..!!!

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