Mainograz

Pensieri, esplorazioni, ipotesi. Un confine incerto tra personale e professionale.

Domande? Considerazioni? #psunimib13

Domande e considerazioni

Ci sono domande?
[Silenzio]
Scusi prof., si è dimenticato lo spazio per le considerazioni.

Un passo indietro

Il corso di Psicosociologia dei gruppi (3 ore il giovedì e 3 ore il venerdì, fino a fine di maggio) è organizzato così:

  • si parte con alcune info di servizio per i necessari raccordi,
  • segue un intervento di inquadramento teorico: quest’anno metto alla prova la lettura-commento di alcuni brani (mentre le slides rimangono sullo sfondo, occasionali supporti),
  • si passa poi a lavorare in gruppo (undici i gruppi costituiti, al lavoro per sviluppare altrettante ricerche conoscitive in organizzazioni diverse).

Il lavoro di ricerca e studio prosegue poi online nei gruppi Facebook. È attivo anche un gruppo Facebook riservato a chi ha il compito di coordinare i gruppi di ricerca, al quale a mia volta partecipo. Email, twit, messaggi, sporadici sms si intrecciano nello spazio 2.0 che intervalla le lezioni.
Insomma un bel movimento di ricerca (non privo di tensioni).

Un passo avanti

Nella parte tradizionale (la lezione) le cose da dire (che vorrei dire) sono moltissime, ma siamo d’accordo che la formula frontale e trasmissiva non deve superare i tre quarti d’ora [forse mi ero impegnato per mezz’ora, qui su due piedi non ricordo esattamente].
Finisco e chiedo se ci sono domande.
La scorsa settimana, mentre le persone si riorganizzavano per lavorare in gruppo, uno studente aspetta che si esauriscano i confronti individuali. Viene il suo turno:

Lei chiede se ci sono domande. Ma perché non chiede se ci sono considerazioni?

[Già, perché non lo chiedo?]

Quando termina l’esposizione io non ho delle domande, ci devo pensare. Mentre mi vengono in mente cose da dire, ma non c’è spazio.
Poi, se ci fa caso, le domande sono fatte per chiarire qualcosa che non si è capito. Ma non c’è modo di esprimere un’idea.
Perché non chiede se ci sono considerazioni?
Ad esempio, oggi mi è venuto in mente di collegare una cosa che ha detto con un pensiero su quello che ha detto qualche giorno fa e che ritrovo nel lavoro che faccio.

[Già, perché non chiedo se ci sono considerazioni?]

Forse non chiede se ci sono considerazioni perché parlerebbero troppe persone e non si riuscirebbe a chiudere la prima parte…

No, la spiegazione potrebbe essere meno funzionale e più interessante.
Ci penso.
In ogni caso il suggerimento è ottimo, da giovedì 4 aprile 2013 chiuderò con “Ci sono domande? O considerazioni…”.

Qual è il punto?

Ah, magari avessi deciso intenzionalmente di non chiedere se ci sono considerazioni. A ben vedere chiudere un intervento di inquadramento concettuale ammette che ci si rivolga a chi ha ascoltato chiedendo se servono chiarimenti. Una formula di cortesia, una restituzione della parola a chi ha ascoltato. Tuttavia insufficiente.
E il problema non mi pare quello di contenere uno scambio di idee. Se gli interventi si moltiplicassero, ci sarebbe modo di regolarli, e forse anche di porre un termine. Ripensandoci, la scelta di non chiedere se ci sono considerazioni potrebbe essere una dimenticanza rivelatrice, un lapsus d’azione.

Limitarsi a chiedere se ci sono domande mette in scena qualcosa di meccanico: si incalzano le persone a reagire immediatamente (stimolo-risposta) e si corre il rischio di paralizzare il dibattito (silenzio) o incanalarlo verso un’interazione ‘domanda, pur che sia’ (o adesso o mai più).
Limitarsi a chiedere se ci sono domande è un modo per rinforzare una posizione sovraordinata (seguendo Enriquez, si potrebbe dire un modo che rinforza l’istituzione e le sue regole). Di per sé non è una richiesta sbagliata in assoluto, ma piuttosto una modalità insufficiente. Mentre afferma di ricercare una relazione tende a far prevalere la disimmetria: vi è un desiderio di ascolto, un’attenzione a sondare la comprensione, un’apertura alla possibilità di approfondire, ma anche una conferma delle relazioni di potere fra i soggetti in relazione.

La miglior consulenza?

Le domande sono un potentissimo strumento di ricerca e di intervento [in particolare di intervento]. Ma sono strumenti affilati e taglienti, non facilissimi da maneggiare. Usati male possono provocare danni, o non provocare nulla.
Fare domande è un modo per esercitare un contropotere e scardinare l’esercizio unilaterale del potere.
Fare domande può anche essere una forma di attacco (aggressivo o difensivo).
Ma se chi chiede se ci sono domande è la persona che è nelle condizioni di governare il diritto di parola, allora potrebbe esserci un cortocircuito: attenzione verso chi ha ascoltato e un segnale di autoaffermazione. Per questo la semplice aggiunta a “Ci sono domande” di “… o considerazioni” cambia il tenore della relazione a vantaggio di un turno di parola relazionale.

Quali sono le migliori consulenze che ho ricevuto? Domande di spiegazione e osservazioni critiche. Nell’ordine preferisco le domande, vengono poi le critiche garbate, e da ultimo le critiche dirette. [In condizioni psicofisiche favorevoli riesco ad accettare anche gli attacchi personali, Ma solo in condizioni psicofisiche perfette:-]

E ripensandoci, una semplice domanda (quella dello studente che mi ha chiesto perché non chiedo se ci sono considerazioni) ha messo in moto un certo numero di riflessioni, la ricerca di un testo che mi aveva colpito (Enriquez), la scrittura di questo post, e un (micro)cambiamento tutto da sperimentare.
Sintentizzando: meglio non limitarsi a chiedere se ci sono domande, conviene piuttosto ingegnarsi per costruire situazioni che consentano di fare domande (o tanto vale fare domande dirette, punto;-)

Riferimenti

Eugène Enriquez, “Autorità e potere. Dar corpo alla legge e mettere in discussione le regole”, in Eugène Enriquez, Per un’etica del lavoro sociale, I Geki di Animazione Sociale, supplemento al numero 5/2007, pp. 52-61.

Christian Michelot, “Domanda”, in Jacqueline Barus-Michel, Eugène Enriquez, André Lévy Dizionario di Psicosociologia, Cortina, 2005 (2002), pp. 352-356.
Domande e considerazioni 1

6 comments on “Domande? Considerazioni? #psunimib13

  1. Pingback: La piacevole e problematica arte del domandare (#psicosociologia) | Mainograz

  2. Roberta
    8 April 2013

    Dalla prospettiva che “la domanda permette di cogliere informazioni sul punto di vista del soggetto” a cui la rivolgiamo, allora in ambito formativo il domandare può significare, fondamentalmente, richiedere un ulteriore approfondimento da parte del docente a proposito di qual’cosa che ci ha interessato o viceversa, e perlopiù, è particolarmente confuso. Offrire una considerazione, qualsiasi essa sia, permette di contribuire al processo di apprendimento in termini collettivi ed anche di creare e rendere comune qualcosa di nuovo che potrebbe persino essere sfuggito al docente stesso. Senza nulla togliere ai saperi, competenze ed esperienze dei docenti, formatori, ricercatori, esperti ecc. ecc. credo sia utile spostarsi dalla posizione di ricezione acritica e passiva verso una prospettiva che ci vede attivi nella ricerca di connessioni di senso, ciò che comunque facciamo continuamente. Chiedere se ci sono considerazioni diviene una pratica che sostiene lo sviluppo del pensiero riflessivo e un’azione che favorisce il valore dei singoli e del gruppo come soggetto d’apprendimento invece che oggetti da istruire. Ciò che cambia è articolare nei fatti un confronto, ogni sapere escluso dal confronto diviene una trappola che, per quanto rassicurante, ci rende prigionieri.

  3. massimo corezzola
    8 April 2013

    visto dalla parte di chi svolge (in quota parte del suo impegno) il ruolo di formatore e consulente, la richiesta quasi tradizionale “ci sono domande ?” rivolta ai parteciapnti, e collocata ad ogni conclusione di un intervento teorico pratico di chiarificazione, di sintesi o di proposta concettuale/operativa ,
    mi sembra abbia prevalentemente una funzione di rassicurazione per chi la fa, pur sapendo che si rischia di produrre ansia in coloro che la ricevono.
    Nei processi cognitivi formalizzati (l’aula, la lezione, un setting di formazione) per le tante variabili in gioco a livello individuale e del gruppo (intra e inter) la questione cruciale non sembra essere ” cosa ho/ abbiamo capito, cosa avranno capito ? ” ,
    piuttosto come ricolloco/chiamo quanto emerge, vale a dire tutto ciò che si evidenzia come singificativo dai diversi punti di vista (del sapere, del fare, dell’organizzare, dell’apprendere, dei vissuti emotivi ecc), nella mia situazione di partenza e per “domani….” .

    Allora la nota dello studente alla vs lezione mi sembra dunque un messaggio lucido e di apertura : ripensando alle mie esperienza più recenti , quando riesco invece di domande a dare spazio a considerazioni e commenti, mi sembra che :
    1. favoriamo un abbassamento degli stati di ansia, e dal tono – le quantità – il livello di diffusione dei commenti che vengono fatti,
    2. ci ritornano ( a tutti ) flash e immagini a volte anche apparentemente sfocate, ma spesso puntuali di cosa accade in quel gruppo in “formazione”,
    3. consente e favorisce una situazione di interazione di esplorazione in diretta, a volte faticosa , spesso “dagli esiti provvisori”, ma rappresenta una delle attività più interessanti “del cantiere sui contenuti e sul metodo ” .

  4. Anonymous
    4 April 2013

    …La vera verità è che il tempo ci è sempre CONTRO, comunque, dovunque, ed aggiungerei un quantunque….spesso le lezioni, sopratutto interessanti, ed inerenti alle conoscenze che vogliamo ampliare ci aprono delle porte innumerovoli, che successivamente aprono collegamenti vitali, “inteso nell’ambito di vita quotidiana” che nello specifico riguardano il lavoro di gruppo che dopo pochi minuti andremo a svolgere….in questa linea di lettura diventerà sempre più difficile trovare la distinzione netta tra domanda e considerazione, e sarebbe molto carino, ma forse impraticabile collegare quanto appena “cristallizzato” in termini concettuali, al vissuto reale….e quindi poi leggere attraverso queste lenti acreditate di tali nuove nozioni quanto applicato, ed operato….e lì si che ci sarebbero fiumi e fiumi di domande….

  5. Mainograz
    3 April 2013

    Alessandro, l’idea di un attaccamento disorganizzato è decisamente forte: non arrivavo a tanto:-)
    Diciamo che volevo evidenziare due cose:
    – è facilissimo scivolare;
    – per fortuna c’è sempre qualcuno che grida: “Attento!”.

    Rispetto a una situazione bloccata, come a volte sembrano essere le relazioni genitori-figli, per fortuna, in università è sempre possibile tentare un modo per mettere in discussione le relazioni, anche quelle calcificate (ed è una grande risorsa poter fare un passo indietro o anche mobilitarsi).

    C’è un altro punto che sottolineo: a volte la forza delle domande è dirompente.
    Credo perché attivi ‘riflessioni emozionate’.
    :-)

  6. Alessandro
    3 April 2013

    Il “cortocircuito” da lei citato, mi fa pensare alla relazione genitore-bambino in presenza di un attaccamento disorganizzato… Dopo questa parentesi, vorrei chiederle: “Se un professore chiede se vi sono domande o… ulteriori considerazioni.. ciò che conta è davvero il termine o soprattutto quella ‘postura’ assunta dal detentore del potere nei confronti dell’organismo classe?” La comunicazione non verbale (riferendomi anche agli atti mancati da lei citati) penso sia importantissima, non tanto a livello di contenuto.. ma piuttosto modulano la qualità relazionale, con tutto quell’insieme di micro-transazioni informative che concernono. Su chi, cosa o come possiamo allora intervenire, od eventualmente migliorare il migliorabile?

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